This is a reproduction of a library book that was digitized
by Google as part of an ongoing effort to preserve the
information in books and make it universally accessible.
Google books
https://books.google.com
Google
Informazioni su questo libro
Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google
nell’ambito del progetto volto a rendere disponibili online 1 libri di tutto 11 mondo.
Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o 1 cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l’anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico,
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire.
Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te.
Linee guide per l’utilizzo
Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare 1 materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili.
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l’utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa
l’imposizione di restrizioni sull’invio di query automatizzate.
Inoltre ti chiediamo di:
+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l’uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali.
+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l’uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto.
+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla.
+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall’utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe.
Informazioni su Google Ricerca Libri
La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta
1 lettori a scoprire 1 libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web
nell’intero testo di questo libro dalhttp://books.qgoogle.com
prati +
> ib
Mi
Sas tire der. ù
ia (VE -
5 dm da
CE L è dr
TA VAL Pr R Ad
era ul assi ne
ORD -VNIVERSITY: LIBRARY
2 i
” : - - n a n dee gro : :
, h —— te nr - 1 “n ento priners
. na» parli x ver at
SAL ESP - dg ARIA api Pa
v "a si . -
La n i é E -
bp" CT) à
.
rr —_—_ _——___r_ ’_"or_r__ _‘‘cc’rr‘9’-—@9=mÉelÉ.-=<*’’"-’-’ -—t—- ‘-@=r@i9-f9gsn;-—‘“—‘“—‘cs@@it to 2 {0605 2
- —++— --___————-r
GIORNALE STORICO
DBLLA
LETTERATURA ITALIANA
————
SUPPLEMENTO
IV! 22-28
A
Pena STORICO
DELLA
LETTERATURA ITALIANA
DIRETTO DA
VITTORIO CIAN
SUPPLEMENTO
INI 22-28
TORINO
Casa Hditrice
GIOVANNI CHIANTORE
Successore ERMANNO LOESCHER
1924
693150
LETTERARIA
4
PROPRIETA
Torino — Vincxxzo Bona, Tip. di S. M. e de' RR. Principi.
GIOVANNI COTTA
Se v'ha tra i poeti veronesi del Rinascimento uno, che, dopo
il Fracastoro, meriti le nostre attenzioni, questi è indubbiamente
Giovanni Cotta. |
Vissuto a cavaliere di due secoli, egli ha i caratteri e dell’uno
e dell'altro. Ad una soda cultura umanistica, frutto di pazienti.
studi, accoppia un senso squisito del bello e, quel che è più,
possiede un’ammirevole facoltà di ritrarlo con tocco personale.
Imitatore sapiente e geniale, egli non segue già pedissequamente
ì modelli che ha dinnanzi, ma coglie nel multiforme svolgersi
delle vicende proprie, nel mondo ora piccolo ora vasto che gli
sta dintorno, la materia del canto e la traduce con freschezza
di colorito, modellando delle figure profondamente umane, ac-
cendendosi al passar de’ fantasimi e degli ideali vissuti nel tur-
binio di lotte e di vicissitudini. La sua opera poetica si stacca
pertanto per questo aspetto di fresca originalità da quella let-
teratura spicciola umanistica che, inspirata ad indirizzi preva-
lentemente formali, languiva in una ricerca di frasi che, combinate
abilmente come le pietruzze multicolori in un mosaico, dessero
ai concetti ed ai sentimenti una veste classica. In lui non è già
l'artificio, che modella dei versi eleganti, bensì l’anima riboccante
di affetti e di entusiasmi, che trova la veste poetica adatta a
riceverne le impressioni e le creazioni. In una parola egli è
veramente un poeta.
Giornale storico — Suppl. n° 29. 1
2 V. MISTRUZZI
Però, non ostante questo carattere, che non è comune ai ver-
sificatori dell'età sua, non ostante che la critica in ogni secolo
avesse dato alla sua opera quasi unanimemente il suo assenso,
il Cotta era giunto coi suoi carmi a vedere gli albori del sec. XX
pressochè sconosciuto. Noto da prima solo attraverso alle testi-
monianze premesse dal Benini e dal Morelli alle loro edizioni
e, più tardi, condotti su quelle, dai tentativi biografici del
Giuliari e del Cristofori, egli s'era proiettato sino a noi con de”
contorni scialbi e dei tratti lacunosi.
Tali lati manchevoli, che venivano di conseguenza a riflettersi
sinistramente sui giudizìi più o meno autorevoli della critica —
specie quando si pensi che la produzione poetica del Cotta ha quasi
sempre stretti contatti con la realtà della vita vissuta — mi son
proposto di colmare con questo studio, che però — credo doveroso
notarlo fin da principio — non ha la pretesa di esser definitivo.
Alcuni periodi dell’esistenza del Poeta sono infatti ben lungi
dall’esser chiari, nè molto valsero a diradar le nebbie le ricerche
tentate di qua e di là perchè la biografia almeno potesse uscirne
completa. Da una parte il carattere stesso del Cotta, che mal
s'appagava di lunghe dimore in un medesimo. luogo, veniva
a mettere, con la vita avventurosa che ne fu la natural con-
seguenza, un primo inciampo. Dall'altra l’opera dissolvitrice del
tempo, coadiuvata dalla sciagura che imperversò sul poeta e, quel
che è più, sulla sua produzione letteraria, accrebbe le difficoltà.
Tuttavia alcuni lati della multiforme attività dell’Umanista,
prima oscuri, si vennero con le ricerche man mano chiarendo,
la sua personalità artistica acquistando risalti maggiori e il giu-
dizio sull’opera complessiva facendosi più completo. Per questo
non credo che del tutto vana sia riuscita la mia fatica, anche
se talvolta, per mancanza di meglio, sì sia dovuta limitare ad
un uso più sistematico del materiale adoperato da altri (1).
(1) Quanto alla bibliografia, che trovasi accennata man mano nelle note,
devo notare che non m'è riuscito di vedere un opuscolo relativo al Cotta
— a quanto pare, di poca o nulla importanza — dei sigg. Zapolla e Tegon,
GIUVANNI COTTA 3
I.
La nascita e i primi studiî.
Nacque Giovanni Cotta nella provincia di Verona (1), a Le-
gnago (2), non però nel capoluogo, ma in uno dei piccoli contadi
adiacenti, non ben precisato fino ad ora. Era nata infatti in
questi ultimi tempi una certa discordanza nel giudizio degli
studiosi circa il probabile luogo di nascita del poeta, chè alcuno
indicava come tale Vangadizza, altri invece S. Maria del Porto,
senza però che nè gli uni nè gli altri si riferissero a fonte o ad
autorità alcuna che desse valore alle loro affermazioni (3). Ho
voluto tentare se mi fosse stato possibile rintracciare qualche
documento che decidesse in merito e le mie ricerche non si
possono dire del tutto infruttuose. Nell'archivio parrocchiale di
Vangadizza in due bri bapltizatorum, sebbene un po’ tardi,
ho potuto trovare parecchi atti di battesimo a cui intervengono
citato. dal GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 11. Aggiungo di più che alle poesie
del Cotta il dott. ALFio Anastasi (Catullo e l' Umanesimo, Acireale, Tipogr.
editr. XX secolo, 1919, 41-53) ha dedicato di recente alcune osservazioni su-
perficiali e non sempre esatte.
(1) Vedi tra l’altro: Pierio VaLeRIANO, De litteratorum infelicitate libri
duo, Amstelodami, ap. Cornelium Joannis bibliopolam, 1647, lib. I, p. 59;
B. ParrHENIO, Della imitazione poetica, in Vinegia, appresso Gabriel Giolito
de’ Ferrari, 1555, 1. II, p. 37 e De poetica imitatione, libri quinque, Venetiis,
apud Lud. Avancium, l. II, p. 56.
(2) P. Giovio, Élogia virorum, ecc., Basileae, Petrus Perna, 1575, L II,
p. 107; M. Guazzo, Cronica ne la quale ordinatamente contiensi l'essere
de gli uomini illustri antiqui et moderni, ecc., 1575, Venetia, Bindoni, p. 344;
Jus civile Liniacensium, Venetiis, apud Nic. Tridentinum, 1555, in-4°, nella
prefazione; OxnorrIo Panvinio; Antiquitates Veronensium, libri VIII, typis
P. Frambotti, 1648, 1. VI, p. 162; G. M. Toscano, Pepli Italiae, ), II, p. 35.
(3) Fu il GiuLiari, Que aneddoti di G. Cottu, umanista veronese del se-
colo XV (estr. dall’Arch. stor. ital., S. V, t. III, 1899, p. 3), a mettere in-
nanzi il nome di Vangadizza conse patria del Cotta. L'altra opinione è di
F. FLamini, Il Cinquecento, Milano, Vallardi, p. 540.
4 i V. MISTRUZZI
come padrini o come testimoni persone che portano il cognome
e talvolta anche il nome del poeta (1), il che conferma la tra-
dizione antica e sempre viva colà ed a Legnago (2) che proprio
a Vangadizza da poveri contadini del luogo (3) sia nato Gio-
vanni Cotta.
Nel precisare l’atto di nascita, sì nota nei biografi una certa
discordanza, che trae la sua origine dalla diversità delle fonti
a cui ciascuno attinse.
Infatti, mentre il Giovio (4) e il Guazzo (5) pongono la data
di morte del Cotta al ventottesimo anno d’età senza riferirsi
(1) Eccone i più antichi:
a) 1571, sett. 23: « Antonius filius Baltesar de Maraston baptiz. fuit
« per rev.îum Joannem Contellum.
« Jo Mattheus Cotta > CREGEREIOO
« Rosa uror Anthonij Signorini
« Baptizatorum liber ab anno 1560 n. n. ».
b) 1606, febbr. 7: Lucrezia, moglie di Lorenzo Cotta fa da madrina
al battesimo di Francesco figlio di Zuane Cechino da Vangadizza.
c) 1608, genn. 25: « Comadre madona Orsolona, moglie di Zuane Cota »
di Vangadizza fa da madrina al battesimo di Battista figlio di Zuane Feraro
di Vangadizza.
d) 1615, sett. 23: Margherita figlia di Gerardo Cotta è madrina di An-
tonio figlio di Tomaso Montin di Vangadizza.
e) 1617, febbr. 25: Lorenzo Cotta è presente come testimonio al batte-
simo di Antonia figlia di Domenico dalle Canove di Vangadizza. Arch. Par-
rocchiale di Vangadizza, Baptizatorum liber ab anno 1601.
(2) Un’eco abbastanza remota è nella Historia di Legnago di Fr. Peci-
NALI, ms. presso il comune di Legnago, p. 78; e nel Ziscorso sopra Legnago,
anno M. D. C. LIX, ms. 2018 presso la Bibl. Comunale di Verona, c. 51.
(3) L. GR. GiraLDI, Ze pocetis suorum temporum, nel 1. II delle sue opere,
Lugduno-Batavae, p. 538: « humili loco natus »; P. Giovio, Op. e loc. cit.:
«in agresti enim ore generosi spiritus indoles..... latitabat » e, ‘didem:
« humili genere ortus »; M. Guazzo, Op. e loc. cit.: « di beni di fortuna
« molto povero ». Leggo poi in un elogista posteriore, il TorRESANI, Elogia,
vol. I, c. 74, ms. nell’Arch. Com. di Verona: « Fuere profecto C'ottae agri-
« colae apud Leniacum Veronae districtus, ex quibus, veluti ex abiectissimo
« fimento coruscans adamas, effulsit Joannes ille Cotta Orator et Poeta cele-
« berrimus, qui doctissimis Jovii et Panvinii elogiis commendatur ».
(4) Op. e loc. cit.: « octo et viginti annorum iuvenis interiit ».
(5) Op. e loc. cit.
GIOVANNI COTTA 5
ad alcun termine cronologico, Bernardo Silvano (1) la assegna
all'estate 1510, dicendola avvenuta al trentesimo anno.
Degli studiosi alcuni seguirono i due primi, altri il secondo
partendo nel computo dal 1510 indicato dal Silvano; altri ancora
si attennero ad una via intermedia. Per questo troviamo indicati
come date di nascita il 1478 (2), il 1479 (3), il 1480 (4), il 1482 (5),
il 1483 (6) e il 1485 (7). Quale di queste è la più probabile ?
Non esito a dichiararmi favorevole alla terza, che corrisponde
perfettamente al pensiero di Bernardo Silvano. Amico costui e
intimo del Cotta (8), scrivendone prima ancora che fosse trascorso
un anno dalla morte, egli era in grado di conoscerne meglio
che il Giovio l’età precisa. Nè vale opporgli l’autorità di M. Guazzo,
chè, quanto al Nostro, egli traduce quasi alla lettera l’elogista.
(1) Nei Prolegomena in ProLemari Geographiam, Venetiis, per Jacobum
Pentium de Leuco, 1511, leggesi: « trigesimo aetatis anno, proxima aestate,
« Viterbii decessit ». Lo scritto del Silvano porta la data 20 marzo 1511.
La data 1510 collima anche con quella posta sotto il ritratto del Cotta, che
si conserva nel Municipio di Legnago, molto antico se nel 1571 quel quadro
era in condizioni tali da abbisognare d’essere restaurato. Cfr. JORANNIS COTTAE,
ligniacensis, Carmina, Coloniae Venetorum, 1760, p. 3 e sg.; CamiLLo CEssi,
Di Francesco Brusoni e dei suoi figli, in questo Giorn., Suppl. n° 2, p. 56
e sg. Il quadro è stato riprodotto da G. TrEcca, Legnago fino al sec. XX,
Verona, Gurisatti, 1900, p. 105.
(2) GitLIaRI, Giovanni Cotta, nella Protomoteca Veronese edita da G., Sar-
tori, Verona, 1881, p. 67.
(3) GruLIarI, Della letteratura veronese al cadere del sec. XV e delle sue
opere a stampa, Bologna, 1870, p. 262.
(4) G. CristOFORI, Giov. Cotta umanista, Sassari, Azuni, 1890, p. x; F. FLA-
mix, Op. cît., p. 119.
(5) GiuLiarI, Due aneddoti, ecc., p. 3; Sc. MarerI, Verona illustrata, Mi-
lano, 1825, lib. IV, parte II, p. 376; G. ProsperiInI, Versi, nella prefazione
alla versione poetica dei Carmi di Giovanni Cotta, Legnago, Marcati, 1905,
p. 71 sgg.
(6) Sr. Grosso, Opere di Franc. Berni, « Biblioteca classica economica »,
Sonzogno, 1875, Lettera a E. Camerini, p. 215. .
(7) G. ZaxeLLa, Dell’Accademia dell’Alviano in Pordenone, in Atti del
R. Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, S. VI, t. I, p. 987.
(8) Vedi i citati Prolegomena, dove B. SiLvano, parlando del Cotta, dice:
« unice illum amabam ».
6 V. MISTRUZZI
Il Giuliari (1), che ebbe di Giovanni Cotta una vera ammira-
zione e che reiteratamente si occupò di lui e della sua opera,
riferendosi ad uno scritto del Morelli (2), nomina altri due let-
terati: Gian Stefano e Catelliano Cotta, che fiorivano in Lombardia
con bella fama di poeti latini (3) e li dice fratelli del Nostro.
Ma qui incorre in errore, perchè entrambi appartengono ad il-
lustre famiglia novarese, forse a quella stessa, donde nel sec. XII
era uscito quel Nicolò Cotta, che fu giudice a Verona e di cui
è cenno nel Torresani (4). Notiamo però che non fu solo il
Giuliari ad esser tratto in abbaglio. Molto tempo prima di lui
Gerolamo Da Monte aveva confuso Giovanni con Gian Stefano
facendone un unico personaggio e ne fu corretto dall’Argelati (5).
Così non credo si possano in alcun modo collegare con la fa-
miglia di Legnago gli altri due fratelli Lucio ed Innocente Cotta,
d’età posteriore, appartenenti ad illustre famiglia milanese, messi
in luce dal prof. Ghinzoni (6).
I primi anni di vita del nostro poeta non dovettero essere
per nulla diversi da quelli degli altri giovinetti del contado di
tutti i tempi, ed è probabile che il suo ingegno vivace rivelan-
dosi e nelle ordinarie occupazioni e nell’apprendimento degli
elementi primi che, data la vicinanza di Vangadizza a Legnago,
poterono essergli impartiti nelle scuole, invogliasse i genitori
ad indirizzare il giovinetto per la carriera degli studî. Nè a
costoro dovette destare grandi apprensioni il problema econo-
mico, perchè a quei giorni Legnago non mancava di buone scuole
(1) Due aneddoti, ecc., cit., p. 9.
(2) J. MoreLLus, Bibliotheca manuscripta graeca et latina, Bassani, typis
Remondinianis, t. I, p. 474 sgg.
(3) ArseLatI, Bibliotheca scriptorum mediolanensium, t. I, parte II,
pp. 486 sg. e 483 sg.
(4) Eloqa, cit., p. 74.
(5) Op. cit., t. II, p. 488. Anche P. pe NoLnac, Les correspondants d' Alde
Manuce, Rome, Imprimerie Vaticane, 1888, 65 n., incorse nello stesso errore,
confondendo il poeta veronese con Catelliano Cotta.
(6) Vedi Arch. stor. lomb., &. XI, 1884, p. 305 e sg. e cfr. poi GIULIARI,
Due aneddoti, p. 9.
GIOVANNI COTTA 7
e perchè la vicinanza di Vangadizza al capoluogo rendeva pos-
sibile al giovane di attendere alla sua istruzione pur rimanendo
in famiglia. Ed il carattere buono ed affettuoso di Giovanni
Cotta, lodato dai biografi del tempo (1) ed ammirato ancor oggi
nelle lettere e ne’ carmi, dovette concorrere a raccomandarlo.
Tutto questo nel campo delle ipotesi, perchè le fonti non ne
parlano affatto e incominciano a fornire qualche notizia solo
all’inizio degli studî umanistici.
Da parecchio tempo insegnava a Legnago Enrico Merlo (2),
il quale, dopo aver errato, secondo il costume del secolo, di qua
e di là, si era ridotto ad esercitare la professione nella cittadina
natale. E tanta era la fama che s’era sparsa di lui, che non solo
i conterranei accorrevano ad udirlo, ma altresì giovani d'altri
paesi. Sotto il Merlo si vuole che il Cotta iniziasse gli studi (3),
ma poco potè far tesoro di quell’insegnamento, perchè il buon
vecchio moriva nel 1491 (4).
V'ha chi dice che, terminati gli studî in patria, si recasse a
Verona a completarli. Quegli che l’affermò per primo fu il Giu-
(1) I.. Gr. GiraLpI, Op. e loc. cit.
(2) Fu anche chiamato Rigo (Enrico) Merulus. Il suo vero cognome era
però Merlo, come rilevo da quella copia di « Parte presa nel Magnifico Con-
« siglio di Legnago », che leggesi riprodotta dal Benini, Joannis Cottae, ecc.,
1760, p.3 sg. di
(3) « Ad Henricum autem Merulum, senem optimum, et Musarum omnium
« studia divinitus et foris erercentem, plurimi tam ex nostratibus, quam aliis,
« ex longinquis locis adventantes, et velut ad nobilissimum emporium con-
« fluentes, in marimos et eruditissimos viros evasere; qui quales fuerint, satis
« superque declarat unus ille Joannes Cotta noster, qui omni liberali doctrina,
« tum Graeca, tum Romana politissimus, in posi adeo excelluit, ut non
« tantum sui temporis poetas superaverit, sed veteribus etiam conferri possit
« ac debeat; quemadmodum carmina ab illometipso scripta et iamdiu vul-
« gata testantur ». Dalla prefazione al Ius civile leniac., Venetiis, 1555, apud
Nicolaum Tridentinum, in-4°.
(4) « Morì in quest'anno (1491) Henrico Merlo virtuosissimo e gran filo-
« sofo, professore di belle lettere il quale in gioventù havendo peregrinato,
« carico, et di gloria, et d'anni morì nella sua patria, et fu sepolto in S. Mar-
« tino, davanti l’altare di S. Nicolò »; PecinaLI, Discorso sopra Legnago,
ms. 2013 della Bibl. Com. di Verona, c. 50.
8 V. MISTRUZZI
liari (1), il quale, non vedendo forse come l’Umanista abbia po-
tuto acquistare una conoscenza profonda non tanto delle disci-
pline letterarie quanto delle matematiche a Legnago, avrà pen-
sato ad un proseguimento degli studî in Verona, dove sapeva
esistere a quel tempo un nucleo d’Università. E può darsi che
il Giuliari abbia colto con questa sua ipotesi nel segno. Tuttavia
noi, per mancanza assoluta di documenti, non possiamo dare
all’affermazione del Giuliari alcun valore.
Ci fermeremo solo a notare che, come non è del tutto accet-
tabile la notizia contenuta nella Prefazione all’/us civile Lenia-
censium, che cioè il Cotta sia unicamente cresciuto alla scuola
del Merlo, perchè quando costui venne a morire egli non contava
più di dieci anni, così non è necessario pensare che egli abbia
dovuto ricorrere a Verona per approfondire i suoi studi. Cì
risulta che a quel tempo, per una saggia disposizione del Co-
mune (2), anche a Legnago le scuole erano particolarmente curate
e non mancavano di buoni maestri. Può darsi quindi che il Cotta
abbia continuato, dopo la morte del Merlo, a frequentare la
cattedra istituita dal Comune, sotto la guida di un altro inse-
gnante che ci è rimasto ignoto.
E difatti per trovare qualche notizia precisa sulla dimora del
poeta in Verona bisogna affacciarsi alla soglia del secolo deci-
mosesto, quand’egli, ultimata o quasi la sua cultura umanistica,
essendo gia in fama di gentile cantore, si apprestava ad entrare
trionfante in quella vita, che troppo presto dovea divenirglì
matrigna.
Fin dai primi anni passati alla scuola del Merlo egli s’era
sobbarcato ad una vita laboriosissima per trar largo profitto dai
(1) Due aneddoti, ecc., p. 3.
(2) Cfr. Ius civile leniacensium, ove al 1. I, c. 29, leggesi: « quando
« Communitati... placuerit, fiat electio unius optimi magistri, qui et bonis lit-
« teris et optimis moribus ornatus teneatur publice interpretari et docere
« gramaticam et rhetoricam pro beneficio iuventutis et terrae nostre », c. 81.
Vedi Cessi, l. c.
GIOVANNI COTTA | 9
suoi studi. Si era dato a volgere i classici sì latini che greci,
acquistandone larga copia di erudizione (1) ed affinando in pari
tempo il naturale gusto artistico. Questo pazientissimo lavoro di
lettura dei testi lo aveva messo in grado di preparare per le
stampe all’età di vent'anni le Annotazioni a Properzio, che
avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 nella stamperia di
Giovanni di Tridino.
Or la fama della sua cultura, veramente superiore per un
giovane di quell’età, destò l'ammirazione di molti, veronesi o
no, che lo conobbero, tra i quali è da annoverare un colto pa-
trizio veneziano, che, già chiaro per belle opere storiche, era
stato inviato dalla Signoria di Venezia ad esercitare in Verona
l'ufficio di Camerlengo, Marin Sanudo (2). Vi giungeva egli verso
i primi di aprile del 1501 e per le stimabili doti rivelatesi subito
nell'esercizio del suo incarico e per la fama già diffusa del suo
ingegno e della sua infaticabile laboriosità, si rendeva fin dai
primi giorni caro alla cittadinanza e in modo speciale ai dotti,
che in breve correr di tempo si trovarono tutti raccolti in-
torno a lul. . |
Uno degli intimi era il Cotta, il quale s'era talmente cattivata
la simpatia del patrizio veneto che, dovendosi allontanare per
qualche tempo, era avvenuta tra i due scambievole promessa
di visite a Verona e a Legnago (3). Intanto l'amicizia era tenuta
desta da frequenti lettere, delle quali è stata conservata sol-
tanto quella del 7 agosto 1501.
Dalla lettera si rileva come la dimestichezza tra il Legnaghese
e il Sanudo fosse già tanto viva da permettere al primo dì va-
lersene per far recapitare scritti a Jacopo Antiquari e a Giorgio
Corner.
(1) Paoro Giovio, Op. e loc. cit.j; Ius civile len., luogo citato.
(2) R. Mcrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, in questo
Giiorn., Suppl. n° 1, pp. 145 e 148; e Due epigrammi e una lettera tne-
dita di G. Cotta a M. Sanudo, in Ateneo veneto, XXIII (1900), 148 sgg.
(3) Lettera del Cotta al Sunudo, in appendice.
10 V. MISTRUZZI
Erano l’Antiquari e il Corner due ragguardevoli personaggi
della migliore società perugina e veneziana. Di famiglia ricca
di mezzi ed agiato di per sè, per i lauti proventi degli incarichi
sostenuti, l’Antiquari era un protettore munifico di dotti e di
poeti, amato e lodato dai più grandi letterati del tempo (1). Ad-
detto dapprima alla Segreteria ducale di Milano sotto Galeazzo
e Gian Galeazzo Sforza, v'era rimasto quale segretario titolare
anche in seguito alla calata di Lodovico il Moro e la conquista
francese del 1499 e vi si trovava ancora quando il Cotta scriveva al
Sanudo pregandolo di fargli recapitare la sua lettera (2). Giorgio
Corner era fratello della Regina di Cipro e capitano di Verona
e trovavasi anch'egli a quel tempo in Milano, dove l’avea man-
dato la Serenissima ad incontrarvi il Cardinale di Rohan (3). Al
seguito del Corner erano amici del Sanudo, quali Matteo Rufo
e Francesco Nursio Timideo (4), e il Camerlengo si valeva forse
di essi per far recapitare all'uno e all’altro le lettere che il
Legnaghese, probabilmente nella seconda metà del luglio, gli
aveva spedite perchè ne curasse il sollecito invio.
Del 1501, 0, meglio, dell’anno dopo sono due epigrammi (5) del
Cotta allo stesso Sanudo, composti l’uno per intessere le lodi
dell’illustre amico, che, dopo aver condotto a compimento le
Vite dei Dogi, s'apparecchiava a dettare la colossale opera dei
Diari (6), l’altro per celebrare l’affetto per Verona addimostrato,
come già in mille guise, nell'aver dato l’incarico ad un pittore
di ritrargli in un quadro la città e i dintorni.
(1) G. B. VermisLIoLI, Memorie di Jacopo Antiquari, Perugia, Baduel, 1813.
(2) R. Mvrari, Due epigr., cit., p. 162.
(3) R. Mvrari, Due epigr., l. cit.
(4) R. Murari, Due epigr., 162; Ces. Pekrotri, Op. cit., p. 106 sgg.
Vedi anche V. Rossi, Poesie storiche sulla spedizione di Carlo VIII in
Italia, Venezia, 1887, p. 12, n° 3.
(5) Sono:
a) Magna quod innumeris implere volumina rebus
€
b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret.
(6) R. Murari, Due epigr., cit., p. 150.
GIOVANNI COTTA 11
Ed è questa l’ultima notizia che leghi il nome di G. Cotta
alla sua città natale. Compiuto o almeno condotto a buon punto
il lavoro preparatorio, essendo già in fama di dotto e di gentile
poeta latino, bramoso di uscire dalla cerchia troppo ristretta in
cui fino ad allora efa cresciuto, si affidò alla fortuna, prendendo
il volo per altri luoghi, a cui il desiderio di gloria lo spingeva.
II.
A Lodi e a Napoli.
Lo ritroviamo dopo non molto tempo a Lodi. Quivi erasi re-
cata sposa una sua zia materna (1) ed egli, che, secondo l’uso
invalso a que’ tempi, bramava portare il suo nome all’infuori
de’ confini della terra, che l’avea visto nascere e'‘crescere negli
studî, avea colto l’occasione che la fortuna gli presentava e
l’avea seguita nella. nuova dimora. |
Non sappiamo di preciso quando ciò avvenisse, però non sarà
fuor di luogo il fissarne approssimativamente la data agli ultimi
mesi del 1502 o, tutt'al più, al principio dell'anno seguente. È
probabile infatti che il Sanudo commettesse quel quadro, che
diede l'occasione al citato epigramma in picluram urbis et
agri veronensis, verso gli ultimi mesi del suo camerlengato a
Verona, quando già, forse per notizie giuntegli da Venezia, pre-
sentiva in qualche modo o s’aspettava prossimo il richiamo in
.patria. D'altra parte, senza pensare a ciò, non ci si saprebbe |
dare una spiegazione del plauso commosso che la commissione
di quel quadro destò non solo nel Cotta, ma in tutti i poeti
piccoli e mediocri che in quel tempo fiorivano presso alle rive
dell’Adige e che si tradusse in numerosi carmi ed epigrammi,
(1) P. Giovio, loc. cit. « Aperuerat ludum Laudi Pompeiae, quod ibi nupta
« erat eius matertera ».
12 V. MISTRUZZI
che poi il Sanudo per ricordo fece raccogliere in un bel codice
da tenere con sè (1). Ora il Cotta per essere al corrente di
simili inezie doveva trovarsi ancora a Legnago o a Verona,
donde il Sanudo si allontanò solo in settembre (2).
Sappiamo, d’altra parte, da una sua lettera al Sannazaro in
data 5 gennaio 1504 come egli, dopo essersi fermato a Lodi
presso la zia, si fosse recato a Napoli per prender parte all’Ac-
cademia pontaniana e come avesse per qualche tempo goduto
della dimestichezza e famigliarità del Pontano (3). Ora, poichè
costui era già morto nell'autunno 1503, egli dovette trovarsi a
Napoli fin dall’estate, se non prima. Ma: perchè sappiamo per
certo che in Lodi si trattenne per qualche tempo dedicandosi
all'insegnamento, sarà lecito congetturare che vi si recasse
qualche mese avanti e molto probabilmente sulla fine del 1502.
Breve fu adunque la sua permanenza a Lodi; giuntovi, aperse
una scuola, di cui non è rimasta notizia nelle memorie e nei
documenti lodigiani. Ma poichè la notizia del Giovio è confer-
mata in parte dalla lettera del Cotta al Sannazaro, è lecito
congetturarne che l’elogista dica bene anche per il resto.
A Lodì il Cotta conobbe Filippino Bononi (4), con il quale
entrò presto in amicizia. Era il Bononi un fervido ammiratore di
Jacopo Sannazaro e ne parlava volentieri e calorosamente nelle
sue conversazioni col Cotta. Gliene fece anzi leggere l’ Arcadia
ed il Nostro ne rimase veramente entusiasta.
Con l'ammirazione del Sannazaro, la cui maggior opera
veniva allora per la prima volta gustata ed apprezzata, veniva
innestandosi nell'animo del giovane umanista un desiderio vi-
vissimo di cambiar penati e di portarsi in quella città dei canti
e dell'amore, ch’era in quel tempo salita a gran fama. Ma quello
che più d'ogni cosa lo chiamava alla lontana città, era il desi-
(1) R. Mcrari, Due epigr., loc. cit.
(2) R. McrarI, Due epigr., p. 161.
(3) Vedi la lettera in appendice.
(4) Lettera al Sannazaro, cit.
GIOVANNI COTTA 13
derio di conoscervi il Pontano (41), che esercitava sui giovani
un vero fascino e le cui opere circolavano in parte manoscritte
e in parte stampate, perchè in un volume uscito nel 1498 a
Venezia per opera di Giorgio Merula, avevano veduto la luce
dodici Nenie ed altrettanti Epigrammi (2). D'altronde la città,
che allora l’ospitava, era ben lungi dal presentare quei requisiti,
che per un umanista desideroso di salire presto verso i vertici,
cui la consapevolezza del proprio valore e l'ambizione lo chia-
mavano, erano tenuti indispensabili. Gli era necessario sopra
tutto un centro letterario, dal quale la fama. della sua cultura
e dei suoi carmi potesse espandersi rapidamente. E Lodi non
faceva al caso.
Si decise pertanto e, dopo pochi mesi di permanenza nella
città lombarda, chiuse la scuola senza più pensar di riaprirla e
si parti alla volta di Napoli (3).
Era Napoli a quel tempo rinomatissima. L'Accademia di Gio-
viano Pontano (4), frequentata dai migliori rappresentanti del-
l’Umanesimo, era divenuta un centro letterario di primaria
importanza e vi convenivano poeti e dotti d’ogni parte. A_ quel
tempo il Pontano era già vecchio, ma gli anni non gli impe-
divano di attendere oltre ‘alle sue numerose faccende anche a
quell’istituzione, che egli aveva sempre curata con speciale
affetto.
Quando Giovanni Cotta si aggiunse al bel numero (5), in breve
(1) « Et ego pontaniani tantum oraculi consulendi gratia, hanc in urbem
« [Neapolim] profectus eram ». Così il Cotta nella lettera al Sannazaro.
(2) Il volume conteneva, oltre gli epigrammi e le nenie, gli opuscoli di
Gregorio Tiferno, le elegie e le lettere di Francesco Ottavio e i 70 versi di
Sulpicio. Fu impresso Venetiis, per Bernardinum Venetum, anno domini
M.CCCC.XCVIII. Mensis Junii. die undecimo. La descrizione di esso, fatta
dal Tafuri, è pubblicata a p. Lvini dell’Introduzione nel vol. I di BENEDETTO
SoLpati, Joannis Joviani Pontani Carmina, Firenze, Barbera, 1902.
(3) P. Giovio, loc. cit.; M. Guazzo, Cronica, loc. cit.
(4) C. Minieri Riccio, Cenno storico delle Accademie fiorite nella citta
di Napoli, in Arch. storico per le provincie napoletane, a. V, fasc. II, p. 355.
(5) C. Misieri Riccio, Op. cit., p. 364.
14 VW. MIBTRUZZI
correr di giorni era già carissimo al Pontano. Il maestro non
tardò a concepir del discepolo giovanissimo le più belle spe-
ranze e lo onorò di affetto particolare. Noi vediamo nella lettera
più volte citata al Sannazaro come il nuovo Accademico andasse
altero di codesta preferenza del maestro per lui. E non è da
credere che nella presentazione che il Nostro fa tra le righe di
sè stesso in quello scritto, l’asserita preferenza del Pontano sia
una vana ostentazione del suo valore. Rilevo in una lettera
di A. Galateo (1) a Crisostomo in quanta stima e ammirazione
fosse tenuto il Cotta subito dopo la morte del maestro. Ivi sono
annoverati gli Accademici più illustri rimasti, capaci di conti-
nuare nei loro scritti la gloriosa tradizione del Panormita e tra
essi in bella schiera con l’Acquaviva, il Sannazaro, il Carbone,
l’Altilio, il Corvino, il Cariteo, il Gravina, il Summonte e qualche
altro è, non ultimo, il Cotta.
Ma v’ha di più. Subito dopo la scomparsa del Pontano, un
letterato di Napoli, Giano Anisio, componeva un’ecloga, Melisaeus,
in cui, tra l’altro, chiamava il giovane poeta legnaghese a pian-
gerne insieme la morte. Ora ecco che cosa l’Anisio esce a dire
del Cotta: | I a
Aegile, ne vitio nimium nos esse moratos
appone: haec eadem mora vel tua seria praeter
omnia, vel praeter vitam tibi grata fuisset.
Quas modo, quas lacrymas, quos cantus, Aegile, ab illo,
illo, inquam, audivi nuper qui his appulit oris;
non nosti, non fama tuas pervenit ad aures,
viseret ut viridis Melisaeum in flore senectae?
Pastorum columen quanti hunc Melisaeus habebat !
Et dixit quoties: Phoebi spes altera Cotta est!
Cotta, tuo ingenio blandae arrisere Camoenae,
nascentique tibi stillarunt dulcia mella
(1) ANTONII GALATEI, viri doctissimi, Epistolae selectae ex codice vaticano,
edite dal card. A. Mar, in Spicilegium Romanum, t. VITI, p. 553, Romae,
typis Collegii Urbani, M.DCCC.XLIT.
GIOVANNI COTTA 15
Cecropiae volucres: lauro tu dignus, et ara,
et cui viventi pastores dona quotannis
persolvamus, et inde Deum post Pana colamus (1).
E non fu soltanto il Pontano a circondare d’affetto il nuovo
venuto, chè egli fu in breve circondato dalla simpatia di alcuni
fra i più influenti, vecchi e giovani, e dell’Accademia e di fuori,
come quel Francesco Puderico, amico diletto del Sannazaro e
del Pontano, che fu maestro razionale della regia corte della
Zecca e mori cieco nel 1528, e il fratello dell’autore dell’ Arcadia,
Marcantonio, e Antonio Gevara, con il quale fu in dimestichezza
quasi fraterna.
Non sappiamo a che specialmente attendesse il Cotta a Napoli
in compagnia di tanti illustri. Ma non sarà fuor di luogo il con-
getturare che egli occupasse gran parte del suo tempo nell’am-
pliare la cultura, leggendo classici latini e greci e tenendosi
informato delle opere vecchie e nuove dei più rinomati poeti
contemporanei. Senza dubbio tra gli autori latini il primo letto
era Catullo colla poesia del quale sentiva nella sua una mag-
giore affinità e tra i viventi il Pontano, che di quella fino ad
allora era stato il più felice imitatore. Si occupava inoltre del
Sannazaro, rileggendone l’Arcadia e gustando per la prima volta
le altre opere, che non aveva vedute a Lodi (2).
Quando il Pontano, nell’autunno 1503, venne a morire, egli
partecipò sentitamente al lutto degli Accademici e degli ammi-
ratori e ne pianse la scomparsa amaramente (3). Venendo però
con quella dipartita a mancare il diletto maestro, per il quale
s'era portato a Napoli come per consultare un oracolo, s’era
deciso ad andarsene; e già stava per prendere il volo per altri
luoghi, quando un altro tenerissimo amico, Antonio Gevara, lo
volle in casa sua e dolcemente gli impedì, favorendone in ogni
(1) Vedi Bucolica vartorum carmina, Basileae, 1546, p. 409 sgg.
(2) Lettera al Sannazaro.
(3) Lettera al Sannazaro.
16 V. MISTRUZZI
modo gli studî, l’attuazione di quel divisamento. E il Cotta con-
tinuò a frequentare le riunioni dell’Accademia, diretta a quel
tempo da Pietro Summonte e da Girolamo Carbone. Studiava
intanto indefessamente e trascorreva qualche periodo di ozio in
compagnia di Giano e Cosmo Anisio, dei due fratelli Gevara, di
Francesco Puderico e di Marcantonio Sannazaro.
Verso gli ultimi del 1503 Jacopo Sannazaro, a Blois, con il suo
re Federico, alla notizia della morte del maestro veneratissimo,
aveva inviato al fratello una sconsolata lettera, piangendone con
animo accasciato la scomparsa. Marcantonio la fece leggere al
Cotta, che senti riacuirsi in cuore quel dolore, che ormai la
distanza da quella data incominciava a lenire. Il Cotta non
aveva fino a quel tempo conosciuto il cantore dell’ Arcadia;
ardentemente però desiderava mettersi in relazione con lui, per
colmare quel vuoto, che la morte del Pontano aveva scavato
nei suoi studi, e, incoraggiato forse da Marcantonio e dai Gevara,
scrisse ad Jacopo quella bella lettera, che noi abbiamo avuto
bisogno di consultare più d’una volta per la nostra biografia,
particolarmente interessante per conoscere in quale stima il
Sannazaro fosse da lui tenuto. Nulla però possiamo dire delle
posteriori relazioni fra i due, se non che il Cotta gli inviò un
carme in distici latini (1) e che il Sannazaro, quando l’amico
venne così immaturamente a mancare, ne pianse in un epi-
gramma la morte (2).
Nel 1505 il Cotta è ancora a Napoli, occupato, tra l’altro, nel
racimolare i carmi di Pietro Ricci, l’amico diletto di Angelo
(1) È Velegia
Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas.
(2) Eccolo:
Sperabas tibi docta novum Verona Catullum:
experta es duros bis viduata Deos.
Nulla animum posthac res erigat; optima quando
prima rapit celeri Parca inimica manu.
Quae tamen ut vidit morientis frigida Cottae
ora, suum fassa est crimen, et erubuit.
Spirra se cela Di imi o)
GIOVANNI COTTA 17
Poliziano. Un tal Luceio Veronese, di cui non sappiamo aggiunger
nulla a quanto ha potuto dirne Mons. G. G. Dionisi (1), aveva
avuto l’incarico dal Bembo di raccogliergli i carmi di P. Ricci
per un'edizione ch’egli intendeva curarne e che usci di fatti a
Firenze con i tipi del Giunta nel 1505 (2). Codesto Luceio, che
pur essendoci del tutto ignoto, deve essere stato un umanista
celato sotto un tal pseudonimo (3), si rivolse per averli al Cotta,
che gliene mandò una prima raccolta (4), promettendo di inviarne
altri, se fosse riuscito a rintracciarli (5). Non sappiamo se alla pro-
messa seguisse poi l'invio, perchè quell’edizione, divenuta già
rarissima al tempo del Giuliari, non vidi mai (6) e rilevo la
notizia dalla trascrizione parziale della lettera del Luceio che
leggesi nell’edizione del Morelli (7).
Rileviamo indirettamente da un carme di Cosmo Anisio come
il Cotta a Napoli trascorresse una vita molto laboriosa, stendendo
scritti, che poi andarono perduti:
Ad lectorem.
Si qua mei Cottae occurrunt Epigrammata, lector,
ne factum puta hoc ambitione mea.
(1) Eoco la risposta che il citato Dionisi, chiestone dal Bandini, diede con
lettera 17 luglio 1788: «..... Sospetto per altro, che questo nome di Luceio,
« non sia il vero nome dell’autore, ma un pseudonimo, come quell’Angelo
« Fonteio Veronese, che scrisse quella lettera al Menckenio nel 1717 (è egli
«il sig. Gio, Benedetto Gentilotti) sul prospetto del Codice del P. Perez ».
Vedi A. M. Banpini, De Florentina Juntarum Typographia, Lucae, Bon-_
signori, 1791, pars II, p. 108.
(2) Perri Crimiti Poemata, Juntae, circa an. 1505. Così il Morelli. Però
il Banpixi, Op. cit., accenna a due edizioni: del 1504 e del 1505.
(3) Non lo vedo però nel Gictiari, Pseudonimia Veronese, Verona,
Noris, 1881.
(4) « Misit ad me superioribus mensibus Cotta noster poemata P. Cri-
« niti », ecc. Così il Luceio al Bembo. Vedi Banpini, Op. cit., p. 258.
(5) Si rileva da questa lettera del Luceio, in cui è detto: « Quod reliquum
« est dabo operam quam diligentissime potero, ut cetera ejusdem poemata
< ad te perferantur, quae mihi pollicitus est Jo. Cotta, vir summa fide », etc.
(6) Neppure il GivLiari la vide. Vedi Due aneddoti, ecc., p. 5.
(7) Op. cit., p.11.
Giornale storico — Suppl. n° 22. 2
18 V. MISTRUZZI
Audi jacturam: periit Cotta, et periere
tot scripta, in coelum quae bona Musa taulit.
Pauca haec supprimere baud visum, puto, candide lector,
laudabis studium, consiliumque meum (1).
Di che genere fossero codesti scritti, non ci è dato sapere,
sebbene l’allusione alla Musa ci induca a ritenere che si tratti
di carmi a noi non pervenuti e dall’Anisio visti manoscritti. È
poi probabile che il Cotta attendesse anche ai suoi lavori di
erudizione, di cui ci è rimasta notizia, come quegli scolia a
Plinio, ricordati dagli storici citati, che non ebbero la fortuna
di giungere fino a noi.
Qualche cosa di più possiamo dire del genere di vita condotto
a Napoli nei periodi di riposo. È una vita allegra e un po'
scapata, condita di scherzi bonari in compagnia di amici bon-
temponi e specialmente dei suoi indivisibili Cosmo e Giano Anisio
e dei fratelli Gevara. Anzi le poesie del primo — per quanto può
cogliersi di vero in tali carmi di palese imitazione catulliana
nel concetto e nella forma — giovino a darcene un’idea per
quanto vaga:
Ora è Cosmo che invita il Cotta, ospite della distinta e ricca
famiglia Gevara, a sacrificare le ambrosie dapi e il vecchio
Falerno della mensa abituale, per condire delle sue facezie
l’umile desco imbandito a bella posta (2):
° (1) I carmi del Cotta sono: a) « Sive aliquid, seu forte nihil mea lumina
cernunt »; è) « Ambo dulcia — ne verere — et iidem »; c) « Ridete, o le-
pidi mei Gevarae »; d) « Ocelle fluminum Calor Calor pulcher »; e) « Quamvis
te peream aeque Hiella totam », che è però del Navagero.
(2) Il carme inizia con una calda lode all’invitato, che sa un po’ d'adula-
zione. Anche il Cotta, del resto, non lesinava le lodi, come può vedersi da
quest'altro epigramma di Cosmo a lui:
Nomine quo toties appellavere Catullum
Me appellas: contra conscia mens animi
Aurem convellit, numquid me nomine vero
appelles inter spemque, metumque feror.
Magni equidem facio censuram, Cotta, tuam, sed
rei moles tantae distinet ambiguum.
GIOVANNI COTTA 19,
Ad Cottam veronensem.
Cotta, quem faciles amant Camoenae
Atque amant itidem qui amant Camoenas,
Etsi istic genio beatiore
Inter ambrosias dapes, et inter
Recentes atavos vetus Falernum,
Alta in atria januariorum
Hospes acciperis, facetiasque
Et sales lepidi senis recondis ;
Hic apud tenues meos penates,
Inter Pythagorae accubationes,
Ac coenas Lacaedemonis Lycurgi,
Simplex hospitium est tibi paratum
Laetumque, et nitidum, atque amore plenum.
Haec sunt quae tibi, amice, pollicetur
Cordis ex adyto vetus sodalis.
Ora è un invito che fa l’Anisio ai suoi amici Catosso, Mario,
Scopa, Perillo e Cotta perchè si rechino immediatamente da
lui. Il poeta quel giorno è oltremodo allegro per un fatto suc-
coso non specificato, al quale non doveva essere rimasto estraneo
il Cotta. E, nel caso, deve averne fatto di belle!
Ad Amicos.
Catossum, Marium, Scopam, Perillum
Et Cottam, unanimes meos sodales,
I, papire, voca, jubeque ut, omni
Praetermisso alio negotio, ad me
Cursu praecipiti statim ferantur;
Namque est quo ilia et usque et usque rumpam,
Vel quantum est hominum severiorum.
Quare, si sapiunt, suos amores
Catossus, Marius, Scopas, Perillus
Pauxillum esse sinent sibi otiosos;
Nam Cotta est in amore adhuc ineptus.
I, papire, vora viam; at memento
Dicere ex nimio cachinno ad illos
Non mihi licuisse pervenire.
20 V. MISTRUZZI
Il Cotta era infatti perdutamente innamorato d’una fanciulla,
che aveva conosciuto a Napoli e vi spendeva dietro — se l’Anisio
dice il vero (1) — molto tempo, dedicandole dei carmi pieni di
passione, che veniva man mano dettando. Altri carmi pieni di
brio e di spirito inviava egli all’Anisio per metterlo a giorno
di qualche fatto occorsogli in casa dei Gevara (2) che si prestava
a suscitare il riso e a destar la Musa dell’amico. Coi Gevara
poi scherzava alle spalle di Cosmo su lepidi argomenti come
quello dell’epigramma:
Ridete, o lepidi mei Gevarae,
in cui narrava da lontano il gioco tramatogli per punirlo del-
l'eccessiva gelosia.
Ma questi due carmi, come pure l’ultimo alla sua donna, €
un quarto:
Ocelle fluminum Calor, Calor pulcher
devono essere stati scritti lontano da Napoli, probabilmente, per‘
quel che rilevasi dagli accenni al fiume che bagna il Principato
Ulteriore, in quel di Benevento.
Quella permanenza lontana dalla cara città e dagli amici non
dovette essergli però molto gradita e per alleviarla invitò nel
nuovo soggiorno Cosmo Anisio. E tante furono nell’invitarlo le
lodi e le lusinghe per l’amenità del sito e la dolcezza della vita,
che l’altro si lasciò persuadere e vi andò. Ma fu una delusione.
E Napoli e la sua Cicella incominciarono ad allettarlo e a chia-
marlo irresistibilmente. Colse l’occasione di un carme del Cotta
ai Gevara, in cui era preso amicamente a gabbo e ne scrisse
(1) Vedi il carie dell’Anisio:
Siccine improba te Lycoris urit,
in Cosmi AnisII Poemata, Neapoli, per J. Sultzbacchium Hagenovensem Ger-
manum, 1553, in-4°, 7, da cui furono tolti anche gli altri carmi dell’Anisio.
(2) E il carme: « Ambo dulcia — ne verere — et iidem ».
ci nl
GIOVANNI COTTA © 21
uno de’ suoi a Bernardino d’Alviano, pregandolo di interporsi
per agevolargli il ritorno.
Quale verità sia nascosta sotto i due epigrammi è difficile sta-
bilire. Abbiamo voluto tuttavia indugiare su di essi più di
quanto non sembrerebbe necessario, perchè il carme dell’Anisio
lascia trapelare una notiziola, ben poca cosa, a dir vero, ma
non ostante non priva di importanza per collegare il soggiorno
del Cotta nell’Italia Meridionale con il successivo passaggio alle
dipendenze di Bartolomeo d’Alviano.
Tale carme è difatti indirizzato a Bernardino, fratello del
famoso : condottiere di Todi, del quale pare che l’Anisio fosse
alle dipendenze durante il periodo trascorso col Cotta nel Prin-
cipato Ulteriore. Infatti Cosmo, dopo aver ricordato nei primi
endecasillabi i giorni felici che solea passare in Napoli con la
sua fanciulla, venendo a parlare dello scherzo giocatogli dal-
l'amico, così esclama:
Vale, 0 Cicella;
non posthac tuum Anysium videbis,
ni spes unica Livianus ad te
his illum evocet a malis tenebris.
Non sappiamo se anche il Cotta fosse in relazione con Ber-
nardino d’Alviano. Ad ogni modo basta per noi la notizia che
Cosmo Anisio fosse in amicizia con il monsignor di Nocera.
Intimo com’egli era del Nostro, è probabile che glielo abbia
fatto conoscere e stimare per quel che valeva e gli abbia così
offerto senza saperlo l’occasione di poter più tardi servirsi di
quel prestigio per entrare nelle grazie del fratello.
Questo nel campo delle ipotesi, perchè noi non sappiamo dalle
fonti nè come, nè quando il Cotta entrasse in relazione con Bar-
tolomeo d’Alviano. Sappiamo solo da Paolo Giovio (1) che, pro-
babilmente negli ultimi anni della sua permanenza nell'Italia
(1) Elogia, l. c.: «... secutusque aliquandiu Sanseverinum et Cabanilium
< proceres, transivit ad Livianum », ecc.
22 V. MISTHUZZI
meridionale, fu alle dipendenze del Cabanilio e di uno dei San-
severino, ma ignoriamo in che qualità e per quale durata. Indi
le fonti ci portano d’un tratto al suo trasferirsi al seguito di
Bartolomeo d’Alviano.
Il Giuliari però (1) vuole che prima di portarsi nell’Italia
settentrionale abbia trascorso qualche tempo a Roma. La ra-
gione che lo indusse in quest’opinione credo debba ricercarsi
nella parte avuta dal Cotta nell’edizione della Geografia di
Tolomeo, che usci in Roma negli anni 1507 e 1508; però è da
opporre che egli altro non fece che curare l’emendazione delle
dimostrazioni matematiche contenute nei libri I e VII (2), e che
un simile lavoro non implicava per nulla la sua presenza nella
Città Eterna.
III.
Con Bartolomeo d’Alviano nel Friuli
ed a Venezia.
Il soggiorno di Roma non è ricordato dai biografi più antichi,
i quali tenderebbero piuttosto a far credere che il Cotta abban-
donasse l’Italia meridionale per recarsi a far parte di quell’Ac-
cademia che sarebbe stata istituita da Bartolomeo d’Alviano in
Pordenone. Le notizie vaghe tramandateci a questo riguardo da
P. Giovio (3) e le altre non meno indeterminate di Lilio Gre-
gorio Giraldi (4) diedero adito ai biografi posteriori (5), agli
‘ (1) Due aneddoti, ecc., p.4, e G. Corra, in Protornoteca Veronese, cit., p. 6°.
(2) Lo asserisce B. Silvano nei Prolegomena alla ristampa veneta del 1511.
(3) Op. e loc. cit.: « Transivit ad Livianum, Venetorum ducem, qui Mu-
« sarum liberalis hospes, Academiam in agro Tarvisino ad Portum Naonem
« instituerat... ».
(4) Op. e loc. cit.: « ...in varias Italiae partes peregre profectus, tandem
« Liviano, Venetorum imperatori, adhaesit ».
(5) GiuLiarI, Della lett. ver., p. 262 e Due aneddoti, p. 4; CRISTOFORI,
Op. cit., XII.
GIOVANNI COTTA 93
ultimi specialmente, di lavorare di fantasia, tanto da presentarci
storpiata e ben lontana dal vero la figura storica del giovane
poeta. Non sarà inutile pertanto che, ricorrendo a poche ma
sicure notizie trascurate, o quasi, fino ad ora dagli studiosi,
tentiamo di ricostruirla in quello svolgersi di avvenimenti nei
quali, con palpiti che trovano un riflesso immediato nella pro-
duzione artistica, si svolse la sua attività.
Giovanni Cotta ha tutte le caratteristiche proprie degli ingegni
eminenti dell’età in cui visse. Il secolo decimosesto è il secolo
degli uomini multilaterali e il Cotta appartiene per intero al suo
secolo. In lui, come in molti altri, lo studio d’una disciplina non
assorbe tutta l’attività intellettuale. La sua mente, che spazia
entro ai giardini soleggiati della letteratura latina ed italiana,
ha anche modo di afferrare e di fissare in rigorose dimostra-
zioni astrusi calcoli matematici, e di esprimere in soavi versi
latini gli affetti e i sentimenti più varì. Ma come se tutto ciò
non bastasse, egli non limita la sua attività alla ricerca del vero
o alla manifestazione artistica del bello tenendosi appartato dal
trambusto del mondo, ma vive la vita del suo tempo, disimpe-
gnando i suoi uffici con un entusiasmo che si rivela nell’arte
sotto un riflesso di realtà e di sincerità, che la rende più umana
e più viva. -
Non deve pertanto destar meraviglia se, dopo la vita spen-
sierata condotta nel mezzogiorno d’Italia, lo ritroviamo, non
molto tempo di poi, al fianco di una simpatica figura di condot-
tiero italiano al servizio della Repubblica di Venezia allora lm-
pegnata in un’epica lotta contro lo straniero.
Siamo adunque ben lontani dal credere, come taluno ha fatto,
interpretando malamente il Giovio, che egli fosse stato spinto
a seguire l’Alviano dall’invito di recarsi a prender parte at-
tiva a quell’Accademia letteraria, che quegli avrebbe istituita a
Pordenone. Quand’egli si decise a dare un lungo addio ai cari
amici di Napoli, non aveva dinnanzi al suo sguardo la calma
distesa del piano veneto, nè gli accarezzava l’animo la speranza
d'una vita placida e tranquilla nel lontano Friuli. Davanti alla
24 V. MISTRUZZI
sua mente non era altra visione all'infuori di quella d’una vita
agitata ed incerta fra le sollecitudini della politica e le vicende
della guerra.
Come poi egli piegasse a tale miraggio d’avvenire non è facile
determinare storicamente. Certo è che, se un mutar così improv-
viso e nuovo di vita a noi può sembrare strano ed inspiegato, l’av-
venimento trova la sua giustificazione quando venga pensato nel
tempo in cui si effettuò, quando sia composto, per così dire,
nel suo quadro naturale. L’umanista non è solo il filologo-poeta,
lo studioso, l’innamorato dell’antichità classica o il solitario can-
tore, che persegua il suo ideale di bellezza, incarnandolo nel
verso. Egli deve saper fare di più. Deve mettere il suo sapere
e la sua genialità in contatto diretto con la vita, servendosene
come strumenti per sopperire alle necessità materiali del vivere
di ogni giorno, per innalzarsi al cospetto della gloria. Del resto
ognun sa come ciò fosse un portato naturale dei tempi, favorito
specialmente dall’ambizione dei principi e dei personaggi rag-
guardevoli, ì quali, senza attendere che la grandezza delle opere
compiute tramandasse ai posteri il proprio nome, si facevano
artefici della propria fama, chiamando al loro seguito uno 0
più umanisti (1).
Tale, e non altro fu, a- mio avviso, il movente che indusse
Bartolomeo d’Alviano a condurre seco il giovane e già chiaro
umanista e che piegò quest’ultimo ad accogliere l’invito. E se
più tardi vedremo il condottiero ed il poeta già avvinti in legami
indissolubili d'amicizia, derivati da reciproca ammirazione per
le doti molteplici di cui ciascuno era largamente fornito, non
dobbiamo per questo lasciarci indurre a credere che tale affetto
risalisse ai tempi trascorsi, quando l’uno a Napoli cantava la
sua passione per Licori e l’altro ramingo per varie parti d’Italia,
compiva magnanimi ardimenti pIMEBARCO talvolta il collo audace
al colpì sinistri della fortuna.
(1) BerckuaRDT, Op. cit., I, 193 sgg.
GIOVANNI COTTA 25
Questo periodo trascorso tra il fragore delle armi e i raggiri
della politica al servizio di una repubblica che conservava an-
cora nei suoi istituti un riflesso della grandezza di Roma, doveva
ampiamente riflettersi sul giovane umanista ed esercitare un
notevole influsso sul successivo sviluppo della sua arte. E non
dovette rimanere estranea al nuovo orientamento la comunanza
di vita con il valoroso condottiero, che alla perizia dell’arte
militare accoppiava uno spirito innamorato della civiltà classica,
della quale si studiava di continuare nell’opere le gloriose tra-
dizioni.
Molto probabilmente il Cotta era al suo seguito fin da quando,
di ritorno da Napoli, assumeva nell’aprile 1507 il comando delle
truppe veneziane per la guerra contro Massimiliano. Sappiamo
infatti come egli, dopo l’esito poco felice della lotta condotta contro
i Fiorentini nell'agosto 1505, invitato da papa Giulio II a passare
agli stipendi della Chiesa, rifiutasse la proposta, preferendo servire
la Signoria di Venezia, con la quale, se vogliamo attenerci alle
notizie contenute nei Diarti (1), doveva trovarsi a quel tempo
in trattative. Certo si è che in seguito ad invito rivoltogli dai
Savi del Consiglio (2), era il 15 marzo a Venezia (3) e di là suc-
cessivamente al campo, ove adopravasi ad ordinare le truppe e
ad allestire le difese per far fronte a Massimiliano, nel caso che
avesse tentato l’avanzata nel territorio della repubblica (4). Ma
poichè un tale pericolo si prospettava ancora lontano, aveva
chiesto ed ottenuto licenza di recarsi a Napoli, dove intendeva
agire per riacquistare il dominio della città di S. Marco ingiu-
stamente toltogli (5). Durante questo tempo trascorso a Napoli
dai primi di gennaio agli ultimi di marzo dell’anno 1507, con-
sumato in operose trattative, che gli fruttarono il possesso dei
(1) Diari, VI, pp. 280, 282.
(2) Zbid., p. 293.
(3) Ibid., p. 312.
(4) Ibrd., passim.
(5) Ibid., p. 500 e VII passim, e L. Leos1s, Vita di Bartolomeo d' Alviano,
Todi, A. Natali, 1858, p. 78.
26 V. MISTRUZZI
contadi di Bucchianico e di Manupello, è probabile che ei co-
noscesse per la prima volta almeno personalmente il poeta
veronese e lo invitasse a condividere con luì i pericoli della
guerra e i riposi della pace.
Non possiamo però storicamente stabilire se quest’ultimo se-
guisse tosto il condottiero a Venezia, dove egli giunse il 9 aprile (1),
quando, chiamatovi d’urgenza dai Savi del Consiglio, intimoriti
« per la venuta di Franza di qua dai monti », si accingeva a
rintuzzare l’audacia dell’invasore. Marin Sanudo non ne parla.
Però se di lui mancano notizie nei Diari? fino all'aprile 1508,
non dobbiamo inferirne che solo a questo tempo fosse al seguito
dell’Alviano. Era certamente con lui nel dicembre 1507 o nel
gennaio 1508, quando il condottiero stava organizzando in Udine
le difese contro l’invasore. Con entrambi passava qualche ora
Gerolamo Aleandro, costretto in quella città da una noiosa
causa, e, scrivendone all'amico comune Aldo Manuzio, non man-
cava di mandargli i loro saluti (2).
Quando la figura del Cotta ci si affaccia per la prima volta
entro la moltitudine svariata dei Diari, rimaniamo attoniti
quasi domandando a noi stessi se proprio lui, l'attivo segretario
di Bartolomeo d’Alviano, sia quello stesso poeta gentile che
qualche tempo prima si sentiva vinto davanti alla fanciulla,
che l’aveva ammaliato e ne cantava il fascino in versi d’amore.
Egli ci appare infatti totalmente cambiato.
A questo punto la biografia del Cotta si confonde con quella
del condottiero tudertino, onde, per seguirne meglio l’attività,
converrà richiamarci agli avvenimenti, che s’andavano allora
svolgendo.
Dopo la vittoria del Cadore, l’Alviano portava il campo contro
Cormons. Assalitolo il 12 aprile, vi entrava il di seguente, e di
(1) M. Saxvpo, Diarit, VII, 44.
(2) P. pE NotHac, Op. e loc. cit.: « Il Cotta molto vi saluta, elqual e qui
« con lo illustre segnor Bartholomeo di Alviano, quorum uterque me fanno
« molte chareze », Utini, 1508, Die 4 Januari).
GIOVANNI COTTA 97
là si metteva in marcia per Gorizia. Dopo qualche giorno anche
questa città cadeva e l’Alviano iniziava le trattative per la resa
della rocca. i
Ed ecco a questo punto il Cotta, nella sua qualità di segre-
tario, affaccendarsi per comunicare alla Signoria l’esito delle
medesime. Il 18 aprile è infatti in viaggio per Venezia (1); il
20 recasi presso il Provveditor Generale Giorgio Corner a Gra-
disca (2) e finalmente il 22 è di nuovo a Venezia ad annunziare al
Consiglio la resa del castello (3). Dopo questa breve apparizione
entro al mondo dei Diariî, nessuna notizia sull’Umanista! Pro-
babilmente egli segui il condottiero in tutto lo svolgersi degli
avvenimenti, che lo tennero occupato presso alle truppe in ope-
razioni sempre coronate da brillanti successi per tutto quel
mese e per i seguenti, da prima intorno al castello di Prosecco,
poi sotto alle mura di Trieste, di Fiume e di Postumia.
Intanto per l’Alvîano veniva a scadere il termine della ferma,
ed egli, che già in altre occasioni aveva manifestato il desiderio
di non dipartirsi dagli stipendî di Venezia, essendo sempre oc-
cupato in operazioni militari intorno a Postumia, nè potendo
allontanarsi dal campo, inviava verso il 12 di giugno il suo se-
gretario in Consiglio, con l’incarico di trattare con i Savi un
nuovo accordo (4).
Quale azione svolgesse il Cotta a Venezia è arduoil precisare.
Certo dovette, tornando al suo signore, portare delle proposte
concrete, se qualche giorno dopo, il 25, Bartolomeo d’Alviano
lo rimandava a Venezia per sollecitare la stipulazione del nuovo
contratto in base alle offerte della Signoria (5), contratto che
fu steso la notte del giorno seguente e firmato il mattino del 27
da Leonardo Mocenigo, da Giorgio Pisani e dal Cotta (6).
(1) M. Sanupo, Diarti, VII, p. 426.
(2) Ibid., p. 427.
(3) Ibid., p. 428.
(4) Ibid., p. 556.
(5) Ibid., p. 556.
(6) Ibid., p. 556.
28 V. MISTRUZZI
Quest'ultimo tornava subito a Gorizia, ma qualche giorno dopo
era nuovamente a Venezia, dove trovavasi Pantasilea Baglioni
con le tre figlie accasata nel palazzo di Raffaele Gritti a San
Martino. Quivi riceveva lettere dell’Alviano che lo informavano
del suo prossimo arrivo (1). Non mancò egli di renderne edotti
i Savi del Consiglio, i quali deliberarono tosto di tributare i
dovuti onori al duce valoroso che per lunghi mesi aveva guidato
le milizie della Repubblica di vittoria in vittoria.
Accoltolo il 9 luglio come un trionfatore (2), la Signoria quattro
giorni dopo nella chiesa di S. Marco gli consegnava solenne
mente lo stendardo e il bastone d’argento del capitanato delle
sue genti d'arme (3), il 16 lo nominava gentiluomo del maggior
Consiglio (4), e il 15, a titolo di riconoscenza, lo investiva della
rocca, terra e territorio di Pordenone, mettendogli in dito l’anello
ed in mano la spada, secondo il rito (5).
Le preoccupazioni della guerra erano così per allora cessate,
la città riprendeva il suo ritmo abituale e il duce, che per tanti
mesi aveva profuso sul campo le sue preziose energie, si ritirava
con la famiglia e con gli amici a ritemprare le forze nel feudo
che Venezia riconoscente gli aveva regalato (6).
Non sarà il caso di indugiare a lungo su questa dimora del-
l’Alviano a Pordenone, nè sulla tanto discussa Accademia. Chi
desideri in proposito aver cognizioni più vaste, non avrà che da
leggere quanto è stato scritto dallo Zanella (7) e dal Foffano (8).
Noi ci limiteremo a toccar di essa solo in quanto ha attinenza
con la vita del Cotta e con la sua produzione letteraria.
(1) Diaro, VII, p. 568.
(2) IVib., p. 573 sgg.
(3) Ibid., p. 579 sg.
(4) Ibaid., p. 583 sg.
(5) Ibid., p. 685 sg.
(6) IVid., p. 595 sg.
(7) Dell’Accademia dell’ Alviano, cit., p. 992 sgg.
(8) F. Forrano, Ricerche letterarie; Lettere ed armi nel sec. XVI, Livorno,
1897, p. 43 seg.
GIOVANNI COTTA : O 29
Anima aperta a tutti gli influssi della Rinascita, mecenate ed
amico dei rimatori e — pare — rimatore anch'esso (1), Barto-
lomeo d’Alviano, non appena potè abbandonarsi al riposo di .
Pordenone, si studiò di allietarlo chiamando alla sua corte
distinti letterati. Non è da credere però che egli lo facesse
allora a bella posta. La maggior parte di essi godeva da tempo
della sua principesca liberalità: così, oltre il Cotta, Gerolamo
Borgia, che, invitato a seguirlo fin da quando, giovane ancora,
frequentava l'Accademia Pontaniana (2), lo cantava proprio nel
luglio 1508 (3); così Andrea Navagero, il quale, passato ai suoi
stipendi fin dalla morte del padre, ne godeva da tempo l’ami-
cizia e l'intimità. Indubitatamente costui fu a Pordenone per il
ricorrere che si nota nei suoi carmi in onore dell’Alviano di
accenni al Naucelus e alle Naucelides Musae, che nell’accesa
visione poetica egli aveva ammirato presso alle rive del cantato
fiume (4).
Ora è probabile che tanto Gerolamo Borgia, quanto Andrea
Navagero fossero a Pordenone per quasi tutto il tempo che vi
dimorò, presente o no l’Alviano, la corte del valoroso duce.
Altrettanto non può affermarsi di un altro ospite, il poeta
Marcello Filosseno, che pur della sua permanenza a Pordenone
fa cenno in uno dei suoi sonetti (5). Poco dovette trattenervisi
invece Gerolamo Fracastoro, il quale, se vogliamo attenerci alle
parole del suo biografo (6), fu a Padova lettor di logica certa-
mente per tutto il 1508 (7) e vi dovette rimanere fino a quando,
(1) L. Leon1y, Vita di Bartolommeo d’ Alviano, Todi, 1858, p. 90; ForFaxo,
Op. cit., p. 45 n.
(2) Forrano, Op. cit., p. 49.
(3) V. Cran, Le rime di Bartolomeo Cavassico, Bologna, 1893, vol. I,
p- CCLXXII.
(4) Vedile citate dallo ZANELLA, artic. cit., a p. 992.
(5) Lizier, Marcello Filosseno, ecc., Pisa, 1893, p. 33.
(6) L’Anonimo autore della Vita di Gerolamo Fracastoro premessa all'edi-
zione delle sue opere, Padova, Comino, 1739, vol. I, p. xxtl.
(7) FaccioLati, Fasti gymn. pat., Padova, 1756, I, p. 56.
30 V. MISTRUZZI
chiuso l'Ateneo Patavino per l’imminenza della guerra, fu invi-
tato « honestissimis conditionibus » dal duce ad aggiungersi al
bel numero (1).
Quanto poi alla durata della presunta accademia o per dir
meglio della dimora a Pordenone della corte letteraria di Bar-
tolomeo d’Alviano, ben lontani dall’accettare la data proposta
dal Cristofori (2), crediamo di non andar errati fissandola con
lo Zanella (3) e col Foffano (4) tra il luglio 1508 e il marzo del-
l’anno seguente.
Sappiamo infatti da M. Sanudo che l’Alviano, investito il
15 luglio 1508 del castello e territorio di Pordenone (5), vi si
recava quattro giorni dopo, seguito, il 30 dello stesso mese, da
Andrea Loredano (6) che gliene fece la consegna a nome del
Senato. Probabilmente in quel giorno era a Pordenone « tutta
la sua comitiva » (7). Ma egli non vi dimorò a lungo. Ancora
nella prima metà d’agosto (8) se ne allontanava per informarsi
direttamente della condizione delle truppe e delle difese in Friuli
e, tornato nuovamente tra i suoi, li abbandonava verso la metà
di settembre (9) per invigilare i lavori di difesa e lo stato del-
l’esercito in Cadore. Era certamente di ritorno nel novembre (10).
Or è probabile che in tutte queste peregrinazioni, come era
avvenuto in passato, gli fosse accanto anche il fido segretario.
Intanto sul cielo già terso, qualche nube s’adunava foriera di
(1) Quanto agli altri presunti ospiti di Bartolomeo d’Alviano, cioè l’Aleandro,
il Manuzio, il Musuro, il Cimbriaco, il Delminio, e Flaminio il vecchio, c'è da
dubitare assai. Vedi ForrFaxo, Op. cit., p. 50 sg.
(2) Op. cit., p. 21.
(3) Op. cit., p. 990.
(4) Op. cit., p. 44.
(5) Op. ctt., VII, p. 585 sg.
(6) Op. cit., VII, p. 598.
(7) Per dieci giorni l’Alviano « fu trattato con tutta la sua comitiva a
« spese della Comunità ». Vedi Forrano, Op. cit., p. 44.
(8) Diari, VII, 613 sg.
(9) Id., VII, 533.
(10) 18., VII, 659.
GIOVANNI COTTA 31
tempesta. Il Senato, preoccupato alla notizia di una imminente
invasione di stranieri, il 4 gennaio 1509 (1) invitava Bartolomeo
d'Alviano a Venezia per averne l’autorevole parere. Egli dovette
fin d'allora rendersi conto del pericolo che minacciava la Repub-
blica, se, dopo averne avuto l’autorizzazione dal Senato, inviava
il Cotta a Roma per guadagnare agli stipendî di Venezia Pro-
spero Colonna ed altri (2). Il fido segretario era già di ritorno
il 25 febbraio (3), e dovette bentosto accorgersi che, non fosse
altro, per qualche tempo, la quiete di Pordenone stava per
cessare.
Le preoccupazioni per una nuova ineluttabile guerra tenevano
già occupati gli animi di tutti e le sollecitudini della difesa,
succedute alla quiete abituale degli spiriti, distraevano le menti
dagli ozi delle lettere belle e dai piacevoli conversari. Il duce
che fino a quel tempo aveva alternato il suo riposo con lunghi
periodi di assenza, d’allora in avanti non faceva a Pordenone
che una brevissima comparsa.
Il 22 marzo (4) vi fu per l’ultima volta e forse il Cotta lo segui
in quel paese dove il suo canto ora fiero e sonante, ora sner-
vato e languido avea risuonato con quelli appassionati del Na-
vagero. Era il commiato. E chi mai avrebbe allora immaginato,
mentre la corte sì congedava da Pantasilea Baglioni, che la più
dura prigionia sarebbe stata riserbata dopo due mesi al valoroso
condottiero e che il fido segretario ed amico, dopo aver invano
errato ambasciatore fra i vincitori ed i vinti, avrebbe finito così
giovane i suoi giorni nella lontana Viterbo?
(1) Diari, VII, 711.
(2) Il Cotta doveva essere già a Roma ai primi di gennaio, perchè verso
l'8 di quel mese gli oratori veneti mandavano al Senato i capitoli del con-
tratto. Diari, VII, 748.
(3) Ziarii, VII, 752.
(4) Diari, VIII, 29.
32 V. MIBTRUZZI
IV.
Dopo la battaglia di Ghiaradadda.
Quando nei Diarii di Marin Sanudo si riaffaccia la figura del
nostro umanista, l’esercito della Repubblica, vinto e sfasciato il
14 maggio a Ghiaradadda, calca in disordine le vie del ritorno,
mentre i Francesi, contro i quali il fior fiore delle milizie d’Italia
e d'Albania hanno avuto impeti insperati di ardimento, premono
con piè vittorioso il nostro suolo ed occupano una dietro l’altra
le città della Lombardia e della Venezia. Per la Serenissima i
giorni si susseguono sempre più neri nell’apprensione di un
domani ancor più pauroso.
Eppur non credo che inferiore al dolore dei patrizî veneti
fosse quello di Bartolomeo d’Alviano, che a Venezia aveva dato
il suo braccio con entusiastico trasporto e che allora giaceva
prigioniero nelle mani del vincitore, mordendo i lacci in cui,
di certo involontariamente, anche il Senato Veneto era concorso
a gittarlo con quel suo improvvido ingerirsi (1) nel piano di
azione, che era stato causa non ultima del disastroso rovescio.
E il Cotta?
Scampato per miracolo alla furia del vincitore, perduti nella
.rotta ì suoi manoscritti (2), si metteva tutto a disposizione del-
l’Alviano, il quale, desideroso com’era di riacquistare la libertà
allo scopo di ritorcere sui Francesi la sconfitta PRU: lo inviava
a Venezia a pattuirne il riscatto.
(1) Leona, Op. cit., p. 96.
(2) Tale notizia, che io tolgo dal GIULIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4 e dal
Tommaseo, Dizionario estetico, 1860, vol. I, p. 98, deve essere stata dedotta
dai due citati scrittori da questo passo di Pierio VALERIANO: « in ipso aetatis
« flore [Cotta] defecit, scriptis eius et hic, et illic magna ex parte dissipatis.., »
(De litteratorum infelicitate, 1. I), che, come si vede, non si riferisce però ad
alcun termine cronologico.
GIOVANNI COTTA 33
Ve lo troviamo di fatti il 21 di maggio (1), occupato, in collegio,
a rendere giustizia al valoroso prigioniero e a difenderlo dalle
colpevoli accuse, che taluno, in mala fede o ad arte, aveva su-
surrate sul suo conto, per addossargli la grave responsabilità
della sconfitta. Indi, venendo a parlare delle ragioni che avevano
precipuamente determinato la sua venuta, espone un suo disegno.
L’Alviano giaceva prigioniero in balia del nemico, custodito da
genti di Guascogna. Non potrebbe egli parlare con i Guasconi
prigionieri dei Veneziani e con il loro capitano, molto amato dai
suoi, e trattare lo scambio? La proposta era pratica e presen-
tava anche per la Serenissima, cui la cattura del condottiero
aveva causato un vuoto incolmabile, dei grandi vantaggi. Non
si esitò pertanto ad accordare il permesso. i
Da questo momento, per un mese circa, l’attività del poeta
sì concentra in lunghe e noiose trattative per strappare ai
Francesi il disgraziato prigioniero. Cercò egli innanzi tutto di
abboccarsi con i prigioni ed esposte al cavalier Bianco. (2) le
ragioni che avevano determinato la sua venuta, chiesegli che
l'accompagnasse, per essergli d’aiuto. Se ne andò poi a Venezia
e, messosi d'accordo con il Senato (3) sulle condizioni che dove-
vano servir come base dello scambio, proseguì alla volta di
Peschiera. Ma quanta ostilità non incontrò qui nei superbi vin-
citori! Il sogno accarezzato da una decina di giorni doveva
proprio sfasciarsi al suo primo discendere in contatto con la
realtà. Alla proposta segui il più categorico rifiuto e la dichia-
razione che il re non avrebbe permesso che nè per il condottiero
della Repubblica, nè per gli altri, che erano caduti prigionieri
nella giornata di Ghiaradadda, si parlasse di scambio. La risposta
era tale da non lasciare adito alcuno alla speranza. Lasciò: egli
tuttavia il cavalier Bianco perchè con la sua influenza si adope-
(1) M. Sanupo, Diarit, VIII, 293.
(2) Antonio d’Arces, capitano di 500 fanti francesi, detto il cavalier Bianco.
Cfr. Saxrpo, Diari, VIII, 612.
(3) M. Sawxopo, Diarit, VIII, p. 313.
GHornale storico — Suppl. n° 23. 8
34 V. MISTRUZZI
. rasse a raggiungere quello a cui l’opera propria non era approdata
e ritornò sui suoi passi.
Il 4 giugno fu in Senato (1). Giustificò l’assenza del prigione
francese, indi espose l’esito della sua ambasciata e le contropro-
poste dei nemici. I ministri del re di Francia l’avevano infatti
incaricato di trattare con la Serenissima lo scambio dei prigio-
nieri francesi con quelli tra i prigionieri veneziani che erano
caduti in loro mano prima della rotta di Ghiaradadda, tra i quali
erano due Morosini, un Gradenigo, Nicolò Memo e, se il Cotta
ben ricordava, anche Alvise Bon, già podestà di Casalmaggiore..
Con questa deposizione l’attivo segretario esauriva il mandato
affidatogli. Ma egli era ben lontano dall’appagarsi della solu-
zione che minacciava di incontrare la causa da lui patrocinata.
D'altra parte anche al Senato stava a cuore, non meno che a
lui, la liberazione del capitano. Fu pertanto deciso che il Cotta
tornasse nuovamente al campo nemico per pattuire la libera-
zione auspicata e, se ciò non fosse assolutamente possibile, per
trattare lo scambio anche di Alvise Bon.
Così fece e l’11 giugno era già di ritorno con il cavalier Bianco.
Ma la deposizione fatta da quest’ultimo sull’esito delle sue trat-
tative e pressioni non fu per nulla diversa da quella del Cotta
di sette giorni prima. Anche il re, come già i suoi ministri, era
‘ irremovibile. Così la speranza del Senato e del poeta rimaneva
per la seconda volta frustrata. Ma né gli uni, nè l’altro inten-
devano arrendersi così presto alle controproposte del re, accennate
più sopra. Il Cotta poi non voleva da parte sua lasciar alcunchè
di intentato. Chiesta licenza per sè e per il condottiero francese
ed avutala, si dispose a partire il giorno dopo per il campo ne-
mico-in cerca di miglior sorte (2).
E ritentò, ma invano. Non c’era più speranza. Con l’animo
accasciato lasciò Peschiera il 17 giugno (3) e fu allora che, prima
(1) M. Sanxupo, Diari, VIII, 346.
(2) Diwarii, VITI, 391.
(3) Diari, VIII, 424.
GIOVANNI COTTA 85
di partire, nel doloroso naufragio delle nuove proposte di cui
era andato ambasciatore, volle chiedere al re una grazia. Nella
nobiltà dell’animo suo mal tollerando la lontananza e forse la
separazione per sempre dal valoroso condottiero del quale da
qualche anno era divenuto il confidente e l’amico, si offerse a
condividere con lui le sorti della prigionia. Espose egli il suo
proposito e il re, percosso forse da tanta grandezza di spiriti,
diede alla generosa proposta il suo assenso.
Angosciato per l’esito infelice delle sue ambasciate, contento
d'altra parte di aver con la dolorosa nuova una consolante no-
tizia da comunicare, si avviò il Cotta alla volta di Milano, ove
trovavasi il suo signore. Ottenuto il permesso di visitarlo, lo
informò di quanto lo poteva interessare e gli comunicò che
sarebbe stato felice di essergli per l’avvenire compagno nelle
angustie della prigionia. Senonchè l’Alviano, che bramava forse,
prima di partire per la terra di Francia, scagionarsi ancora
dell'esito malaugurato dell’ultima impresa e che desiderava met-
tere la Repubblica a conoscenza di alcuni fatti venutigli agli
orecchi, dai quali aveva tratto fausti auspici, lo inviò per l’ul-
tima volta a Venezia.
Quivi il Cotta si fece interprete fedele dei desideri del suo
signore. La sua parola, giuntaci trasformata e riassunta attra-
verso le memorie del Sanudo (1), è l’ultima eco dolorosa dell’in-
felice lontano. Non essendo riuscito a riscattarne a Peschiera
la libertà, il Cotta ne riscatta in Consiglio la fama. L’accenno al
tradimento nella giornata di Ghiaradadda, appena sfiorato nella
relazione del 21 maggio, qui viene specificato e la prima respon-
sabilità del sinistro rovescio viene riversata sui soldati bresciani
e specialmente su Giacomo Secco.
Non istarò qui a riassumere tutto quello che il Cotta espose
nella sua deposizione. Noterò solo che egli si trattenne qualche
giorno a Venezia in attesa che il Senato decidesse dello scambio
I
(1) Diari, VII, 418 sg.
36 V. MISTRUZZI
dei prigionieri (1) e che nel frattempo si recò presso Pantasilea
Baglioni a portarle il saluto del marito lontano ed a comunicare
anche a lei il suo divisamento (2).
Indi si partì alla volta di Milano.
Giunto, inutilmente egli attese alla porta del castello (3), entro
il quale, in compagnia d’un francese, stava rinchiuso l’Alviano.
La speranza di poter accedere alla prigione desiderata, acca-
rezzata da tempo, si andava di giorno in giorno indebolendo
fra le strette di un timore, che doveva divenire realtà. Alle
naturali pressioni per ottenere il permesso di accompagnarsi
al suo signore, seguì il più categorico rifiuto e l'allontanamento
da Milano del prigioniero (4).
Se così fu realmente, l’atto ingeneroso e sleale del re di
Francia dovette e nell’Alviano e nel Cotta suscitare un senti-
mento di nobilissimo sdegno, di cui sarebbe l’eco più genuina
nell’accento fiero e vibrante dell’elogio di Paolo Giovio. Tuttavia
è da notare che, all'infuori di costui, nessuno dei biografi del
tempo, amici del Cotta e che, senza derivare dall’elogista, di
lui s'occuparono e scrissero, ne fa cenno (5). Fu adunque un’in-
venzione del Giovio? Certo la sua affermazione non è del tutto
esatta, perchè sappiamo per certo che l’Alviano ebbe e i libri
e la penna, tanto è vero che durante i tristi ozî del carcere
stese alcune sue memorie e alcune considerazioni sull’arte della
guerra (6). Fu allora il Giovio indotto in errore? Può darsi che,
non riuscendo a spiegarsi la presenza del Cotta a Viterbo, mentre
(1) Diari, VIII, 481.
(2) Diari, VIII, 475.
(3) Diarù, VII, 544.
(4) Vedi a questo riguardo P. Giovio, Op. e loc. cit.: « Ad Abduam autem,
« ex ipsa Gallorum victoria, Liviano fuso captoque, Cotta insigni pietate se
« totius calamitatis et carceris comitem obtulit. Sed Galli inhumana acerbi-
« tate non misero tantum comitem, sed libros et calamum, ac omnia denique
« tenebrosi otii solatia denegarunt ».
(5) Vedi, ad es., il GiraLpr, Op. e loc. cit.: « Sed capto Liviano a Gallis,
« illius mandato ad Julium pontificem profectus, morbo interiit ».
(6) Vedi Navacero, Orationes, Venetiis, 1555, p. 10.
Di o n rn i ai
GIOVANNI COTTA 87
l’Alviano trascorreva i suoi giorni in prigionia, abbia pensato
a quel rifiuto; ma noi non abbiamo documento alcuno per de-
cidere in merito. Certo si è che il Cotta non ne fa cenno nella
relazione del 2 agosto riassunta dal Sanudo (1) e che tutti gli
altri biografi, che non attingono al citato elogio, riferiscono che
egli mori mentre, inviatovi dall’Alviano, recavasi ambasciatore
a Viterbo presso Giulio II (2). Ed io mi sento spinto a condi-
videre quest’opinione, almeno fintantochè non vengano alla luce
documenti che servano ad illuminare questo oscuro periodo.
Osserviamo però che le notizie di cui ora siamo in possesso
sono tutt’altro che esplicite e sicure, perchè ricavate general-
mente per via di induzioni su scarsi accenni degli antichi bio-
grafi. Così, mentre, per citarne uno, il Giuliari (3), accettando
le notizie fornitegli dal Giovio ed, in parte, dal Giraldi, am-
mette che il Cotta, dopo il rifiuto avuto dal re, si sia recato a
Viterbo con mandato speciale dell’Alviano, i Diariî di Marin
Sanudo sembrano escluderne la possibilità. Difatti un’informa- .
zione da Milano del 23 luglio (4) dice che l’Umanista non era
riuscito ancora, a quella data, ad entrare nella rocca ov'era
l’Alviano e dalla quale, secondo una successiva deposizione fatta
in Collegio dal Cotta stesso (5), quegli sarebbe stato allontanato
il 22 dello stesso mese. Dunque il Cotta non avrebbe potuto
abboccarsi con lui e non avrebbe, di conseguenza, potuto ricevere
da lui l’incarico di recarsi a Viterbo. E con ciò cadrebbe la
versione del Giovio e del Giraldi e di tutti coloro che ad essi
informarono i loro scritti. Senonchè potrebbe darsi, ed io così
penso, che la data 23 luglio, sotto la quale ci è stata traman-
data quella informazione, si riferisca al tempo in cui la notizia
giunse a Venezia. Ed in questo caso i Diarii, se non confermare,
(1) Diari, IX, 10.
(2) L. G. GrraLpiI, Op. e loc. cit.
(3) Due aneddoti, ecc., p. 4.
(4) Diari, VIII, 544.
(5) Diarù, IX, 10.
38 V. MISTRUZZI
parrebbero non escludere la veridicità della versione suac-
cennata.
Certo si è che il Cotta, dopo la partenza dell’Alviano per la
Francia, recavasi a Venezia, dove giungeva il 2 agosto (41) e pre-
sentavasi in Collegio per farvi quella deposizione, che fu rias-
sunta molto sommariamente nei Diarii. E questa è l’ultima no-
tizia precisa che sul conto del poeta ciì sia stata tramandata
da Marin Sanudo.
Dal 2 agosto in poi la tenebra più fitta ci vieta di seguire i
passi del nostro umanista. Che cosa abbia fatto fino all’agosto 1510
non ci è dato sapere e vane son riuscite le ricerche tentate
per colmare questa lacuna. Però, se osserviamo ben bene, non
mancano gli elementi per tentare un’ipotesi. L'ultima notizia
che leghi la memoria del Cotta all’anno 1509 e l’unica del 1510
si. riferiscono entrambe a trattative da lui esperite per togliere
di mano ai Francesi il prigioniero. Non sarà pertanto da rite-
nersi arrischiata la congettura ch’io fo, che cioè egli abbia speso
buona parte del suo tempo in favore di Bartolomeo d’Alviano.
Così, per entro all’oscurità, giungiamo al momento della sua
morte, che dicesi avvenuta — in questo le fonti e gli ultimi bio-
grafi sono d’accordo — per mal contagioso a Viterbo, ove egli s'era
recato con speciale mandato dell’Alviano, allo scopo già detto.
Sulla data della morte i biografi sono invece ben lontani dal-
l'essere concordi e v’ha chi la pone al 1510 (2) e chi all'anno
dopo, come fece Nicolò Tommaseo (3) per un’errata interpreta-
zione della fonte più autorevole, il Silvano. Così v'ha pure chi
la pone al ventottesimo (4) anno della vita del poeta e chi al
trentesimo (5) e chi infine al trentunesimo (6). Come si vede,
(1) Diara, IX, 10, 11.
(2) GivLiarI, Della letter. veron., p. 262; Giov. Cotta, in Protom. Veron.,
p. 67; Due aneddoti, ecc., p. 4; CrisTOFORI, Op. cit., p. xI.
(3) Dizionario estetico, I, p. 98.
(4) MAFFEI, Up. cit., p.376; GivLIARI, Due aneddoti, ecc., p. 4.
(5) GiuLIARI, Della letter. veron., p. 262; CristoFORI, Op. cit., p. x.
(6) GivLiari, G. Cotta umanista, cit., p. 67.
GIOVANNI COTTA 39
la stessa discordanza che abbiamo notato circa l’anno di nascita,
troviamo presso a poco anche qui per quella di morte. L'auto-
rità di Bernardo Silvano, alla quale ci siamo appellati più d'una
volta, ci toglierà anche qui d’imbarazzo (1).
Ed in che mese mori? Ecco: sappiamo dai Diari di Marin
Sanudo che Giulio II, partito da Roma la mattina del 18 agosto,
il 25 era già in viaggio per Viterbo, dove giungeva sicuramente
il 27, perchè proprio in quel giorno l’oratore veneto arrivato
col papa ne informava per lettere la Signoria. Vi sì trattenne
pochissimo, perchè il 30 di quello stesso mese mettevasi in
viaggio per Montefiascone (2). Ora è probabile che il Cotta,
sapendo della venuta del papa a Viterbo, si sia recato colà ad
incontrarlo e che, colto dal male, vi sia morto (3).
Se così fu, come tutto lascia credere, la sua morte deve porsi
agli ultimi d'agosto o ai primi di settembre del 1510.
Sempre vane risultarono le ricerche tentate prima dal Giuliari
ed ora da me per sapere dove furono sepolte le sue spoglie e
se di qualche scritta fu onorata la sua tomba. Lorenzo Scradero
cita veramente un epitafio di tre distici, che dice posto sul suo
monumento nella Cattedrale di Verona, ma non trattasi che del
noto epigramma del Sannazaro «non a questo fine composto » (4).
Se però il tempo non ha permesso che giungesse fino a noi
il ricordo del suo tumulo (3), non è stato tanto edace da cancellare
tutte le vestigia che tracciò quel trapasso. Quando la notizia
della morte del giovine poeta si sparse per le regioni della
(1) Prolegomena alla Geographia ProLomAEI, cit.
(2) Tutte queste notizie ricavo dal Saxtpo, Op. cit., vol. XI, pp. 1%9,
198, 262, 278.
(3) Si noti che cosa dice il Giovio, Op. e loc. cit.: « quum ad Julium
« Pont. pervenisset, paucos post dies oborta pestilenti febre, ... interiit ».
(4) Due aneddoti, ecc., p. 4. |
(5) Vedi Marri, Op. e loc. cit. Io sono indotto a credere che il poeta non
abbia avuto altro riposo all'infuori di quello di una tomba comune; ricorda:
<« heu, Cotta, iacebis ignotos inter tumulos » di Basilio Zanchi (Poemata,
Berg., 1747, p. 118 sg.).
40 V. MISTRUZZI
Penisola, fu d'ogni parte una voce di compianto, cui s’accom-
pagnò una elegante corona di carmi e di epitaffi dettati per
l'occasione. Non si pretenderà che io li riproduca qui e neppure
che li citi, accontentandosi il lettore di vederli riprodotti nella
lodata edizione del Morelli (1). Neppure indugerò a ricordare
gli onori con i quali Verona e Legnago vollero manifestare la
loro ammirazione per il disgraziato poeta (2).
Noterò soltanto che un monumento più duraturo dei marmi
e dei colori con cui ha voluto, fin dai tempi che di poco se
guirono la sua morte, onorarlo la patria, elevò a sè stesso il
Cotta con i carmi latini, monumento che ancor oggi, dopo
cinque secoli di storia, attira, se non l'entusiasmo, certo l’am-
mirazione dei posteri.
V.
Le opere di erudizione e i carmi latini.
Non v’ha, io credo, scrittore italiano, sulle cui opere la sorte
avversa abbia tanto imperversato e cui la gloria abbia reso la
dovuta giustizia, come Giovanni Cotta, il quale, costretto negli
ultimi anni di sua vita ad errare d'una in altra parte d'Italia
per delicate missioni, giunse al momento dell’immatura sua
morte senza aver raccolto per le stampe i frutti del suo ingegno
e della sua vasta erudizione.
Le vicissitudini militari e politiche di quel fortunoso anno 1509,
che per qualche giorno parve a taluno l’ultimo della veneta
libertà, non dovettero essere senza tristi effetti per l’opera let-
teraria di Giovanni Cotta. La rotta di Ghiaradadda — se vogliamo
credere al Giuliari (3) e al Tommaseo (4) — fu una duplice
(1) Vedine enumerato qualche altro dal GieLiaRrI, Due aneddoti, ecc., p. 10.
(2) Vedi GivLiarI, Due aneddoti, p. 11, come pure E. Cessi, Op. e loc. cit.
(3) GruLiarI, Della letterat. veronese, ecc., p. 262 e Due aneddoti, p. 4.
(4) Dizionario estetico, cit., I, 98.
GIOVANNI COTTA 41
sciagura per lui, in quanto in essa e perdeva il suo illustre
‘mecenate ed amico, Bartolomeo d’Alviano, prigioniero dei Fran-
cesi, e lasciava sul campo in balia del nemico i libri e i ma-
noscritti, che dovevano contenere non solo la sua opera origi-
nale, ma anche i suoi lavori di erudizione.
Datosi infatti fin da giovane ad una vita laboriosissima, con
assidue letture e commenti di classici latini e greci, egli si
metteva in grado di dare alle stampe, prima ancora d’essere
pervenuto al ventennio, alcune Annotazioni a Properzio, che
avrebbero dovuto vedere la luce nel 1500 a Venezia nella stam-
peria di Giovanni di Tridino (1). Il Giuliari citò questa stampa
al n° 386 del suo lavoro su La letteratura veronese al cadere
del sec. XV senza averla mai veduta, giovandosi della partico-
lareggiata descrizione che ne diede L. Hain (2). Ma il Maffei,
che l’ebbe tra mano e la citò nella Verona illustrata, osserva
che le Annotutiones in Propertium tum per Domil. Calde-
rinum, tum per Joannem Cottam Veron. promesse in prin-
cipio, poi non si leggono. Ed anche il Graesse ne rileva la man-
canza (3).
Quella stampa, divenuta rarissima già al tempo del Maffei, io
non riuscii a rintracciare che in due esemplari, di cui uno nella
biblioteca Vaticana ed uno nell’Universitaria di Bologna (4), del
tutto simili a quella descritta dal Graesse. Mancano quindi
anche qui le Annotazioni cottiane. Tutto pertanto fa credere che
l'opera del Cotta non abbia mai veduto la luce. Però, anche am-
messo ciò, il suo solo annuncio sulla raccolta veneta del 1500,
cui cooperarono ingegni di indiscusso valore, sta a dimostrare
la soda cultura del giovane e l’importanza della sua opera.
(1) TistLuus, CattLLUS et ProOPERTIVS cum Comm. Bern. Cillaenii, Anth.
Parthenii, Palladii et Phil. Beroaldi, ecc., Venetiis, per Joann. de Tridino,
1500, die vero XIX Madij, in f.
(2) Repertorium bibliograph., ecc., vol. I, parte I, J. Renouard, 1827, p. 78.
(3) J. G. Ta. Grasse, Trésor des livres rares et precieux, Dresde, 1861,
tomo II, p. 86.
(4) Sono gli incunabuli: barberiniano B.B.B., V, 26 e A.V. R., VI, 14.
42 | V. MISTRUZZI
Pochi anni dopo esce a Roma, con i tipi di Bernardino Vitali,
la Geografia di Tolomeo (1), in cui ebbe parte anche il Cotta.
Ed è questa la sola opera umanistica, che, fra tante, ci sia ri-
masta di lui. Fra gli illustri, che diedero mano a quell’edizione,
sono da annoverare Marco Beneventano, Scipione Carteromaco,
Cornelio da Viterbo.
Il Beneventano, dotto monaco celestino, trovandosi dinnanzi
a certe gravi difficoltà per condurre a termine quella pubblica-
zione, sì prese per compagno nello scabroso cammino il Cotta (2),
che, dottissimo nel greco e nel latino ed esperto altresì nelle
discipline matematiche, poteva essergli di grande aiuto in quella
fatica, come fu realmente. Per fortuna sappiamo anche quale
parte dell’edizione curò il Nostro, perchè un amico, Bernardo
Silvano da Eboli, scrivendone nel marzo 1511 per la ristampa
veneta (3), quando già il Cotta era morto, volle ricordata la
parte di lavoro che v’ebbe e che consiste nelle emendazioni
alle dimostrazioni matematiche, che trovansi nel capitolo primo
e nel settimo (4).
Non starò qui a descrivere minutamente quella stampa e a
= — — _—T —
(1) ProLomari CLaudii Geographia, Romae, per Bernardinum Venetum
de Vitalibus die 8 sept. 1507, in fo. Poichè la copia, che ho potuto consul-
tare alla Bibl. Comunale di Verona, ha perduta la carta, ove sono le indica-
zioni bibliografiche, fui costretto a ricopiarle come le dà il GivLIari nel suo
vol. Della lett. ver. al cadere del sec. XV, p. 263.
(2) Lo si rileva da una epistola dello stesso Beneventano a Giov. Badoer,
patrizio veneto, che sta premessa : « et quia opus ipsum erat perquam difti-
« cile, socium viae et laboris comitem assumpsi Joannem Cottam Veronensen.
« utriusque linguae doctissimum virum et mathematices consultissimum, cujus
« adminiculo fultus, omnem operam exacte visus sum mihi praestitisse ».
(3) ProLomaer CLaupa Geographia, Venetiis, per Iacobum Pentium de
Leuco, anno 1511, die vero 20 mensis martii, in f.
(4) Ecco qui le parole di Bernardo Silvano: e Quod vero in iis, qui ab
« ipso (cioè Marco Beneventano) castigati sunt, libris, mathematicae illae
« demonstrationes, quae in primo et septimo libro sunt, emendatae admodum
« leguntur; id non illi, sed Ioanni Cottae referri debet acceptum, qui ea luca
« emendavit: neque enim aut ingenio, aut eruditione cuiquam nostra setate
« Cotta noster cedebat ».
-
GIOVANNI COTTA 43
mettere in rilievo la parte avuta dal Cotta. È in-fo/i0 grande con
33 tavole incise dal Buckinck e dal Ruisch, ed è ritenuta
«splendida » dai bibliografi. Fra le tavole, per lo più colorate,
è la Mappa del Nuovo Mondo, la prima — secondo il Reumont (1)
— che si conosca.
Oltre i lavori citati, che ebbero la fortuna di vedere la luce,
altri il Nostro ne curò, che andarono smarriti prima ancora che
avessero l’onore della pubblicazione, come le Annotazioni a
Plinio, ricordate da Paolo Giovio (2) e da Onofrio Panvinio (3),
e le Orationes (4), forse di carattere politico, che erano ancora
lette nella seconda metà del sec. XVI.
Queste opere di erudizione giovarono al Cotta in quanto, come
abbiamo veduto, concorsero ad accaparrargli l'ammirazione di
dotti illustri (5); ma la sua fama è legata principalmente ai
carmi latini, pochi, ma buoni,. che ebbero fino ad oggi la fortuna
di una quarantina circa di edizioni.
Quando Giovanni Cotta venne a morire nell’estate 1510, nes-
suno di codesti carmi latini aveva veduto la luce. Dovevano
però da qualche tempo circolare manoscritti, specie nelle mani
degli amici, che egli contava numerosi non tanto nell'Italia set-
tentrionale quanto nella meridionale ed in numero forse ben
più rilevante di quelli oggi posseduti.
Abbiamo già veduto da un epigramma dell’Anisio come molti
di essi fossero andati, non si sa come, smarriti e se ne lamen-
tasse la perdita subito dopo la sua morte.
(1) A. Revmont, Bibliografia dei lavori pubblicati in Germania sulla Storta
d’Italia, Berlino, 1863, p. 131.
(2) Elogia, cit.
(3) Op. cit. Ma la sua testimonianza non ha alcun valore perchè deriva
persino nelle parole dal citato elogista.
(4) P. Giovio, Elogia, cit.: < Orationes eius extant; et in Plinium erudita
‘ scholia perierunt »; O. Panvinio, Ant. veron.: « Item orationes aliquot, quae
<«exstant... et in Plinium erudita scholia, quae perierunt, edidit ».
(5) Lucervs Veron. Epistola ad Petrum Bembum, cit.; B. SILVANUS, Op.
cit.; P. VaLerIancs, Op. e loc. cit.; M. Grazzo, Cronica, loc. cit.
44 V. MISTRUZZI
Probabilmente un carme latino perduto aveva inviato al-
l’Anisio il Cotta chiamandolo :
nomine quo toties appellavere Catullum
dando così l'argomento all’altro dell'amico in risposta al suo
conservatoci nell’edizione napoletana del 1533 (1).
A dispersione di scritti, senza però specificarli, accenna —
come abbiam veduto — anche Pierio Valeriano (2), scritti che
potrebbero essere quelli ricordati più sopra o quell’opera poe-
tica di vasta orditura, la Chorografia, ricordata da P. Giovio (8)
e da O. Panvinio (4), di cui nulla sappiamo all’infuori del titolo.
Tuttavia la fama, che a Giovanni Cotta derivò dai pochi carmi
rimasti e dalla stima in cui critici illustri li tennero in ogni
secolo, si tramandò ai posteri e si sostiene tuttora in grazia di
quel sentimento profondamente e perennemente umano, che ne
è la caratteristica fondamentale..
I primi che noi incontriamo seguendo l’ordine cronologico,
sono quasi certamente i due epigrammi a Marin Sanudo, e sì
ricollegano al tempo del camerlengato di costui a Verona. Sono
quindi del periodo che corre tra i primi di aprile del 1501 e
ì primi di settembre dell’anno seguente (5).
Il giovane ventenne, che — come abbiamo avuto agio di notare
a suo luogo — trovavasi allora in città forse per ragioni di studio,
in breve correr di tempo entrava in amicizia con l'illustre ve-
neziano. Aveva il Sanudo già terminato di scrivere le sue Vite
dei Dogi, e s'era da qualche anno addossata l’immensa opera
dei Diartî. Il Cotta, seguendo uno dei mali vezzi d’allora, al
quale s’inchinavano ossequiosi anche i più eletti ingegni, am-
(1) P. 9.
(2) De litteratorum infelicitate, cit.
(3) Loc. cit.: « Chorographiae opus nobile versibus inchoatum... (periit) ».
. (4) Loc. cit.: « Chorographiae... opus nobile verzibus inchoavit ».
(5) R. MuRaRI, Due epigrammi, cit.
GIOVANNI COTTA 45
mirato di tanta opera, compose un epigramma (fì per congra-
tularsene vivamente.
Il carme, sobrio e concettoso. raccoglie nel giro dì qualche
distico la materia storica, che diede sviluppo alle Vite deî Dogi
e, dopo un breve accenno a quello che dovrà essere l'argomento
dei Diarii, si chiude con una caldissima lode al Sanudo, che,
eternando nelle sue opere l’età incalzante con un poderoso fre-
mere di lotte, rende immortale il suo nome e si accomuna agli
Dei. L’epigramma, libero da ricordi mitologici, compassato e
solenne nell’accenno alle vicissitudini belliche del tempo tras-
corso, nelle quali si rivelò il valore veneto, culmina nel quinto
distico, in cui è messo in rilievo il grande merito dello storico
e l’importanza della sua opera. Indi, abbandonato il procedere
grave dei primi versi, con movenze più sciolte scende a tributare
al Sanudo le accennate lodi.
Lodi in vero meritate in parte, non però così come il Cotta
le tributò, parificando il Sanudo a un Dio; ma a lui, giovane
ancora, vissuto sempre tra la famiglia e la natia borgata, il pa-
trizio veneto, che a Verona era divenuto per le sue belle doti
il desiderato dei circoli letterari (2) e che, già chiaro per dotte
opere, stava allora raccogliendo le gesta di tutta intera un’età
in un’opera, cui solo il confine della terra era limite, dovette
sembrare ancor più grande di quello che in realtà non fosse.
Onde per questo e per la considerazione dell'età ancor giova-
nile in cui l’epigramma fu composto, non ci sarà vietato l’essere
indulgenti. Del resto tali erano i tempi, che l’esagerazione nel-
l’encomiare come nel biasimare era un fatto comune, sia in prosa
che in verso. E la lode del Cotta, tanto era allora di moda l’in-
nalzare al cielo anche chi era poco degno della terra, pur di
averne protezione o quattrini, non dovette parere ai contempo-
ranei, come a noi sembra, un’intollerabile adulazione.
(1) « Magna quod innumeris implere volumina rebus ».
(2) Mtrari, Marin Sanudo e Laura Brenzoni Schioppo, nel Suppl. n° 1,
Pp- 145-148 di questo Giornale.
46. V. MISTRUZZI
Non è questo l’unico epigramma che il giovane poeta dettasse
per Marin Sanudo. Quando il patrizio veneto commise ad un
pittore rimastoci ignoto quel quadro che suscitò tante voci di
plauso tra gli umanisti veronesi (1), anche il Cotta, chinan-
dosi a uno degli usi del tempo, che faceva accumulare, anche
per futili argomenti, versi su versi (2) e che era già in voga
nel secolo precedente, volle manifestare al Camerlengo la sua
ammirazione con un epigramma (3), il cui pregio sta nella strin-
gata brevità con cui è tradotto un sentimento, che si presta ad
ampollose espressioni, e nel modo ingegnoso con cui quel sen-
timento è ritratto.
Ben diverso da questo e dal precedente è un carme di cui
non è facile indovinare la data di composizione. A giudicare
dallo scarso pregio artistico, che vi si nota, sembra lavoro gio
vanile ed è forse da anteporre ai due primi. Si considera qui
perchè di età meno certa che i precedenti.
Forse il Cotta, in uno dei suoi giovanili viaggi da Legnago a
Verona, rimase colpito dalla bellezza della città e dall’amenità
della sua postura e scrisse per essa quest’epigramma (4), che
piacque tosto ai Veronesi per le lodi tributate alla loro patria.
L’amore per la città dei suoi studì fece un po’ velo, è vero, al
cuore del poeta, ma più lo fece nei contemporanei e nei posteri,
che furono troppo indulgenti nel giudicare. Il carme ebbe in-
fatti una fortuna che altri ben più degni non ebbero e corre
tuttora su qualche labbro con compiacente soddisfazione. Così
sovente l’amor di patria si sostituisce nel giudizio al senso ar-
tistico e procura una fama immeritata.
Non fu immune dal lodarlo esageratamente il Giuliari (5), che
(1) Sono raccolti con altri scritti nel cod. CCCLXIV, cl. IX, It. della
Marciana. Cfr. MvRari, Due epigr., p. 150.
(2) Vedi, ad es., BrrckHaRDT, Op. cit., vol. I, p. 357 sgg.
(3) È Vepigramma: « In picturam tini et agri Veron. >».
(4) « Verona, qui te viderit ».
(5) Due aneddoti, ecc., p. 10.
e = -* __-
GIOVANNI COTTA 47
lo dice « bellissimo », come chiamò « elegantissimo » il sonetto,
in cui ne stemperò baroccamente il concetto informatore Ber-
nardo Cappello (1). E anche il Costa (2) si lasciò trasportare da
soverchio entusiasmo, quando ebbe a dirlo « il migliore di tutti
i suoi carmi e nella sua modesta semplicità, cosa stupenda ».
Ma la critica più recente non esitò a sfrondarlo dei troppo co-
piosi allori, se pur non fu anche troppo severa si da classificarlo
«asciuttissimo » (3) e tale da non far crescere di un ette la
gloria del suo autore. .
Un altro carme latino, la cui data di composizione si solea
porre tra il 1501 e il 1503, è l’epitaffio a Quinterio (4), che si
immaginò composto per un rampollo della famiglia Da Quinto.
Era quella dei Da Quinto una casata ragguardevole di Verona
e poteva fin d’allora vantare un passato glorioso d’attività e di
studî, chè aveva dati nel Trecento quel Gaspare Da Quinto, che
nel 1405 era stato tra coloro che recarono al Senato Veneto
la sottomissione della Città, e quel giudice Leonardo, che fu tra
i più dotti dell’età sua e che possedette anche una preziosa bi-
blioteca (5).
Ora credevasi che il Cotta, frequentando a Verona i circoli
letterari, avesse contratte relazioni anche con la nobile famiglia
Da Quinto, per cui, venendone a mancare per morte un ram-
pollo, ne avesse pianto con l’epitaffio l’immatura scomparsa.
L’ultimo biografo poi, il Cristofori, aveva creduto di ravvisare
nel Da Quinto del carme, Leonardo (6), morto in età tarda il
- - _————y + __—_—_—_—mk
(1) Vedi le osservazioni di Gaetano Volpi edite dal FeDpERICI, Annali della
Tipografia Volpi Cominiana, p. 79. Un'altra versione dell’epigramma è quella
di I. Bevilacqua nelle ediz. del Benini e del Morelli.
(2) Nella lettera al Camerini, cit.
(3) CrisroroRI, Op. cit., p. 61.
(4) « Me longe effigie venustiorem ».
(5) Vedi CarLo Cipotta, Notizie intorno a Leonardo Da Quinto, giudice
e letterato veronese del sec. XIV, Verona, 1885.
(6) Op. cit., p. 17. La versione del Cristofori fu seguita anche dal Pro-
SPERINI, Up. cit., che non s’avvide dell'errore.
48 V. MISTRUZZI
6 giugno 1392. Ora non c'è dubbio che il Da Quinto del carme
possa essere altri che un giovane, chè altrimenti non ci si po-
trebbe spiegare l’epiteto nimis severa dato alla Parca e nep-
pure l’accenno alla bellezza del volto ed alle forme apollinee.
Sarebbe infatti inconcepibile, pur ammessa la superficialità
propria di molti scrittori del tempo, che il Cotta, piangendo un
‘ personaggio da lui non veduto e morto in età avanzata, avesse
proprio da ricordarne la bellezza giovanile, dimenticando la cul
tura, per la quale unicamente quegli passò — almeno a Verona —
alla posterità.
Fu adunque il Quinterio dell’epitaffio un giovane. Come poi
si chiamasse e in quale anno morisse non è difficile il deter-
minare.
In un cod. palatino (1) della Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze, di mano del Gherardi, contenente in prevalenza carmi
latini del secolo XVI e qualche iscrizione tolta da chiese, specie
di Roma, mi sono imbattuto in questo tumulo, che toglie di
mezzo ogni dubbio:
Haec quicumque modo spirantia mollius ora
Prospicit, et coeli nobile cernit opus,
Quam gemeret, mentis si conspexisset honorae
Tot bona, naturae vix revocanda manu;
Diceret et: vitae comites, Probitasque Fidesque,
Et Pudor, et formae gratia rara perit.
At tibi, Quinteri, longum mansurus in aevum
Stet decor hic saxi, nec fluiturus honos.
Basterebbe quest’epitaffio da solo a metterci sulla buona via,
ma c’è di più. Leggesi infatti più sotto: « Jo. Antonio Quinterio
« ex laude Pompeia Johannis Columnae Cardinalis Ap. ministro,
« quì non ante visas naturae dotes moribus iuxta adaequavit:
« gratiae decorisque et virtutis alumno: Fratres Pientiss. B.
(1) II, III, 284, c. 130 r.
GIOVANNI COTTA 49
« M. P. Obijt inexplicabili Fatorum invidia annos agens XXI. —
«M.III.L.XIIX. ante VII. Kal. Septem. M.IILLXXXIX » (1).
Nessun dubbio quindi che il Quinterio pianto dal Cotta possa
essere altri che Giannantonio. Quanto poi alla data di compo-
sizione dell’epitaffio cottiano credo non si debba andar errati
ponendola al tempo della dimora del poeta a Lodi, patria del
Quinterio.
Il carme è interessante sotto un duplice aspetto. Anzitutto,
se è vero che fu composto a Lodi, sarebbe il primo in cui si
sente ben distinto il sapore catulliano e quindi potrebbe essere
un valido argomento per avvalorare l’ipotesi che egli si occu-
passe fin d’allora con particolare amore del cantore di Lesbia.
In secondo luogo sarebbe importante perchè ci dimostrerebbe
come egli trovasse già a vent’anni, liberandosi da una tradizione
prettamente umanistica seguita in patria, un indirizzo personale
nel ritrarre il sentimento. Sarebbe infatti sommamente interes-
sante il vedere quale diversità di mezzi impieghi il Cotta, in
confronto con gli altri scrittori di epitaffi, per suscitare in noi
un certo senso di compassione; ma andremmo troppo per le
lunghe. Vedremo invece soltanto, e di sfuggita, il Pontano e il
Sannazaro che egli tenne per maestri.
Fra la maniera di costoro e quella del Nostro la diversità è
molto accentuata. Mentre il primo chiama generalmente ad in-
fiorare il tumulo e i mirti e le rose e le viole e quanti v'hanno
fiori sulla terra, e le Chariti belle ed Apollo, e vede la fossa at-
torniata dai lemuri e dai mani, e rievoca le virtù del defunto
ed esprime la piena dell’affetto con un martellare di concetti e
di frasi che incalzano battendo gli emistichi ed i piedi fino a
stancare, con un’assidua lettura, il pensiero, il Cotta non ha
nulla di tutto ciò. Egli non ha bisogno di termini pomposi per
commuovere, nè chiama la circostante natura, nè evoca i ri-
cordi poetici e le pagane visioni del Sannazaro, ma finge
(1) Il Gherardi nota in calce che il Quinterio fu celebrato anche dal Cotta.
Giornale storico — Suppl. n° 23. 4
50 V. MISTRUZZI
che il sepolto parli al viandante; e dal colloquio, che ha una
grazia quasi feminea e dal calore e dall’eloquente sobrietà
delle immagini suscitate e dall’attica movenza della frase balza
quel senso di racconsolata mestizia, che forma il pregio del-
l’epitaffio.
Come si può desumere dalla lettura di analoghi carmi del
Pontano, confrontandoli con il presente, lo studio che quegli
pone nel rendere profumato il tumulo con i fiori, ì ricordi e il
concetto pagano della tomba, il Cotta lo pone nel rendere com-
movente senza grandi mezzi il monologo, che si impernia sopra
un contrasto tra l’amore del defunto che, ardendo, rende infe-
conda la terra e l’affetto del viandante che con le sue lagrime
può rifecondarla e farvi nascere un fiore. |
Quello che il presente epitaffio ha di comune con i tumuli
del Pontano è il sentire pagano e l’uso che vi si fa di imma-
gini mitologiche. Ma mentre nel Pontano i miti parlano ed agi-
scono, qui non sono che delle figure, dei semplici termini di
confronto.
L’epitaffio incontrò il favore della critica ed ebbe la fortuna
di una traduzione francese di Ronsard, che fu posta sulla tomba
di Brinon (m. 1565) (1).
I carmi fino ad ora passati in rassegna appartengono, tranne
l’ultimo, dì poco posteriore, al periodo che possiamo chiamare
« veronese » perchè probabilmente composti prima della par-
tenza del poeta per Napoli, cioè non dopo il 1508. Non sono
certo — se sì esclude l’ultimo — tra le cose migliori del poeta,
ma, specialmente se si consideri l'età giovanile in cui furono
composti, non mancano di interesse. Se poi si vogliano mettere
in relazione con gli altri che nello stesso genere uscivano dalle
penne più o meno feconde dei versificatori concittadini, ancora
affannati nella supina imitazione dei modelli classici, acquistano
un pregio che non ci sogneremmo di attribuir loro, prendendoli
e _-_—__———_—__-—
(1) Benini, Ed, cit., p. 51.
GIOVANNI COTTA 51
ed analizzandoli da soli. Di carattere encomiastico ed epigram-
matico hanno pregî e difetti propri del genere: stringata bre-
vità congiunta con una certa gonfiezza di concetti e di espres-
sioni. Ma si abbozza già in alcuno di essi la tendenza del loro
autore a ritrarre con spiccata personalità il sentimento e a li-
berarsi dalle strettoie di una poetica divenuta convenzionale,
che inaridiva le fonti dell’ispirazione.
A questi carmi ne tengono dietro altri, che si ricollegano con
la dimora del Cotta a Napoli.
Non è a dire quanto la dimora nella città meridionale in seno
all'Accademia sia riuscita efficace per l’evoluzione artistica di
Giovanni Cotta. Sul fior dell’età, natura fervida e volta a co-
gliere felicemente nel verso la spontaneità degli affetti, egli
trovava colà quanto era più desiderabile per un giovane uma-
nìsta, che intendesse, senza rinunciare per nulla alle gioie della
vita, salire verso i vertici della gloria: un vivere gaio e spen-
sierato, per non dire licenzioso, un cielo ed una natura ridon-
danti di incantesimi ed un centro letterario in cui era tradizione
che la Musa accompagnasse col canto pervaso di pagane visioni
tutto il multiforme svolgersi della vita intellettuale e politica e
popolare della grande città.
La tradizione iniziata dal Panormita che nelle riunioni del-
l'Accademia non circoscriveva la conversazione entro alla cerchia
del mondo antico, ma lasciava che vi giungessero piene di brio
e di spensierata gaiezza le voci dell’anima popolare, aveva tro-
vato nel Pontano un illuminato continuatore. Così accanto ai
paesaggi del golfo partenopeo ed agli echi dei boschi sedenti a
specchio dell’acque, popolati di tutte le immagini mitologiche
che poteva evocare una mente nutrita di classicismo e ridon-
dante di pagane sensibilità, si accompagnavano nei carmi del
Pontano e dei Pontaniani le figure delle procaci bellezze di cui
Napoli era piena, presentate con tocchi di calda sensualità, che
molte volte rasenta la licenza.
52 V. MISTRUZZI
Quando il Cotta si trovò d’un balzo entro a quel mondo ele-
gante, che, nell’indifferenza religiosa, morale e politica, non
aveva di sano che la forma e che in mezzo alle tristi condizioni
in cui versava l’Italia, si pasceva d’antico e teneva desta la
musa con l’idillico e col comico, ritraendo prevalentemente gli
ameni riposi delle ville e i vieti amori della città, si adagiò in
quel mondo frivolo e vano e vuoto, come se fosse nato a quel-
l’aure, e lo seguì. Non però pedissequamente. Se egli svolge nei
suoi carmi i motivi predominanti della poesia locale, gli è che
ei vive e palpita in mezzo a quel mondo viziato nel pensiero
e nell'anima e ne condivide i giorni e gli entusiasmi. Non però
tanto da spogliarsi completamente di quel carattere che la sem-
plicità della vita fino ad allora condotta gli aveva coltivato nel
fondo del cuore. |
Per questo la poesia del Cotta si stacca per alcune peculiarità
di forma e di contenuto da quella del maestro e generalmente
da quella che nel genere lirico fioriva ai sorrisi del golfo par-
tenopeo in una sfilata di immagini e di figure mitologiche e di
calde visioni della natura circostante.
Ciò che differenzia la maniera del Cotta da quella del Pon-
tano, è anzitutto lo sfondo, il quadro entro cui l’idillio si com-
pone. Mentre il secondo si compiace sovente di circondarsi delle
scene della bella natura, non tanto ritraendole, quanto introdu-
cendone immagini e voci per quell’insita facoltà che gli è propria
di ritrarre l’intima simpatia, che ei vede tra la vita umana e il
mondo della natura, il Cotta ama invece di esser solo con la
sua fanciulla, cui parla dolcemente, con cui amabilmente scherza.
Non che nel Pontano non si trovino carmi, da cui le accennate
visioni e voci non vengano escluse e ove l’idillio si svolga tra
l'amante e l'amata, ma non sono molti e per lo più son quelli
in cul il posto generalmente tenuto dalla Natura viene occupato
da figure mitologiche bandite dal Cotta nei carmi amorosi o da
quella che non saprei se chiamare boccaccesca o catulliana
lascivia, di cui ben poca traccia è rimasta nei carmi del Nostro.
Dell'opera del poeta che si possa far risalire al periodo della
GIOVANNI COTTA : 53
sua dimora in Napoli ben poco possediamo, sebbene nella sua
produzione letteraria costituisca quello che v’ha di più originale
e di più spontaneo. Sono otto carmi, di cui cinque amorosi, uno
mitologico e due di genere faceto, alla maniera di Catullo.
I primi a farcisi incontro sono i carmi a Licori, in cui è ri-
tratta in diversi momenti la passione per la fanciulla. Che essi
si debbano ascrivere al periodo, diremo così, « napoletano »,
parmi indubitato, sia per il valore intrinseco che vi si scorge e
che rivela un’arte già formata, sia per l’accenno che dell’amore
del poeta per Licori è rimasto nei carmi di Cosmo Anisio.
Di costui abbiamo già veduto un epigramma (1) in forma di
epistola con il quale invitava gli amici Catosso, Mario, Scopa,
Perillo e Cotta in sua casa. Dopo avere in esso solleticato la
loro curiosità, esce a dire:
Quare, si sapiunt, suos amores
Catossus, Marius, Scopa et Perillus
paurillum esse sinent sibi otiosos;
nam Uotta est in amore adhuc ineptus.
Si tratta adunque di un’avventura d’amore toccata al nostro
poeta? Può darsi. Ad ogni modo, senza tentare inutilmente di
rompere la tenebra, ci basti il registrare che egli s'era dato a
quel tempo agli amori e che vi si era gittato con tutto il tras-
porto e la foga di un principiante, incorrendo probabilmente
in una lepida disavventura e suscitando il crasso riso degli amici
bontemponi. Chi era la fanciulla che gli rubava così e tempo
e cuore? Licori? Non è detto.
V'ha un altro carme (2) dello stesso Cosmo, che è ancor più
interessante, perchè ci assicura che la donna armata è proprio
Licori. Peccato però che questo amore del Cotta sia veduto da
Cosmo non già con i propriì occhi, ma indirettamente, attra-
(1) Vedi Cosmi AnysIl Poemata, cit., p. 16.
(2) Cfr. Cosmi Anysit Poemata, p. 16, oppure F. FEDERICI, Annali, p. 77,
l'epigr.: « Siccine improba te Lycoris urit ? ».
54 V. MISTRUZZI
verso i carmi che l’amico gli aveva inviati e che in parte noi
conosciamo. |
Chi è adunque Licori? È superfluo anzitutto il dire che tale
non era certo il nome della fanciulla, ma che esso appartiene
sicuramente a quella schiera numerosa di nomi letterari dati
alle loro dive dai poeti quattro e cinquecenteschi, sotto i quali
si adombravano figure feminee realmente vissute o moventisi
solo nell’immaginazione che le creò e le chiamò a vestire di
grazie peregrine altri men leciti amori.
A sentir Cosmo Anisio, la fanciulla che è passata sotto il nome
classico di Licori sarebbe del ceto delle «lascivae puellae » che
in Napoli a quel tempo facevano perdere la testa e tener eser-
citata la musa ai poeti vecchi e giovani dell’Accademia. Ma non
tale ce la tramandò nei versi il Cotta nell’atto di sorridere e
di arrossire ad un tempo nel primo dei carmi, quando l’inna-
morato le chiede in pegno d’amore un ricordo. E se nei suc-
cessivi essa pare svestirsi di questa virtù, non è mai dipinta
come le amanti Fannia, Stella, Focilla e tante altre che fecero
dimenticare al Pontano i doveri di marito, e le innumerevoli
che si muovono voluttuosamente entro al Parnaso napoletano
di quel tempo.
Per Licori il Cotta compose quattro epigrammi, che nelle edi-
zioni figurano variamente disposti, ma che sarà bene considerare
in una progressione che dia modo di analizzare in momenti
gradatamente più espressivi la passione che li dettò, e che ri-
sponda possibilmente anche a quel criterio cronologico dal quale
abbiamo voluto fin qui guidato lo studio dei carmi cottiani.
La brevissima silloge s’apre col carme:
Amo, quod fateor, meam Lycorim.
Il poeta è da qualche tempo innamorato perdutamente della
sua fanciulla e ne è corrisposto. L’affetto tenerissimo che per
lei coltiva ha acceso nel suo animo una passione, che lo brucia
fin nei precordi. Lo confessa; però non ha mai osato chiedere
a lei nulla che gliene possa mitigare l’ardore. Un giorno, in un
GIOVANNI COTTA 55
momento in cui Licori lo sta guardando « fixiore ocello », si fa
animo e le chiede, non senza esitazione, un piccolo dono, come
pegno del suo immenso affetto. La fanciulla sorride ad un tempo
ed arrossisce, indì, compiacente, tagliata una ciocca di capelli,
che pendeva, vibrando all’aure lievi, sul bel volto, la dà avvolta
in un filo d’oro al poeta innamorato. Ma quello non è il dono
chiesto dall’amante, nè vale a lenirgli l’intimo ardore. Anzi fa
l'effetto contrario. La passione già divampante si accresce di
nuovo fuoco, onde il poeta sgomento corre a spegnere nella
fiamma la cagione della nuova fiamma, chiedendo perdono alla
fanciulla del suo atto, non da altro inspirato se non da un ac-
ceso amore per lei.
Il carme è tutto una grazia. Graziosa, la presentazione del suo .
amore e il contrasto tra l’affetto nutrito dalla fanciulla e il ri-
tegno del suo pudor virginale, di cui è l’eco genuina nel verso
di Torquato Tasso (1):
rideva insieme e insieme ella arrossia;
leggiadra, la descrizione nella ciocca fatata, che tu vedi pendere,
come il poeta la descrisse, vibrando all’aure leggere sul bel
volto; indovinato, il pensiero che si racchiude nei quattro versi
di chiusa.
Lo svolgimento del motivo sentimentale, su cui è imperniato
il carme, sale con un «crescendo », che ti trasporta e che serve
magnificamente a ritrarre il fuoco d’amore, che divora il poeta;
«crescendo » che, giunto ai massimi sviluppi, cede il posto ad
un più calmo sfogo di sentimenti, nei quali la bollente passione
pare gradatamente lasciare il passo a riposati affetti. E questo
contrasto fra il procedere calmo dei primi endecasillabi e il
concitato incalzar di essi nel più fervido spirar della passione,
in cui tutto è capelli e fuoco e vampe e incendì d’amore, è di
un'efficacia sorprendente. Per questo il presente carme è da ri-
tenersi tra le più belle cose del Cotta.
(1) Gerusalemme Liberata, canto V, stanza 62.
Wai
56 V. MISTRUZZI
Più breve e più ingegnoso è l’epigramma:
Sive aliquid seu forte nihil mea lumina cernunt
l’ultimo, a Licori, delle edizioni. Il poeta, è inutile il dirlo, è
sempre perdutamente preso nei lacci d'amore che gli ha teso la
sua fanciulla e dovunque volga l’occhio, non vede che lei. Tutto
per lui è richiamo all'immagine della sua Licori.
Or l’amante e l’amata stanno l’uno presso all’altra e sì guar-
dano..... Dice l'amante: «Ogni cosa ch'io veda, mi richiama la
«tua dolce immagine...» e l’amata risponde: « Mi credi forse
«tanto ingenua? Tutti gli amanti ingannatori son soliti uscire
«in tali fantasticaggini con le inesperte fanciulle ». Il poeta
coglie l’ottima occasione dell’incredulità della donna per strap-
parle ingegnosamente il bacio desiderato: « Dunque non mi
« credi? Non credi a me che t'amo perdutamente? Ebbene! Cre-
« derai almeno ai tuoi occhi! Guardami fiso! Che io muoia se le
« mie pupille non ti riflettono come uno specchio fedele. Ma se
«è così veramente come io sostengo, allora tu dovrai posare il
«tuo labbro sugli occhi meritevoli ed io, quando ciò mi piaccia,
«ti darò un bel bacio ». Ora che potrà fare la fanciulla se non
cedere all’ingegnosità del poeta innamorato? Spassi ed idilli di
amanti !
È un quadretto pieno di vita e di sentimento, cesellato con
un bulino tutto cottiano. Non è questa la prima e non sarà
l’ultima volta che il Cotta lavora di cesello con tanta abilità. Il
segreto dell’arte sua, quando riesce particolarmente originale ed
espressiva, è questo abbozzo del quadretto di brevi dimensioni
e senza sfondo, in cui non si muovono più di due figure, in cui
le due figure parlano. E la conversazione non ha nulla di ma-
nierato e di pomposo, ma semplice e spigliata, se non ingegnosa
come la presente, rapisce per la sua naturalezza e trascina di-
rettamente al fine, a cui tende il poeta. E allora non resta che
commuoversi o sorridere di compiacenza, a seconda. Tale il pro-
cedimento artistico abbozzato in un epigramma al Sanudo, con-
GIOVANNI COTTA 57
dotto a maggior perfezione nell’epitaffio di Quinterio, nel primo
e nel secondo carme a Licori e nell’epitaffio di Caparione.
Se in questo e nel carme precedente abbiamo veduto il poeta
accendersi alla dolce visione della sua fanciulla e sbocciare
l’idillio in un muovere ora calmo ed ora concitato di affetti e di
desiderîi, abbiamo notato però come il sentimento amoroso non
assurgesse ancora alle forme morbose della passione, nè fosse
tale da impedire al poeta di versarvi una sottilissima vena scher-
zosa, che ne mitiga l’ardore. Ben diverso da entrambi è invece
l'ultimo carme, che il Cotta durante la sua dimora a Napoli
abbia dettato per la sua Licori (1).
Qui egli non si rivela ancora tanto padrone di sè da versare
nel canto la sua caratteristica vena tra il patetico e il comico,
nè sa più dominare il sentimento, guidandolo sopra un tenue
filo di ingegnosità a suscitare nell'anima della fanciulla una
eguale corrispondenza d’affetti, ma il sentimento prende il so-
pravvento, la sottilissima trama si infrange nel turbine del-
l'affanno interiore e un desiderio morboso pervade il canto dan-
dogli sensibilità fino ad ora ignorate. La verità si è che la
fiamma d’amore, appena lambente nei carmi precedenti il cuore
del poeta, s'è alimentata di nuova esca ed è cresciuta divam-
pando e dentro alle sue spire la sensualità prima solo accennata
s'è scatenata in un irrefrenato prorompere di brame, che tro-
vano qui il loro sfogo. E questo è appunto il canto della dedi-
zione dei sensi. l |
La mente avvolta in un torpore diffuso e in un floscio ab-
bandono di sè stessa, il poeta sta presso alla sua Licori. La
febbre che lo consuma è talmente cresciuta, che la vista di ogni
benchè insignificante parte del corpo di lei gli procura ventate
di passione, togliendogli ogni pace. Ed ecco che egli si rivolge
alla maliarda pregandola di risparmiargli l’intimo affanno e di
evitargli gli incantesimi: il suono della voce, la bellezza del
— —
(1) « Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori ».
58 V. MISTRUZZI
volto, il candore del seno e della mano. Ma non è contento
tuttavia. Tutto ciò non basta perchè il desiderio non batta con
fremiti nuovi alla sua anima. La vita non pargli più bella se
non la allieti la dolce lusinga, se la pupilla non riposi sulla
bella persona. E torna pertanto a pregarla insinuandosele blan-
damente, quasi riprendendo il respiro, riaprendo gli occhi ve-
lati dal torpore; le dice che vana è stata la preghiera di un
istante prima, che egli ha bisogno per vivere di contemplare
qualche gemma di lei. Ma quale, perchè egli abbia a sedare
l’affanno tormentoso senza morirne tuttavia? « Alza — egli
esclama — un pochino la veste e lasciami pascere il languido
sguardo sul bianco piè tenero ». Ma ecco che ei torna a pen-
tirsene e ricordando come un momento prima la vista di quel
piede poco mancava non lo facesse cadere privo di sensi, vor-
rebbe come non aver rivolto quella preghiera. Ma tosto la pas-
sione erompe troncando ogni indugio, un’ondata di sensualità
s'abbatte impetuosa sul cuore del poeta, che, stanco dell’intima
lotta, esclama:
Verum jam cane, lux mea; jam mihi, lux mea, totam
te retege atque omnes mi face delicias.
Nam si mors obeunda, inhians in te, mea, malim,
vita, mori; vita est quod mihi amabilius
quam tristis desiderio tabescere amati
corporis, unde miser sim, et decuplo peream.
È questo tra i canti del Cotta quello che nell'espressione del
sentimento erotico più si avvicina alla lussuria del Pontano
laddove ei canta gli adulteri letti e le notti laboriose trascorse
in compagnia delle sue etere. Tuttavia, benchè esso palpiti di
una calda sensualità, che non troviamo negli altri carmi amo-
rosi, è lungi ancora dal cadere nella lascivia spesso scurrile dei
canti del maestro.
Quello che maggiormente interessa in questo carme è la con-
citata violenza degli atfetti, la drammaticità che serve a ritrarre
efficacemente l’intima lotta e che si accompagna alle movenze
GIOVANNI COTTA 59
del distico, calme e simmetriche da prima, quando ritraggono
il torpore dei sensi, più sciolte man mano che il desiderio si
ridesta, per farsi ancor più agili sulla fine quando esso tocca
le note più alte.
Ben poco restami ad aggiungere a quello che la critica ha
detto di questo carme. Mi sia permesso di riprodurre invece
due soli fra i giudizî più autorevoli, con cui essa ha voluto dare
al breve canto il più lusinghiero assenso, quelli dello Scaligero
e del Tommaseo. Il primo, che generalmente è condotto a cen-
surare aspramente l’opera del poeta, dimostrando spesso poca
serenità di critica, a proposito di questo carme non lesina le
lodi, tanto che lo dice « adeo molle, ut vel conatum, vel etiam
« vota superarit: tantum enim habet amatoriarùm gratiarum ut
«nihil addi, nihil demi, nihil mutari in eo genere dicendi
« possit » (1). Ed il Tommaseo (2) lo chiama « cosa che vien
« dall'anima proprio » (3).
Così siamo giunti all’ultimo carme a Licori (4), composto cer-
tamente dopo gli altri fin qui analizzati perchè dettato lontano
dalla fanciulla e da Napoli, forse in quel periodo non bene co-
nosciuto della vita del poeta al quale si collegano il carme A#
Calorem e l’epigramma A4 Gevaras fratres.
Il poeta è dunque lontano dalla sua fanciulla che è stato co-
stretto ad abbandonare per seguire forse il Cabanilio o il San-
severino, e nell’assenza il ricordo di lei atfacciandosi pieno di
(1) Op. e loc. cit.
(2) Dizionario estetico, Milano, 1860, I, 98.
(3) Di questo carme fin dalla prima metà del sec. XVI fu fatta una tra-
duzione in distici elegiaci, che fu pubblicata con altri tentativi del genere
nel raro libro di C. ToLomei, Versi e regole della nuova poesia toscana, e
fu riprodotta nelle citate edizioni del Benini e del Morelli. Il Maffei che
nella Verona illustrata ne pubblicò i due primi distici — tratto certamente
in errore dalla didascalia che nell’edizione del Tolomei precede la traduzione
del carme — la attribuì al Cotta, ma ne lo corresse molto opportunamente
il Benini, dimostrando come fosse da ritenersi del Cotta non già la citata
versione, che è adespota, ma il carme latino.
(4) « 0 factum lacrimabile atque acerbum >».
60 V. MISTRUZZI
blandizie alla sua mente, vi suscita i nostalgici richiami d'un
tempo irreparabilmente trascorso, porgendo l'argomento al pre-
sente carme, il quale altro non è che uno sfogo melanconico di
sentimenti d’amore e di rîmpianto svolti con grazia non dis-
giunta da semplicità. Il poeta vuol dire infatti alla sua Licori
tutto il dolore passato e presente, in che l’ha gittato la lonta-
nanza da lei? Ecco che ei lo ritrae attraverso agli effetti che
ha esercitato sugli occhi suoi, non già belli come. un tempo
quando Licori vi fissava pieni d'amore i proprì, ma gonfi e san-
guinanti per le lagrime sparse. Così l'argomento, che si prestava
ai flosci sdilinquimenti della gamma sentimentale propria della
Musa erotica cinquecentesca, specialmente nei carmi latini e da
cui il Cotta non seppe sempre liberarsi, viene svolto con mag-
giore sobrietà ed originalità.
Non mancano tuttavia in questo breve carme certe deficenze,
che consistono nell’aver portato all’esagerazione gli effetti del
dolore nei suoi occhi, fino a dipingerceli sanguinanti e nell’avere,
. oltre che tolto qua e là da varî carmi di Catullo, ricalcate sul
principio le movenze del breve carme a Celio (1); ma Vorigi-
nalità con cui il sentimento viene svolto negli endecasillabi che
seguono, ci fa perdonare al poeta queste ed altre imperfezioni.
Notiamo qui che questo e il primo carme a Licori incontra-
rono non meno che il terzo l'approvazione entusiastica di Giulio
Cesare Scaligero, il quale ebbe a dirne: « Epigrammata igitur
« duo, versibus hendecasyllabis conscripta, et illius exprimunt
« et Catullianorum explent animum; quare in illis quod mutem
«non habeo » (2).
Con questo epigramma si giunge al termine dei pochi, troppo
pochi canti d'amore, con cui il poeta volle intessere una leg-
giadra corona alla fanciulla del suo cuore, canti, che, se pre-
sentano qua e là dei difetti, come abbiamo osservato, sono
tuttavia di un valore incontestabile quando se ne consideri la
(1) « Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa ».
(2) Poétices, lib. VI, loc. cit.
GIOVANNI COTTA 61
freschezza d'ispirazione, il sano realismo e il calore e la pro-
prietà dell’espressione. Soffusi qua e là di grazia quasi feminea,
talvolta solcati da una finissima vena d’arguzia o agitati da fre-
miti di passione turbinosa, oppure pervasi da un’onda di me-
stizia, essi sono certamente da ritenersi tra le cose più belle
che donna abbia inspirato a poeta latino del Cinquecento, veri
«trilli d’usignolo innamorato » come felicemente ebbe a defi-
nirli un loro appassionato ammiratore (1).
Tranne l’ultimo che fu composto poco dopo, essi sarebbero
da collegare col tempo trascorso dal poeta in Napoli. Non è
però agevole fissarne con sicurezza la data, perchè se è certo
che il Cotta giunse nella metropoli del Mezzogiorno nella pri-
mavera o tutt'al più nell’estate 1503, non sappiamo con preci-
sione quando se ne allontanasse. Ma, se si ammette con Paolo
Giovio (2), che egli, prima di passare al servizio di Bartolomeo
d’Alviano — il che fu molto probabilmente nel marzo 1507 —
abbia trascorso qualche tempo alle dipendenze del Sanseverino
e del Cabanilio, non si cadrà molto lontani dal vero collocan-
doli nel periodo che precorre di poco la sua partenza per l’Italia
settentrionale, vale a dire tra l’estate 1503 e il 1506.
I carmi composti in questo frattempo sarebbero adunque ì
primi tre a Licori e l’epigramma ad Anysium, anteriore, di
conseguenza, anche agli ultimi endecasillabi alla fanciulla na-
poletana considerati un momento fa. Il desiderio di analizzare
l'uno dietro l’altro i carmi a Licori ci ha indotti a dare uno
strappo al criterio cronologico tenuto per base nella trattazione;
quello di esaurire il tema dei canti d'amore ci persuade ora a
considerare, prima dell’epigramma all’Anisio, il grazioso carme
al fiume Calore. |
Il Cotta, capitato nelle terre del Principato, forse in uno dei
suoi peregrinaggi d’ufficio, s'era imbattuto, presso alle sorgenti
del Calore, in una giovanetta, Rubella, e se n’era invaghito,
(1) I Mvrari, Op. cst., p. 148.
(2) Elogia, loc. cit.
62 .V. MISTRUZZI
onde, tornato alla dimora abituale, amava lungo le rive del fiume
rievocare quell’incontro e riviverne i momenti di tenera com-
mozione. E sboccia così il canto.
Il poeta è presso alla sponda del Calore e gli parla. Egli vuol
sapere dall'acqua corrente notizie della sua fanciulla, vuol con-
fidarle tutto l’ardore che gli turba lo spirito, farla messaggera
d'amore. Però il suo linguaggio è blando, tenero, appassionato.
Il canto inizia con un caldo appello al fiume e ripete nei due
primi versi un motivo catulliano, quasi copiandolo; ma se ne
libera tosto per assumere movenze e concetti propri. L’innamo-
rato vuol conoscere dal Calore che stia facendo la sua fanciulla,
ed ecco che glielo chiede in un seguirsi grazioso di immagini,
che si chiudono in quella, nella quale egli ama comporre il suo
amore. « Certo — egli esclama — ora sta bagnando le sue belle
«membra entro alla fresca corrente delle tue linfe ed essa,
« ricevendone il calore, me lo trasmette fin qui, entro l’ossa ».
L'immagine evocata gli porge motivo di giocare su un leg-
giadro contrasto, in verità non del tutto nuovo. Caro tuttavia
al Cotta, che se n’era giovato nell’epitaffio di Quinterio e, seb-
bene più parcamente e con uno svolgimento più originale e
quasi opposto al primo, nel primo carme a Licori, qui è ripreso
e condotto sulla falsariga di quello dell'epitaffio. È l’effetto del-
l’amore che non può essere annullato che da un corrispondente
grado d'amore: nell'epitattio l'amore di Quinterio rende sterile
la terra che lo ricopre e solo le lagrime del viandante valgono
a rifecondarla; qui la passione erotica con il suo fuoco dissecca
la corrente del fiume e solo le lagrime d’amore di chi l’ha pro-
sciugata, varranno a ridarle l’impeto consueto. Ma là il contrasto
ridotto a brevi proporzioni è grazioso e piace; qui invece tende
al barocco. Senonché, appena abbozzato com'è in due versi, è
ben lontano dal dare quella stonatura che sarebbe inevitabile
se fosse diluito largamente.
Con tono carezzevole ed accalorato ecco come il poeta, che
ha un delicato messaggio da affidare all’onda del fiume, le sì
insinua blandamente : « Ma tu, o Calore,
+
_
_—————rP_—_—_—T—€È _m __m——m@ € —————
GIOVANNI COTTA 63
— sic olim amoenus auratis
dicare cornibus, arduusque Volturno
ferare victo, illique iam auferas nomen —,
« risali alla tua sorgente, di’ alla luce mia che tu spesso potresti
«inafidire al fuoco dell’amor mio, se non rinascessi uguale al-
«l'onda del mio pianto. Dille che io non posso tenerle celato
« tanto affanno, nè sopportare tanto male e morirne ogni ora.
«Che se ella non è di me immemore e le è amara la mia sorte
«e grato l’amor mio, allora dille pure che io son pronto a tol-
«lerare ogni affanno ».
Al carme non mancano i pregi. Graziosa è anzitutto l’imma-
gine della Montella che, innamorata del Calore, ne riscalda nel
seno la vergine sorgiva, delicato il contrasto tra la spensierata
gaiezza in cui è ritratta la fanciulla e la vita melanconica e
triste dell'amante che, pieno gli occhi di lei, segue pensoso
l'acqua del fiume scendente a lambire le vetuste città del Sannio.
Ma quello che più di tutto piace è la calda preghiera condotta
sopra un motivo classico, con cui il poeta si rivolge al Calore
perchè ricordi alla sua Rubella l’affanno in che vive e le chieda
corrispondenza d’affetto.
Come sì vede, il carme si stacca notevolmente dai precedenti.
In quelli la scena è ristretta e si svolge in un colloquio tra
l'amante e l’amata ora imperniafo intorno ad un lepido motivo
amoraso, ora condotto sopra un accalorato o nostalgico sfogo
di passione. Qui invece il quadro si allarga ed abbraccia più di
quanto in un momento sia concesso all'occhio, in un intrecciarsi
di immagini delicate, tra cui si insinua, senza esservi descritto,
qualche aspetto della bella natura e vi si effonde con più ma-
linconia che sorriso l’anima innamorata del poeta. Per questo
anch'io con il Cristofori, ben lontano dall’accogliere l’ingiusto
giudizio dello Scaligero (1), ritengo questo carme per la schietta
eleganza del linguaggio, per il colorito vivo, per la venustà
4 e —_ —
(1) Pueétices, lib. VI, cit.
64 V. MISTRUZZI
squisita ma non leziosa della forma la più bella tra le poesie
amorose del Cotta.
Anteriore, come si disse, al carme al fiume Calore e all’ul-
timo a Licori è l’epigramma all’Anisio, composto nei primi anni
della dimora del poeta in Napoli, quando il Cotta dopo la morte
del Pontano godette per qualche tempo l’ospitalità dei Gevara.
Durante tutto questo periodo egli continuò a mantenersi in
intima relazione con un altro illustre amico, Cosmo Anisio, con
il quale aveva in comune anche una certa affinità nel sentire,
quale rivelasi dalla produzione letteraria di entrambi. Talvolta
amava anche trascorrere qualche ora insieme, approfittando di
qualche invito a cena e scherzando bonariamente con lui.
L’Anisio componeva di tanto in tanto qualche carme e lo in-
viava al Cotta, che lo metteva tra i suoi e lo teneva caro. È
da sapere che le figlie di Antonio Gevara tenevano in casa loro
un cervo ammaestrato. Ora un bel giorno quel cervo addentò
il manoscritto che conteneva i carmi del Cotta e dell’Anisio e
se lo divorò d’un fiato come se quei versi fossero più salati del
sale e più dolci del miele. Verità o non piuttosto leggiadra in-
venzione di un poeta di spirito? Certo si è che il Cotta da questo
avvenimento reale o immaginario trasse l’argomento per un
epigramma (1), in cui descrive, tal quale fu da noi esposto, il
caso occorsogli, non mancando di condirlo di sale catulliano con
una semplicità piena d’arguzia e d’ironia, ch’ei non risparmia
neppure a sè stesso.
(1) « Ambo dulcia, ne verere, et idem ». Il Cristofori nel cenno storico-
critico premesso alla sua versione poetica di questi endecasillabi dice che
l'Anisio a cui l’epigramma è indirizzato è quel Giovanni, in Accademia Giano,
che, nato nel 1472 a Napoli, amante delle discipline legali ed umanistiche,
dopo aver viaggiato qualche tempo fuori di patria, morì nel 1540. Non cre-
diamo tuttavia che il Cristofori colga qui nel segno. Basterebbe l’epigramma
« ad Gevaras fratres » per convincerci che l’Anisio a cui è diretto questo
carme non è Giano, ma Cosmo. Mentre con quest’ultimo il Cotta ebbe note-
voli relazioni d’arte, tanto che ci rimangono epigrammi scambiati a vicenda,
dell'amicizia con Giano non ci è rimasta altra traccia all'infuori dell’ecloga
Melisaeus, in cui il Nostro è introdotto a piangere la morte del Pontano.
GIOVANNI COTTA 65
Comico e arguto è l’argomento del carme ai fratelli Gevara (1),
composto pur esso lontano da Napoli. Il poeta si trova presso
alle rive del Calore e, stanco ed annoiato della solitudine in
cui, lontano dalla numerosa ed allegra brigata napoletana, è
d'improvviso caduto, vuol giocare una burla a Cosmo Anisio.
Gli scrive narrandogli meraviglie del nuovo soggiorno ed egli,
credulo, accorre e va ad abitare con lui. Ma il poeta ha avuto
anche un altro intendimento. Geloso come era l’Anisio della sua
Cicella, egli ha voluto, chiamandolo in quell’esilio, in cui vive
solitario, punirlo contemporaneamente dell’eccessivo egoismo,
facendolo bruciare dal sole dell’Apicio in modo che, tornando a
Napoli, la fanciulla più non lo riconosca e n’abbia orrore. Il
gioco intanto almeno a metà gli riesce e ne informa subito i
fratelli Gevara con un epigramma solcato da uno spirito così
fine che non è possibile trattenerci dal sorridere ed è tanto più
efficace in quanto è scevro da qualsiasi studio della forma.
E ben dovettero ridere e dell'amico e del burlato Cosmo i
due fratelli. Non così il povero Anisio, il quale, avuto per mano
l’epigramma del Cotta, si affrettò a comporne uno (2) per Ber-
nardino d'Alviano, pregandolo di non negargli i suoi servigi e
di restituirlo, levandolo da quelle pene, alla sua Cicella.
Abbiamo così passati in rassegna i carmi del periodo « napo-
letano », canti d'amore e di passione o modellati su lepidi argo-
menti della vita allegra trascorsa. In essi l’idillico si fonde col
comico ritraendo mirabilmente uno degli aspetti più caratte-
ristici dell'anima italiana del principio del sec. XVI, che s’ap-
pagava della forma e amava atteggiarsi ad un perenne sorriso.
A questi carmi tengono dietro altri, che ci trasportano in una
sfera diversa, in cui nuovi sentimenti si agitano, più nobili e più
virili. Condotto d’un tratto dal Mezzogiorno al Settentrione
(1) « Ridete, o lepidi mei Gevarae ».
(2) E il carme: « Heu quis me miserum Deus malignus », a p. 5 della
citata edizione delle sue opere.
Giornale storico — Suppl. n° 33. 6
66 | Y. MISTRUZZI
d’Italia, mutata la vita frivola precedentemente trascorsa in
un’altra tutta attività, in un ambiente in cui fervevano passioni
militari e politiche, il Cotta muta il suo canto. L’idillio cede il
posto all’epinicio, e il sale comico scompare per far luogo al
sentimento patriottico. Sbocciano così l’ode alcaica per la vittoria
del Cadore e quel grazioso epitaffio di Caparione nel quale il
frivolo argomento che l’ha inspirato lascia il campo ad uno sfogo
di sentimenti generosi.
Fra i carmi del periodo napoletano e questi ultimi sta per il
contenuto l’elegia De Minois regis impietate, che il Cotta dettò
per Azzio Sincero Sannazaro per congratularsi con lui — se
condo una felice ipotesi del Cristofori (1) — di. una grave ma-
lattia felicemente superata. Di questa malattia o non è rimasta
memoria o a noi non è toccata la sorte di metterci sulle sue
tracce, per cui non ci è stato possibile fissare la data del carme.
Abbiamo creduto di considerarlo qui, perchè rappresenta un
anello di congiunzione tra i canti del periodo napoletano e quelli,
scarsissimi, che ei dettò nell’Italia settentrionale.
Quest’elegia infatti si stacca notevolmente dalla produzione
fin qui analizzata per peculiarità di contenuto e di forma, perchè
si impernia intorno ad un argomento mitologico, dal quale il
poeta sale a considerazioni d’ordine elevato, e perchè non pre-
senta eco alcuna di quei motivi catulliani, che abbiamo di tanto
in tanto incontrato fin qui.
E questo l'unico carme cottiano di contenuto prevalentemente
mitologico e non è certamente dei migliori. Vi si nota una .
‘ soverchia libertà nel trattare l'argomento, perchè in esso l’au-
tore rifà a suo modo la leggenda di Minosse considerandola alla
luce di un avvenimento di cui non è rimasta traccia nei poeti latini
e greci che cantarono le leggende di Creta. L’atto inconsulto
del mitico re dell’isola attira sul suo capo l’ira delle Muse, che
lo confinano nel Tartaro e accumulano sulla sua famiglia una
sequela di lutti: così per esso Pasifae disdegna l’amore del ma-
(1) Op. cit., p. 73.
GIOVANNI COTTA 67
rito e si abbandona agli illeciti amori del toro, e, dellé figlie,
Arianna, per quel delitto rapita da Teseo, viene abbandonata
sul deserto lido di Nasso e Fedra, innamorata di Ippolito, accu-
mula colpe su colpe. A questi ricordi mitologici che occupano
la prima metà del carme, tengono dietro alcune considerazioni
sulla santità della missione affidata al vate e sulla sua inco-
lumità, considerazioni che si chiudono con un’enfatica lode al
Sannazaro. E
-L'elegia presenta alcuni difetti: anzitutto una certa difficoltà
nell’afferrare il pensiero del poeta, difficoltà che deriva non già
dall’argomento mitologico, ma dalla libertà con cui è stato svi-
luppato; poi l’intollerabile stonatura di quell’accenno cristiano
dell'Uomo-Dio vindice nel Giudizio Universale in mezzo ad ele-
menti del tutto pagani.
Quello che rende interessante l’elegia è il contenuto, perchè.
in essa il poeta abbandona il fare leggero dei carmi del periodo
napoletano preludendo a un più virile sfogo di sentimenti.
Fra i carmi di contenuto patriottico (1) il primo cronologi-
camente, che ci si presenti, è l’ode alcaica per la vittoria di ‘
Bartolomeo d’Alviano in Cadore (2), composta probabilmente
nel marzo del 1508 (3).
In essa il poeta inizia con un’invocazione solenne a Talia
perchè eterni nel canto il nome del vincitore e ne ricordi le
gesta (str. 1-2), indi, richiamandosi ai tempi da poco trascorsi,
quando sugli animi gravava il peso della minaccia teutonica (3-4),
abbozza con immagini concitate lo svolgersi della battaglia. Ecco,
mentre il nemico incalza verso i piani italici, l’Alviano s’av-
venta ruinoso nel più acceso incalzar della mischia e i monti
e gli alpestri Fauni stupiscono alla vista dell’esercito véneto (5-6).
E i Germani orribili, soliti a calpestare impunemente il suolo
(1) Vedi per questi M. GaLpi, La tracotanza teutonica nel pensiero di un
umanista del sec. XV, in Vela latina, a. Ill, n° 42.
(2) « O quae alma grato carmine fortium ».
(3) Sancpo, Diarii, VII, p. 347 sgg.
68 V. MISTRUZZI
italico, s'accorgono che s'è riaccesa l'antica virtù e che un nuovo
Mario combatte contro di loro. Ma l’Alviano incalza: il fiore
della gioventù alemanna cade tingendo di rosso le candide nevi
cadorine e il Piave impetuoso (7-8). La rocca è presa e invano
s'oppongono i petti nemici all’italico valore, invano contro ai
nostri si schierano e le asperità dei luoghi e il tempestar delle
bombarde. L’Alviano incita i suoi, che gli si stringono attorno,
e vince (9-12). Di qui passando a ricordare i fattori più efficaci
della vittoria, il Cotta esce in calde lodi per Bartolomeo d’Al-
viano e per Giorgio Corner che, concordi nell’opera, fiaccarono
la tracotanza nemica e rasserenarono il Senato, rendendo alle
genti trepidanti la pace (13-16): |
Vos iam timebit barbarus, ac suis
pedem cavebìit tollere finibus,
ni laeva mens est, Dique nostros
accumulare volunt triumphos.
Quanto siamo dunque lontani e dai teneri carmi a Licori e
dai leggeri epigrammi ai letterati napoletani! Il poeta, che vede
sul campo insanguinato volare la vittoria alata e sente un fre
mito di romanità spirare sulle violate nevi cadorine, qui con-
divide e canta la passione e l’esultanza di tutto un popolo. Non
è chi non veda come nella produzione letteraria di Giovanni
Cotta quest’ode sia una rivoluzione. Come può essere accaduto
cio? Gli è che il Cotta è poeta veramente e trae dalla vita l’isp+
razione del suo canto. Ecco perchè a Napoli i suoi carmi sono
trilli d’usignuolo innamorato, perché nel Settentrione sono sosti-
tuiti da un concitato fremere del sentimento patriottico.
Patriottico nel senso che gli suole attribuire il ’500, perchè
per l'incertezza delle condizioni politiche in cui viveva l’Italia in
quel secolo, dilaniata dalle invasioni di popoli stranieri, il con-
cetto di unità, retaggio solo di pochi spiriti eletti cui il resto
viveva completamente estraneo, era ben lungi dall’essere sentito.
Per questo il pensiero politico di Giovanni Cotta che, com'è
cantato in quest'ode, non è ancora nazionale nel senso unitario,
GIOVANNI COTTA 69
si ricollega con tuttà quella produzione letteraria cinquecentesca
che con simili intendimenti fu suscitata come reazione all’in-
vasione francese e spagnola. Non già il concetto d’unità, ma
. l'odio contro lo straniero, la gioia per la sua disfatta è il mo-
tiro predominante non solo di quest’ode, ma di un altro epi-
gramma. Senonchè mentre qui quell’odio è concentrato contro
un nemico, là è volto contro tutti, contro
... Quisquis verat barbarus Italiam.
Ed è appunto il pensiero politico racchiusovi e la sincerità
con cui fu espresso, che rende interessante quest’ode. Essa però
fu variamente giudicata dalla critica. Lo Scaligero arrivò a dirla
«indegna d’esser letta » (1), ma i critici posteriori furono ben
lontani dall’uniformarsi al suo giudizio. Emilio Costa (2), pur
non disconoscendone i meriti, ammette che essa « perda nel con-
« fronto con altri d’argomento men grave »; opinione che è da
tutti i critici ammessa, anche dai più recenti, come dal Fla-
mini (3), il quale stima che « se non raggiunge l'eccellenza delle
« elegie amorose, non è forse inferiore, per bene espressa carità
« di patria, alla celebratissima del Navagero sulla devastazione di
« Padova, e certamente avanza i carmi ispirati dalla medesima
« vittoria a Romolo Amaseo e al Borgia ». A_ proposito del quale,
se la tirannia dello spazio non me lo vietasse, mi sarebbe grato
riportare qui parte del carme, che servirebbe non solo a dare
un’idea della superiorità del Nostro sul letterato napoletano, ma
a dimostrare altresì come i concetti espressi dal Cotta nella sua
ode-epinicio siano stati da esso riprodotti con qualcuno degli
stessi richiami classici, che là abbiamo notato (4).
n —__—
(1) Poétices, lib. VI.
(2) Nella prefazione alla sua Antologia della lirica latina in Italia nei
sec. XV e XVI, Città di Castello, Lapi, 1888.
(3) Il Cinquecento, p. 119.
(4) Vedilo tuttavia nel vol. Le rime di Bart. Cavassico, a cura di V. Cras,
Bologna, Romagnoli-Dall’Acqua, 1893, disp. CCXLVI, p. ccLxxI1 sg.
70 V. MISTRUZZI
Il secondo carme in cui faccia capolino il sentimento patriot-
tico è l’epitaffio di Caparione (1), che per l’accenno, che vi si
nota, di imminenti lotte contro i Galli fedifraghi, deve essere
stato composto nei primi mesi del 1509, quando i preparativi
bellici per la guerra contro i Francesi distolsero l’Alviano e il
Cotta dalla quiete di Pordenone.
Caparione era stato il cane fedele di Bartolomeo d’Alviano
ed il suo nunzio e le schiere germaniche avevano imparato a
conoscere dal suo latrato la presenza del duce. Ora, poichè per
esse quella presenza era segnale di sicura sconfitta, il latrato
del cane ne era messaggio. E ne avevano orrore. Ma Caparione
era morto e l’Alviano l’aveva fatto coprire sotto un tumulo e
ne aveva segnato con un marmo la fossa. Fu in quell’occasione
che il Cotta compose quest’epitaffio. Egli immagina che il cane
parli al viandante perchè ne riporti al padrone le voci. E quali
potranno essere queste voci se non il ricordo dei tempi gloriosi
da lui condivisi? «Un giorno — egli racconta — le schiere
« germaniche m’udirono per caso latrare nell’oscurità e, credendo
« che, come al solito, s'avvicinasse il duce, fuggirono spaventate.
« Ma, ridendo, disse una delle Parche: Non trepidate! è già ab-
« bastanza che voi abbiate temuto una sola volta, nè i fati per-
« metteranno che venga qua colui che or fuggite, prima che
« abbia mandato all’Orco i Galli traditori e chiunque, barbaro,
« calpesti il suolo italico ». A questa parte, che racchiude un
fortissimo pensiero, segue un distico che attesta l'affetto e la
riconoscenza di Caparione anche oltre la tomba:
quisquis ades, domino haec referas, precor; haec quoque pauca
‘ addito: amat te etiam trans Styga Caparion.
L'epitaffio è condotto con quella semplicità che è caratteristica
del poeta. Vi si introduce, come in quello a Quinterio, l'elemento
mitologico nell’accenno e nelle parole della Parca, ma è fug-
(1) « Caparion ego sum, quem vivum maxime amavit ».
GIOVANNI COTTA 7}
gevole. Quello che interessa più da vicino è l’assurgere, che vi
si fa, da un argomento per sè frivolo ad accenti che invano si
cercano in altri tumuli, inspirati da questi animali. A proposito
dei quali, per non perderci in lunghi raffronti, che pur sareb-
bero d'un certo interesse, manderemo il lettore a quel copioso
mosaico che è l’Asmprithealrum sapientiae socraticae joco-
seriae (1), ove sono anche raccolti parecchi carmi in onore
del cane.
Ed eccoci così all’ultimo carme. |
Come abbiamo avuto campo di notare in più di un’occasione,
G. Cotta ebbe un vero culto dell'amicizia. Egli fu sempre amico
sincero e, con l’Alviano, eroico. Abbiamo anche veduto come
questo sentimento d’amicizia entrasse a pervadere qualche carme;
lo vedremo informare anche le lettere. Però dove la sua anima
buona ed affettuosa si rivela maggiormente è nell’epigramma
ad A. Navagero e G. B. Dalla Torre (2), solcato anche da un
tenue rivolo di mestizia, che ce lo rende ancor più caro.
Il poeta, che da qualche tempo vive in dimestichezza con i
due letterati veneti, è costretto a staccarsene per passare in
altre terre, e dà loro con questo carme l’addio, esprimendo
tutto l'amore che nutre per essi, chiedendo in pari tempo, anche
nella lontananza, uguale corrispondenza di affetti.
L'epigramma è dei più teneri e dei più sentiti del Cotta e
sgorga dalla sua anima affettuosa come una limpida polla. Ha
tutto il candore delle cose spontanee. Par quasi che il poeta
non s'accorga neppure delle reminiscenze catulliane con cui
si apre e si chiude, condotto com'è senza palese studio della
forma.
Il Cristofori, commentando storicamente questo carme, lo dice
composto sullo scorcio del 1507 (3). A parte l’errore cronologico
(1) Hanoviae, typis Wechelianis, Impensis Danielis ac Davidis Aubriorum
et Clementis Schleichii, MDC.XIX, vol. I, p. 525 sgg.
(2) « Iam valete, boni mei sodales ».
(3) Op. cit., p. 21.
72 V. MISTRUZZI
che ei commette qui e che noi abbiamo avuto campo di cor-
reggere, crediamo non sia possibile collocarlo, com’egli intende,
al chiudersi della corte letteraria di Pordenone e perchè il
Navagero seguiva lui pure l’Alviano nella lotta contro ì Fran-
cesi e perchè non ci è attestato che il Dalla Torre fosse stato
a Pordenone. Non nascondiamo d’altronde un grave imbarazzo
nello stabilire con maggiore precisione la data di composizione
di questo breve componimento. Dovette certamente essere stato
in occasione di una partenza del Cotta che non lasciava proba-
bilità di un prossimo ritorno. Ma quale? Allo stato attuale delle
ricerche non è possibile dare una risposta. Può darsi che si
riferisca a quell’ultimo anno di vita del poeta, del quale non è
rimasta traccia nelle memorie del tempo.
E così si chiude l’opera poetica di Giovanni Cotta. A lui però
furono attribuiti anche alcuni carmi che poi non si riconferma-
rono per suoi.
Fra questi è quel grazioso epigramma /n Hiellae ocellos (1)
che fu aggiudicato al Nostro nell'edizione dei Carni di Ba-
silio Zanchi e di Lorenzo Gambara e d’altri, uscito nel 155%
Il Cristofori, che ne fece cenno nel suo studio, mostra di dubiì-
tarne ancora (2), anche per riscontri con alcune frasi usate dal
Cotta. :
Non è vero anzitutto che il Morelli lo attribuisca ai fratelli
Gian Stefano e Catelliano, perche egli lo dà come del Navagero,
riferendosi all’edizione veneta del 1530 curata dagli amici stessi
del poeta veneziano e all’opinione di Gaetano Volpi (3). Ora il
breve carme è indubbiamente del Navagero e per le ragioni
addotte dal Morelli, e perchè Hiella è stata la sua ispiratrice,
e perchè vi si sente la maniera del legittimo autore, che più
(1) « Quamvis te peream aeque, Hyella, totam >».
(2) Op. cit., p. xxt1.
(3) MoreLLI, Op. cit., p. 43.
GIOVANNI COTTA 73
del Nostro deriva dai modelli antichi e dai poeti d’amore con-
temporanei. Quei riscontri, che il Cristofori nota tra questo
epigramma ed altri del Cotta, sono — come egli osserva molto
giustamente — luoghi comuni della poesia amorosa del tempo.
Non è certo del Cotta l’altro che si intitola /n Laurentem pro
libertate patriae tyrannicidam aggiudicatogli da G. Gagneo,
‘ dal Volpi e dal Benini. Lo ripudiò il Morelli (1), meravigliandosi
come si sia potuto attribuire al Cotta un carme, che si riferisce
ad un avvenimento posteriore di 37 anni alla sua morte.
Così pure crediamo col Morelli che non abbia nulla a che
fare con il Nostro quel componimento poetico fatto sullo schema
del sonetto, che si intitola Puellae visendae desiderium (2).
Gli fu attribuito nella citata edizione oporiniana dei carmi di
B. Zanchi e L. Gambara, ma il Morelli lo rifiutò (3), giudicandolo
di uno dei fratelli Gian Stefano e Catelliano.
Per la storia di questa imitazione latina del sonetto toscano,
mì piace riferire che Publio Francesco Spinola milanese, chiesto
da Marcello Ugoni bresciano, se fosse possibile riprodurre nella
lingua di Virgilio il sonetto con rispettivi versi e rime, ne l’ac-
contentò inviandogli il presente carme di un certo Cotta, avuto
da Andrea Camuzzi, medico e filosofo di Lugano (4). Lo Spinola
poi lo pubblicava nel libro dei suoi Endecusillabi, che uscì a
Venezia nel 1563. Credo anch’io col Morelli che questo compo-
nimento non si debba accettare come del Cotta e perchè dal
Camuzzi non è detto di Giovanni e perchè non figura nelle
precedenti edizioni e nei manoscritti. Vi si aggiunga che tutti
i nominati personaggi lombardi fanno pensare più a un loro
conterraneo, cioè a Gian Stefano o a Catelliano, che al Nostro,
con la cui maniera il sonetto non ha nulla in comune.
(1) Op. cit., p.46 n.
(2) « Aura en Favoni mitiorque Caurus ».
(3) Op. e loc. cit.
(4) Desumo queste notizie dall'epigramma di Publio Francesco Spinola con
cui il sonetto trovasi accompagnato.
74 V. MISTRUZZI
-
Arriviamo così alle lettere, due sole, il cui contenuto fu
già da noi accennato a suo luogo. Esse non presentano gran
che di rilevante, se si eccettuino l’espansività e la gentilezza
d'animo di chi le scrisse. Vi si nota invece un particolare
studio della forma, in uso presso gli umanisti e gli scrittori del
Rinascimento, che mettevano nell’epistolografia la stessa cura,
che usavano nei carmi, cosicchè le vediamo tornite e fiorite di
grazie estranee alla semplicità dello stile epistolare famigliare.
Una esagerata ampollosità nuoce alla prima, scritta circa a
vent'anni, donde consegue una difficoltà, in mezzo a quell’in-
trecciarsi di proposizioni, nell’afferrarne il contenuto. Ben più
spigliata e semplice è la seconda, scritta da Napoli al Sanna-
zaro in Francia. Non mancano tuttavia alle due lettere i pregi,
che ci fanno lamentare la perdita delle altre, forse molte, che
il poeta, contornato d’amici, scrisse nel breve periodo della sua
vita e che avrebbero giovato indubbiamente a lumeggiare qualche
periodo non chiaro della sua attività e a farne comprendere
maggiormente l’opera letteraria. I
Abbiamo terminato così di analizzare la scarsa opera di Gio-
vanni Cotta, alla quale la critica diede, come vedremo, quasi
sempre il suo assenso.
Uno dei punti sopra i quali taluno indirizzò il suo strale fu
l'imitazione di Catullo. Vi dovette essere anche chi arrivo a
tacciare il poeta di plagio dall’antico concittadino, se ancora nel
secolo XVI vi fu in G. Matteo Toscano (1) chi lo difese ener-
| gicamente. |
Vi sono — è vero — dei carmi amorosi che in qualche verso
ripetono i ritmi e talvolta i concetti stessi del cantore di Lesbia,
ma i raffronti sono scarsi. I primi sei versi del IV a Licorì ri-
sentono di reminiscenze di più di un carme di Catullo : il primo
e il terzo endecasillabo sono ricalcati sui due primi dell’epi-
(1) Pepli Italiae, 1. IT, n° 56: « Cottam ad sidera dum meis vocare ».
GIOVANNI COTTA 75
gramma a Catone (LVI) (1), mentre gli altri tre ricordano i
primi del carme a Celio (LVIII).
Così anche l’inizio del carme Ad Ca/lorem fluvium ha il me-
desimo muovere di quello di Catullo a Sirmione (XXXI) e la
chiusa del X del Cotta ricorda quella dei carmi a Furio (XXVI),
all'amante di Mamurra (XLIII) e al passero di Lesbia (III),
senza che però siavi imitazione nel concetto e nelle parole del
poeta latino. Sono motivi ritmici che il Cotta riproduce forse
senza accorgersene, tra i quali nell’inizio già detto del IV a
Licori si insinua qualche voce ormai consacrata dal linguaggio
amoroso. |
Altri di questi motivi ritmici, che non si possono certo dir
plagi, sono l’ «aestuosa anima aestuosiorem » del IV carme a
Licori cui corrisponde l’ « ebriosa acina ebrosioris » (XXVII) e
il distico « Ergo non credis mihi? non mihi credis amanti », che
si potrebbe non senza fatica ricondurre al carme ad Asinio, là
‘ove Catullo esclama « Non credis mihi? crede Polioni » etc. (XII).
Così il « flosculus Iuventiorum » (XXXIV) può essere stato pre-
sente alla mente del poeta quando compose l’epitaffio di Quin-
terio e il « venite in ignes » del XXXVI carme quando dettò
il primo a Licori. Ma qui non si può parlare di studiata imita-
zione, tanto meno poi di plagio. Tocca sovente anche a’ poeti
migliori, ben lontani dal pensiero di rubare altrui, di riprodurre
nei loro canti immagini, emistichi e talvolta interi versi dai
maestri maggiormente studiati e divenuti, per dir così, parte
di loro stessi. Così è toccato al nostro poeta ed a qualche altro
poeta del Rinascimento, sebbene tra i catulliani contemporanei
il Cotta sia, in fatto di reminiscenze, tra i più parchi.
C'è poi qualche altro raffronto, che non può dirsi propriamente
plagio da Catullo, e che si può invece ricondurre a « luoghi
comuni » della poesia amorosa greco-romana, entrati universal-
mente nei poeti cinquecenteschi, come le espressioni comunis-
(I) I numeri romani indicano il numero progressivo occupato dai rispettivi
carmi di Catullo nell'edizione teubneriana.
76 V. MISTRUZZI
sime di fuochi, fiaccole, fiamme, incendì d’amore, che entrano
nel campo delle similitudini e delle figure della poesia ero-
tica (1). Così è certo un luogo comune il concetto espresso nel
sesto verso del IV carme a Licori, perchè la dichiarazione che
la donna amata è più cara degli occhi, era d’uso frequente
nei poeti, non in Catullo soltanto, dove pur trovasi nei carmi al
passero di Lesbia (III, 5), all'amico Calvo (XIV, 1) e all’amata
(LXXXII, 3; CIV, 2), ma anche in altri scrittori sia latini che
greci.
A questi luoghi comuni della poesia erotica si può ricondurre
anche il giuramento d’amore per il proprio capo del carme VI,
di cui è un esempio in Catullo nell’epigramma sulle sue rela-
zioni con Lesbia (XCII) e la protesta d’amore a qualunque costo,
anche della morte, che è nel carme III a Licori, che trova ri-
scontri non in Catullo soltanto, ma anche in Properzio e in
Ovidio. i
Un «luogo comune » è anche l’elemento mitologico, del quale
il Cotta non abusò. Benchè accenni del genere si trovino in
qualcuno dei suoi carmi, tuttavia l’uso che ei ne fece fu si
parco, che si può quasi affermare che egli sfuggi a questo malo
vezzo dei tempi. Il richiamo che il Cotta fa talora dei miti non
ha altro scopo all’infuorì di quello di colorire il pensiero o l’im-
magine. Un solo dei suoi componimenti poetici è in parte im-
perniato sopra un motivo mitologico, l’elegia sull’empietà del
re Minosse, ma là il mito non è un luogo comune, bensì l’ar-
gomento del canto.
Mai o quasi mai entra la mitologia nei carmi d’amore, se sì
eccettuino gli accenni ad Encelado ed a Tifeo del IV a Lì-
corì (VIII, 24) e alle Ninfe in quello al fiume Calore (IX, 2 e 22);
mai in quelli ai letterati napoletani, negli epigrammi al Nava-
gero ed a Verona. Nei due epitaffi ricorre l'elemento mitologico
(1) Vedi R. PicHon, De sermone amatorio apud latinos elegiarum scri-
ptores, pp. 18-26, e C. Pascat, Poeti e personaggi catulliani, Catania, Bat-
tiato, 1916, 193 sgg.
GIOVANNI COTTA 7°
nei richiami a Narcisso e ad Apolline (IV; 2) come termini di
paragone per la bellezza di Quinterio e negli accenni alla
Parca (IV, 3; XIV, 8), all’Orco e allo Stige (XIV, 11, 14). Ma
son richiami fuggevoli, nomi che nel palpito che anima la ma-
teria trattata, passano inosservati. Un po' meno parco il Cotta
è nell'’ode per la vittoria del Cadore (X, passim).
Di Catullo nel Cotta è l’uso degli schemi ritmici da lui pre-
feribilmente usati, il linguaggio fiorito di diminutivi e vezzeg-
giativi non però condotto alla leziosità del Pontano e la spon-
taneità del sentimento, che non si lega in formule, ma si libera,
ora melanconico, ora impetuoso nei carmi con semplicità e na-
turalezza.
La critica fu, come abbiam detto, generalmente favorevole
all’opera del Cotta, ma non mancarono le voci discordi. Il giu-
dizio più severo fu certamente quello di G. C. Scaligero che, non
ostante il più lusinghiero assenso dato singolarmente ai carmi
d'amore, arrivò poi a rimproverare al poeta « quum sese ad
« Catulli mollitiem totum effinxisset, tantam numerorum nequi-
«tiam addidisse ut etiam affectasse palam sit » (1). Il suo pen-
siero fu condiviso dal Gravina, che ebbe a scrivere: « Troppo
« studio ancora usò il Cotta nell’affettata tenerezza del suo stile
« sì rotto e stemperato nei numeri e sì pieno, per così dire, di
« smorfie femminili, che per troppa frequenza si rende stuc-
« chevole. Fortunato, che con sì scarsa materia e si lento vi-
« gore ha saputo acquistare e fino ai nostri dì sostener tanta
« fama » (2). Severo è anche il giudizio di Jacopo Gaddi. « Qui
« [Cotta] lascivum poetam imitatus est in carmine, secutus est
« brevitate vitae, quam amisit plane iuvenis; dignus longiori,
«si maturum, grave, castumque scribendi genus adhibuisset.
« Corrupto tamen aevo lasciviamque amanti, vel certe nimiam
« mollitiem, aut teneritudinem poèticam, poemata Cottae saepius
(1) Poétices, 1. VI, cit.
(2) Della ragion poetica, 1. I, XLI.
78 V. MISTRUZZI
« edita fuerunt olim; quae deinde, florentibus poétis nobilioribus
« et gravioribus, languere sunt visa » (1).
Contro queste tre voci isolate s'alza un coro di plauso e d'as-
senso. Il Partenio (2), G. Rapicio (3), L. G. Giraldi (4), Q. M. Cor-
rado (5), lo stesso Gravina (6), non ostante il giudizio severo
già riportato, non esitarono a porlo — con il Sannazaro, il Pon-
tano, il Fracastoro, il Bembo, il Navagero, il Flaminio e pochi
altri — tra i migliori del suo secolo. Il Flaminio stesso in un
epigramma (7) protestava di preferire i carmi del Cotta a quelli
dello stesso Catullo con un giudizio indubbiamente esagerato ed
audace ma che — non contrastato dai critici posteriori, quali
I. Gaddi (8) e G. M. Toscano (9) — serve a darci un'idea del-
l'entusiasmo con cui erano letti i carmi del poeta.
Non fu meno favorevole la critica dal sec. XVIII in poi. Il
Volpi chiamava i carmi del Cotta, con quelli del Fracastoro, del
Bonfadio, del Fumano e di Nicolò d'Arco, « suavitatis et elegan-
« tiae plenissima » (10); il Maffei, « d'antico sapore e di grazia
singolare » (11) e il Tiraboschi « tali che quanto maggiore è il
« piacere che si sente leggendoli, tanto maggiore è il dolore
« che si pruova al vederne sì scarso numero » (12). Particolar-
(1) De scriptoribus non ecclesiasticis, t. I, p. 46.
(2) De poetica imitatione, cit.
- (3) De numero oratorio, 1. V.
(4) De poetis, ecc., cit., Opera, Lugduno Batavae, t. II, 5398.
(5) De lingua latina, 1. XIV.
(6) Nell’Epistula de conversione dottrinarum. Vedi MoRELLI, cit., p. 23.
(7) Eccolo:
Si fas cuique sui sensus expromere cordis,
hoc equidem dicam pace, Catulle, tua:
Est tua Musa quidem dulcissima; Musa videtur
ipsa tamen Cottae dulcior esse mihi.
(8) Op. e loc. cit.
(9) Op. e loc. cit.
(10) Nella lettera preposta all’edizione cominiana dei carmi del Fracastoro
e d'altri del 1718.
(11) Op. cit., p. 210.
(12) Storia della letter. ital., t. VII, 1, III, cap. IV, $ XVIII.
GIOVANNI COTTA 19
mente interessanti ì giudizi del Tommaseo e del Costa. Il Tom-
maseo così scriveva: « Nel verseggiare latino [il Cotta] sovrasta
«al Fracastoro, al Flaminio e a tanti altri troppo già celebrati.
«Il Cotta ha stile suo. ha candore ed affetto e la natura. l'ami-
« cizia, la bellezza egli canta appassionato e semplice e vero,
«meglio che i canzonieri del suo tempo... Ed è bello vedere
«in cuor tenero sensi forti e dolce rammentare che la vera
« delicatezza non è mai senza forza. Il Cotta ha del peruginesco
« nel fare » (1). Ed Emilio Costa: « O tema ed insieme desideri
« udir la voce della sua bella, che lo fa beato e al tempo stesso
«lo strugge. o canti il dono ch'essa gli ha fatto d'una ciocca
« de’ suoi capelli. che più viva gli accendono nel cuore la fiamma.
« 0 lo struggersi degli occhi suoi pel gran pianto. egli è così
«vivo. così fresco, così vero, che assai ragionevole ci pare l’en-
« tusiasmo con cuì lo onorarono i suoi contemporanei e il nu-
«mero grande di edizioni che ebbero, anche assai più tardì, 1
«suoi carmi » (2).
Se però la critica fu generalmente concorde nel giudicare
l'opera complessiva del Cotta, nei riguardi dei singoli carmi essa
fu quant'altra mai in contrasto. Non mi dilungherò qui nel-
l'esporre i varì giudizi, che abbiamo già veduti nel corso di
questo studio, e per non ripetere quello che ha già fatto con
somma diligenza il Murari (3). Mi sia invece concesso dì ripor-
tare un brano con il quale il dotto studioso chiudeva la sua
disamina, brano che costituisce una fra le pagine più vere che
sul poeta siano state scritte fino ad ora: « Questa discordanza
« profonda ne’ giudizi, che non ha certo la sua ragione nella
« parzialità o nella incompetenza dei giudici, è una prova ....
«essa medesima che l’opera poetica del Cotta, anche in quel
« poco che potè giungere sino a noi, si eleva da quella lette-
(1) Dizionario estetico, cit., 1. I, p. 92.
(2) Vedi la già citata prefazione alla sua Antologia della lirica, ecc.
15) R. Mtrari; Due epigrammi, p. 160. Alcune belle pagine sulla poesia del
Cotta serisse E. Costa nel suo articolo Z7 Catullo del Cinquecento, comparso
in Vita Nuora, a. I, n° 11, Firenze, 31 marzo 1839, 4 sgg.
80 V. MISTRUZZI
« ratura spicciola umanistica con cui al suo tempo una pleiade
« di latinisti cercavan d’illudere, più che gli altri forse sè stessi
« di essere eredi della genialità classica di Roma. Poichè unica
«la vera arte soggettiva, non già la imitazione supina di mo-
« delli pure squisiti, che ha per mezzo tecnico solo il mosaico
« di frasi lambiccate o ripescate e ricucite, può, secondo che il
« critico sente quello che sente il poeta o dissente da esso, in-
« spirargli il biasimo sincero o la lode più ampia. Così della
« soave musa del giovinetto poeta noi potremo ripetere ciò che
« il Toscano al maestrucolo ricordato più sopra:
» .... suum Catullum
Cottam sic imitarier, Catulli
proclive ut minus aemulum aemaulari
sit, ipsum quam imitarier Catullum ».
VI.
Le rime.
Se dei carmi latini di Giovanni Cotta non mancò mai chi di
tanto in tanto si occupasse, non c’è stato fino ad ora alcuno che
facesse altrettanto per le poesie italiane, che dormono ancora il
sonno di cinque secoli, in cui il più squallido oblio le ha tenute.
Eppure non è da credere che queste poesie fossero ignorate
dagli studiosi. Il fatto d’essersene divulgata una per le stampe
fin dal 1546 (1), aveva attirato l’attenzione del Giuliari, spin-
(1) È la ballata
A che vo' riveder l’amata donna.
che uscì tra le Rime diverse di molti eccellentissimi autori, ecc., 1. I, Venezia,
Giolito, 1546, che noi contrassegniamo con F. Il Giuliari non conosceva il
sonetto
O bianca man che in me ’l gran foco occolto
che fu pubblicato nel 1547 dallo stesso Giolito nella raccolta di Rime di:
diversi nobili huomini, ecc., nè i due che furono impressi per la prima volta
nell'edizione romana del 1752.
GIOVANNI COTTA S1
gendolo a tentare una ricerca, che non può dirsi sia rimasta
senza frutto (1). Però ancor prima che a lui eran capitati tra
le mani al Volpi (2) e al Morelli (3) dei codici, che ne conte-
nevano alquante e ne avevano entrambi preso nota.
Coloro che più d'ogni altro fermarono su questo lato della
produzione letteraria del Cotta l’attenzione degli studiosi, furono
il Foffano (4), che in un suo breve scritto rese conto di due co-
dici marciani contenenti alcune di quelle rime, e qualche anno
dopo il Murari (5), che poco v’aggiunse di nuovo. Entrambi poi,
come i loro scritti comportavano, non andarono più in là di
una semplice indicazione bibliografica.
Ho creduto pertanto conveniente, per offrire un uo il più
che fosse possibile completo della personalità artistica del poeta
legnaghese, di non trascurare anche questo aspetto men noto
per non dire ignorato della sua attività e non ho risparmiato
le ricerche, i cui frutti son per esporre qui ai cultori delle
patrie lettere.
I manoscritti che contengono poesie italiane del Cotta non
sono molti. Uno, come già dissi, era noto anche al Giuliari e
prima di lui al Volpi ed al Morelli. A quest’ultimo anzi non era
sfuggito un secondo manoscritto che il Giuliari, non ostante le
sue ricerche, non era riuscito a rintracciare.
Sono questi i Codd.:
A Cod. 202, Ital., cl. IX della Bibl. Marciana (6) che fu
già di Apostolo Zeno; è cartaceo, in-4°, del sec. XVI, diviso in
(1) Trovo nelle sue schede negli antichi Archivî veronesi annessi alla Bi-
blioteca Comunale di Verona l'indicazione di due codici contenenti rime del
Cotta: il marciano 202 e il palatino di Firenze 221.
(2) La sua nota fu pubblicata dal FepERICI, Annali della tipografia Volpi
Cominiana, p. 79 sg.
(3) Vedi a questo proposito F. ForFaNo, Op. cit., Appendice, p. 335.
(4) Op. cst., al capitolo Di alcune rime inedite attribuite a G. B. Cotta,
pp. 335-337.
(5) R. MurarI, Due epigrammi, ecc., p. 157 n. Vedi anche CkÒistoroRrI,
Op. cit., p. xx1v sg.
(6) Vedi F. Forrano, Op. cit., p. 336.
Giornale storico — Suppl. n° 23. 68
82 V. MISTRUZZI
due tomi e contiene rime volgari di diversi autori, una ventina
circa, più o meno noti, dal secolo decimoquarto al secolo
decimosesto. Le rime del Cotta, che stanno nel t. I, nel quale
le carte 88-147 almeno sono scritte dalla stessa mano e non più
tardi del ’500, sono:
a) A che vo riveder l'amata donna c. 1227
db) Si duramente mi tormenta Amore c. 1227
c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto c. 123"
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1237
e) So ben che non aita c. 123".
B Cod. 213, Ital., cl. LX della Bibl. Marciana (4) che fu
° pure di Apostolo Zeno. È cartaceo, in-4°, miscellaneo, dei se-
coli XVI-XVIII e risulta composto con scritture di età diverse.
Da c. 15" a c. 72” v’è una raccolta di rime di autori di vari se-
coli, stesa tutta da una stessa mano del secolo XVI, tra cui sono
le seguenti del Cotta:
a) Scio ben che non aita c. 397
b) Che volsi me infelice, allhor quand’ io c. 40°
c) Quanto più pensa l’alma et dir il vole c. 40%
d) Non scio s'io viva o no se mai dal Cielo c. 41"
e) Poi ch'io lasso mostrar non posso fore c. 417
f) Dolce mia donna con voi sempre sono c. 41%
9) O bianca man, che in me il gran foco occolto c. 70%.
Oltre questi mss., un altro, noto anche al Giuliari e consul»
tato da R. Murari (2), è il
C Cod. Palatino 221 (già 931-21,2) della Biblioteca Nazio-
(1) Vedi per questo codice, oltre il Forrano, Op. cît., p. 836 sg., anche
M. Bakpi, che ebbe a consultarlo per l’ediz. critica del Canzoniere dantesco,
in Bollettino della Soc. dant. ital., 1918, p. 35. Mi sento in dovere di ren-
dere pubbliche grazie ai chiar.mi proff. Enr. Rostagno della Laurenziana,
Pietro Zorzanello della Marciana e Tom. Lancerotto della Bibl. del Seminario
di Padova, che mi furono larghi di aiuto in queste ricerche.
(2) Op. e loc. cit.
GIOVANNI COTTA 83
nale Centrale di Firenze (1). È un volume cartaceo del sec. XVI
della misura di m. 0,211 X 0,298, con legatura in cart., coperto
di pelle rossastra con impressioni e fregi dorati. Consta di cc. 44,
che portano due numerazioni, di cui una è sincrona, l’altra più
tarda. La più antica arriva al n° 48 essendo andati perduti i
fogli 1, 2, 25 e 26. I poeti che vi hanno qui alcune rime sono
poco più di una ventina, tutti del secolo XVI, e il Cotta vi è
rappresentato con queste poesie:
a) A che vo a riveder l'amata donna c. 33°
è) O bianca man, ch’in me ’1 gran foco occolto c. 33°
c) Caro fanciul, che prima che nascesti c. 347
d) So ben che non aita c. 34".
A questi codici in seguito alle mie ricerche se ne vengono
ad aggiungere due di nuovi non meno importanti dei precedenti
e perchè concorrono a confermare al Cotta la paternità di queste
rime di cui taluno volle dubitare, e perchè uno, il più copioso,
ne conserva alcune, che mancano agli altri.
Sono i seguenti: 0
D Cod. 163 della Biblioteca del Seminario di Padova, car-
laceo, del sec. XVI, delle dimensioni: mm. 207 X cm. 15 X mm. 19
di ce. 68, aventi per titolo: Raccolta di rime di diversi autori
toscani. I titoli che stanno premessi alle singole poesie come
i nomi degli autori sono di mano più recente di quella che
stese il codice. Sul frontespizio sta, di mano del Facciolati,
l'indice dei rimatori, più o meno noti, della raccolta. A c. 11,
dove è la ballata
A che vo riveder l’amata donna
(1) Per questo cod. vedi la descrizione che ne fece Luigi GextILE, I ma-
noscritti della R. Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Codici Palatini,
vol. I, Roma, Bencini, 1889, nella raccolta Indici e Cataloghi (Ministero
dell’I. P.), n° IV, p. 292. Al chiar.mo prof. Enr. Rostagno, che consultò per
me questo manoscritto, rinnovo i ringraziamenti per le annotazioni preziose
fornitemi.
84 V. MISTRUZZI
leggesi di mano tarda la postilla: « Questa e li due seguenti
« sonetti sono attribuiti a Giovanni Cotta e sono stampati. Ma
« le lettere P. C. [premesse alla ballata] pare che facciano au-
« tore Paolo Canale ».
Le rime del nostro poeta, che vi figurano, sono le stesse del
cod. palatino 221, però diversamente disposte, e cioè:
a) So ben che non aita c. 215
db) A che vo’ riveder l’amata donna c. 11"
c) O bianca man ch’in me il gran foco occolto c. 11"
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 11".
E Cod. 91 della Biblioteca del Seminario di Padova, che
ha per titolo: Raccolta di rime; cartaceo, del sec. XVI, delle
dimensioni cm. 22 X 16 X 3, di cc. 198 numerate. Mancano però
le prime otto e alcune altre qua e là. Anche in questo, come
nel cod. 163, i nomi degli autori, che stanno premessi alle poesie,
sono d’età più tarda di quella in cui il codice fu scritto. Sul
frontespizio leggesi anche qui, di pugno del Facciolati, l’elenco
dei rimatori della raccolta. Il Cotta vi è rappresentato con
queste poesie:
a) A che vo riveder l'amata donna c. 130"
db) So ben che non aita c. 1305
c) O bianca man, ch’in me "1 gran foco occoltò c. 1327
d) Caro fanciul che prima che nascesti c. 1327
e) Sì duramente mi tormenta amore c. 132
f) Quanto più pensa l’alma et dir il vole ce. 132v
9g) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore c. 1337
h) Che volsi me infelice allor quand’io c. 1337
t) Non so s’io viva o no se mai dal cielo c. 133?
2) Julia che sola ciascun’alma alumi ce. 1337
m) Felice amoroseto gentil fiore c. 134"
n) Sapess' io almen, s'a qualche tua foglietta c. 134"
o) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora c. 134
p) Altro che morte non fia mai che spinga c. 134".
—= | 1—- -—
GIOVANNI COTTA 85
G Cod. misc. 1250 della Biblioteca Universitaria di Bo-
logna, che a c. 55 conserva, senza notevoli varietà, la ballata:
A che vo' riveder l'amata donna (1).
A tutte queste poesie che trovansi nei manoscritti sono da
aggiungere le due seguenti, che non figurano in alcuno di essi
e che videro la luce nel 1752 nell’edizione romana del De Rubeis:
a) D’antico sasso e d’ogn’intorno roso
d) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe.
Le rime del Cotta fino ad ora conosciute sono pertanto:
a) A che vo riveder l’amata donna ABCDEF
d) So ben che non aita ABCDE
c) O bianca man, ch’in me "l gran foco occolto ABCDE
d) Caro fanciul che prima che nascesti ACDE
e) Sì duramente mi tormenta Amore AE
f) Quanto più pensa l'alma et dir il vole BE
9) Chi mai più caro al Cielo e al vago amore E
h) Che volsi me infelice allor quand'io BE
:) Non so s’io viva o no se mai dal cielo BE
1) Julia che sola ciascun'alma alumi È
m) Felice amoroseto gentil fiore E
n) Sapess’io almen s'a qualche tua foglietta È
0) Poi ch'io lasso non posso mostrar fora BE
P) Altro che morte non fia mai che spinga £
q) Dolce mia donna con voi sempre sono 8
r) D'antico sasso e d’ogn’intorno roso G
s) Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe G.
Di tutte queste rime ben poche ebbero la sorte di vedere
prima d'ora la luce. Una, la più fortunata, l’ebbe fin dal 1545 (2),
(1) Cfr., per questo codice, la descrizione che ne diede ALBano SORBFLLI
negli Inventari dei mss. delle Biblioteche d’Italia, vol. XXI, Firenze, 1914, 10.
(2) Rime diverse di molti eccellentissimi auttori, ecce., Venezia, Giolito,
LI, e nelle ristampe del 1546 e 1549. È la ballata:
A che vo' riveder l'amata donna. .
86 V. MISTRUZZI
una seconda nel 1547 (1), ma fu data come del Molza; le altre
due nel 1752 (2). Si divulgò invece come opera del Cotta quel-
l'imitazione italiana dell’elegia terza a Licorì, che noi, dietro
le orme del Morelli, abbiamo rifiutata come apocrifa.
Interessante invece a noi è il sapere come a questa parte
‘ della produzione letteraria del Cotta la critica non abbia fatto
buon viso. Vi fu anche chi non dubitò di contestarne o almeno
di metterne in dubbio la legittima paternità, come fece il Cri-
stofori (3), colpito — e non a torto — dal contrasto tra la fre-
schezza dei carmi latini e la leziosità stantia delle rime. Che
codeste però siano da ritenersi come opera del Nostro è indu-
bitato ora che parecchi codici, la maggior parte indipendenti
l’uno dall’altro, le attribuiscono concordemente a lui. E il fe-
nomeno stesso della mala riuscita del poeta nel verseggiare
italiano dopo la bella prova fatta nell’idioma di Roma, se ci lascia
dubbiosi guardato isolatamente, più non ci stupisce quando
venga considerato nel tempo in cui si compi. Non solo il Cotta
ma altri poeti del Cinquecento, come, per dir solo d’alcuni, il
Bembo e il Navagero, ci mettono dinnanzi allo stesso fenomeno
quando dopo averne letto i carmi latini ci troviamo alle prese
con le poesie volgari.
Certo si è che chi abbia ammirato nei carmi latini del poeta
legnaghese la lodata originalità nel cogliere e nel ritrarre bel-
lamente la spontaneità e la sincerità degli affetti, non può non
rimaner deluso dinnanzi alla sciatta, manierata e talora inele-
gante esposizione poetica dei suoi sentimenti contrastati. Il can-
zoniere del Cotta non ha nulla infatti che lo elevi al di sopra
delle innumerevoli raccolte, nelle quali — mi sia permesso il
vocabolo — poeti del Cinquecento stemperavano nello schema
(1) Rime di diversi nobili huomini, ecc., Venezia, Giolito; è il sonetto:
O bianca man ch'in me "l gran foco occolto.
(2) Sono i sonetti editi nella citata stampa del De Rubeis.
(3) Op. cit., p. xxIv sg.
GIOVANNI COTTA 87
ristretto della ballata e del sonetto o nell’àmbito più spazioso
di una canzone o di un capitolo i dogliosi lamenti del loro cuore
innamorato.
La maggior parte di queste rime (1) si intrecciano intorno
ad un amore del poeta che risale al tempo della sua dimora nel
Friuli. Fu là, forse in uno dei suoi laboriosi pellegrinaggi d’una
in altra parte di quella terra, ch’ei conobbe la improvvida inspi-
ratrice, Giulia, ed iniziò — se vogliamo credergli — la tormen-
tosa relazione (2). Ma quant’è scialba e irreale questa nuova
diva se si consideri a fianco di quella figura vera e palpitante,
che egli adombrò sotto il nome classico di Licori!
Chi non ricorda l’alito di passione che tormentava, nei carmi
a costei, l’agile endecasillabo o il distico flessuoso e quell’im-
magine di fanciulla che viveva e pulsava nell’ardore stesso che
infiammava il poeta? Al contrario Giulia, pallida dea perdentesi
nelle vaporosità di una figura ideale, di un tipo, non ha vita.
Essa, manco a dirlo, come tutte le madonne dei canzonieri
del tempo, riassume in sè tutti i pregi morali ed estetici. Ri-
cettacolo d’ogni virtù (VI, 2), unica al mondo (VI, 5) con le
sue doti celestiali (X, 3) si eleva al di sopra di qualsiasi altra
donna. La sua stessa presenza nobilita la terra vile che la ospita
(VI, 9-11). Non già donna ma dea (XI, 2), ha in più anche tutti
gli attributi della bellezza: un sole adorno «Le splende nel bel
«viso — E fa a chi "1 vede un dolce paradiso » (II, 51, 52);
il volto ha celeste (II, 83), la venustà, divina (X, 2), i suoi co-
stumi, leggiadri, angelici (X, 4); angelico, il favellare (II, 7);
pieni di dolcezza, gli occhi (X, 7) e bello il seno «di cui
«non ha più caro seggio Amore » (XI, 2, 3). E gli esempi si
possono moltiplicare. Essa, in una parola, è l’« unico bene » del
poeta (I, 13), la più bella donna che mai vedesse il sole (VI, 4).
Ed ecco il poeta intrecciare al suo sole (IX, 2), alla luce sua
(1) Due soli sonetti se ne distaccano: il IV e il VII.
(2) Il nome della sua donna ci è stato tramandato in due sonetti (VI e X)
€ nella canzone (II) ove è detto che era una friulana (v. 65).
88 : V. MISTRUZZI
(II, 53) ogni lode; ed ora cantarne i begli occhi (II, 21), il bel
seno (II, 70), l’auree chiome (II, 69), la man bianca, bella e cara
(III, 1-5), la bella bocca (XII, 2), ecc., ecc., ed ora ricordarne
le « maniere — Sì gentilmente altere » (II, 74, 75), «le ornate
« sue dolci favelle » (XII, 12), « l’alma beltate e i gentil atti e
« le parole accorte » (XIV, 9, 10) e tante altre cose, che mi si
dispenserà dal citare.
Troppi pregî, come ognun vede, per una donna, per poter
pensare ad una, sia pur rara, figlia di Eva. Senonchè essi eran
tanto comuni alle donne — dico a quelle dei canzonieri pe-
trarcheschi — del Cinquecento, che non possiamo neppure dire
avventurato il nostro poeta di essersene imbattuto. Egli, sebbene
già uso ai raggiri d’amore tanto da credersene per sempre im-
mune, fu talmente preso dalla maliarda, che, se vogliamo pre-
stargli fede, non conobbe più pace.
Ma c’è altro! In mezzo a tutto quel profluvio di lodi, che
puzza eccessivamente di maniera — esse lodi si possono age-
volmente ricondurre ad altrettali date dal Petrarca a Laura e
alle loro dive dai suoi degeneri imitatori —, ti imbatti di tanto
in tanto in qualcuno — e son parecchi — di quei contrasti carì
al poeti d’allora, come sarebbero «la bella donna et cruda »
(II, 14), «l'amata mia nemica » (II, 92), « quella senza pietà,
« ch'homai m’ha morto » (XIII, 7) e altre frasi non meno nume-
rose, che vorrebbero dinotare turbinose lotte interiori, causate
all’innamorato dall’ambigua condotta di madonna. Vi è insomma
perseguita con qualche pregio, se vogliamo, ma con non pochi
difetti, quella minuziosa, petulante e rancida elaborazione della
scienza d'amore, così di moda nel Cinquecento.
Con quanto magra figura per la mascolinità del cantore, ognun
può vedere leggendo le rime. Io mi ritengo esonerato dall’ob-
bligo di riportarne gli esempì, anche perchè non sembri che io
voglia indugiare nell’analisi di queste poesie più di quanto esse
non meritino. È un continuo lamento, che esce dall’animo an-
gustiato del poeta, per cui egli è ricondotto ad ogni piè sospinto
all'immagine o al desiderio della morte, che tu trovi accennata
GIOVANNI COTTA 89
in quasi tutte le poesie, sia che in essa egli veda ormai tras-
formata la sua vita infelicissima (III) o in essa speri la libera-
zione da tante pene insopportabili (II, 64) o in essa brami, dopo
aver finalmente contemplata la sua dea, chiudere l’esistenza (I).
Oltre a ciò non mancano nell’esposizione degli effetti della
passione dolorosa gli esempî, sebbene, per esser giusti, molto
rari, di intollerabili esagerazioni, che fanno a pugni con il nostro
senso estetico e preludono al secentismo (X, 7, 8; XII, 13, 14).
Soffocata la scarsa inspirazione entro alle pastoie dell’imita-
zione, manca qui quel soffio di vita, che alitava invece nei carmi
a Licori ed a Rubella, a cui ricorriamo sempre per amor di
contrasto leggendo queste rime annacquate. Alle quali se man-
cano certe esagerazioni, che facevano sgranar tanto d’occhi a
Momo nei Mondi del Doni e muovevano a nausea il Franco e
l'Aretino (1), non possiamo perdonare di aver rubato forse il
posto ad altrettanti epigrammi latini pari a quelli posseduti (2).
I
Ballata.
A che vo' a riveder l'amata donna
se "1 subito partire
è poi per raddoppiar il mio martire?
So pur che, quante volte l'ho revista,
5 giunto m'ha novo ardore
L Gad; F vuo; A4BG vo riveder. 8. 4 radoppiar; Y raddoppiare; G rà-
doppiare ell 4 A4i’'lho; Mil’hoattrista. 6. DG gionto; G me.
(1) Gmar, Attraverso il Cinquecento, Antipetrarchismo, pp. 45 sgg.
(2) Nel dare il testo delle rime del Cotta ho seguìto fedelmente la lezione
del cod. 91 del Sem. di Padova, permettendomi soltanto di aggiungervi gli
accenti, che quasi sempre mancano, e la punteggiatura. Solo in due o tre casi,
soll'autorità di altri mss., mi son visto nella necessità di abbandonare la
lezione di questo codice, che generalmente è la migliore, e sostituirvi quella
d'altri.
90
10
15
V. MISTRUZZI
et che l’allontanarmi più m'’attrista
quanto più l'ho nel core;
ond’hor che ’1 tempo attempra "1 mio dolore,
devrei, lasso, fuggire
di far per che via più che mai sospire.
Ma chi pon freno al lungo e gran desio,
hor che ’l destin pur vuole
che veder possa l’unico ben mio
consolarmi qual suole
con bei senbianti et con dolci parole?
Hor via; che un tal gioire
ben è sentire un poco et poi morire.
6. 4G alontanarmi, 28 lo alon..., D lo allon...; 4 atrista, Z. artrista
8. D oh'il; F tempre; G tempra; ACFG il mio. 9. CD dovrei; AG fugire.
10. A D perchè vien, F perche vie. 11. 4 lungo gran desio, O et gran djsio (la j
è riscritta in rasura, pare, su una e), BDG longo. 12 4G vole. 14. FP sole,
16. A F dolce.
10
15
1. Bscio.
16. CD ch’un. 17. D meglio; 40D sentir; 4Ge poi.
II.
Canzone.
So ben che non aita
lo mio affannato petto —
il dir mie pene a chi mia morte vole;
ma chi perde la vita
e "1 ben de l'intelletto,
ben perder pote anchora le parole,
et chi da ver si dole
celar non po "l dolore,
sì che con aspri stridi
forza m’è homai che gridi
che mia donna, mia sorte, e "1 mio signore
son accordati inseme
a trarmi tormentando all’hore extreme.
La bella donna et cruda,
poi che di me s’accorse,
5. A lo ’ntelletto. 7. AD e chi; B del ver. 8. AD po il,
BO puo il. 9. A assai stridi. 10. B ch'io. 11. Bet mio; Del. 12. 2 in sieme,
D insieme. 18. A a lhore, BCD a l'hore. li. De. 15. A perchè.
iL mene. siii ASSI deg gini oa vili Sani
PI
GIOVANNI COTTA 91
mostrò d’haver graditi i miei desiri;
et hor ridendo ignuda
‘ la bella man mi porse,
hor di pietà si tinse a’ miei sospiri,
20 hor con soavi giri
_ in mei begl’occhi volse
e per più assicurarmi
talhora disse amarmi;
così quella crudel il cor mi tolse
25 et io che troppo cresi,
mentre potea, da lei non mi difesi.
Hor ito son tant'anzi
- che, benchè aperto i’ veggio
ch'ella si piglia ’1 mio penar a gioco,
30 per tempo che m'avanzi,
potrò forse haver peggio,
ma non mai ralentar il mio gran foco;
nè giusto sdegno, o loco
che per rimedio i’ cange,
35 nè 'l rimembrar che m’ami
altrui, e a sè mi chiami,
punto de l’ostinato effetto frange,
anzi, com'io comprendo,
quant'io contrasto più, più ogn’hor m’accendo.
40 Ond’hora lagrimando
biastemo la fortuna,
che ’1 bramato ritorno m’interdice;
e dico sospirando:
— Chi sa! se forse alcuna
45 mercè impetrata havesse, o m'’infelice!,
far mi potea felice
un’ hora, non che un giorno;
16. C dhaver. 19. B tins'a. 21. AB begli. 22. CDet per. 28. 4 talhor
disse d', B dice. 25. la parola cresi [= credetti), dimenticata, in B, è aggiunta în
margine da mano più recente. 98. B di lei; ABCD diffosi, 27. D tanto anzi.
88. 0 ben che; 8 ch'aperto, D bench’aperto. 29. AC chela si piglia il. 680. B mi
havanzi. 81. B fors'haver. 82. AC rallentar. 84. A remedio. 85. C ne il,
2 nel, D ne'l. 87. D ponto. 89. D quanto io. 40. B onde. 4dl. C biastemmo.
"i chel, D ch'il; B rittorno. 48. Cet. 44 CD Chi sa? 45. ABCDo me
ce,
92 V. MISTRUZZI
e ancor che fosse dura,
pur a mia vita oscura
50 asconder non potea quel sol adorno,
che splende nel bel viso
e fa a chi ’1 vede un dolce paradiso! —
Hor lunge è la mia luce
et sì forte è "1 desire
5) che, se pur vivo, il vivere m’annoia;
et quanto ad altri luce
et altri fa gioire
.a me fa notte amara e accresce noia;
et meglio è assai ch'io moia,
60 per quel c'homai mi creggia,
per finir tante pene;
et pur picciola spene
sostienmi: ch’ancor fia ch*io ti riveggia,
beata terra giulia,
65 ove serena ’l ciel la bella Giulia.
E Amor il dolce nome
sempre nel cor mi suona,
- per più mio affanno, e ogn'altra cura svelle;
et hor dell’auree chiome,
70 hor del bel sen ragiona,
hor delle care angeliche favelle,
hor delle due alme stelle
sol per mio mal sì vaghe,
hor di quelle maniere
75 sì gentilmente altere:
e tutto fammi ogn’hor più ardenti piaghe
48. C anchor; 4 fusse; D forse dura. 60. C sol è in rasura nè si può indovi-
nare che vi fosse prima scritto. 51. A nel mio aviso; C splendea, ma l’a è d'altra
mano, tracciata, sembra, su un n; D spende. 52. ACE fa, ch'il vede, Da chi il.
b4. Dè il. 55. D vivo, vivere. In B il verso è saltato. 56. B altrui. 58. B et
cresce, OC accrescie, D acoresse. 59. In B questo verso è saltato. In C a muoia è
stata erasa la u. 680. B che homai, D ch’ormai: in C al che è stata erasa la o.
62. B piccola, E spicciola. 63. C ch’anchor, D sostiemmi, ch’anchor fia, ch'i ti
riveggia. 64. B julia. 66. D serena il; B Julia. 67. CD sona. 68. B pere piui;
A40 ogni altra. 69. A de le aure, B de laure, C de l’auree. 70. B rag-
giona. 71. ABC dele. 72. ABC de le. 73. D vage. 76. B famme, ar-
dente; D piage.
GIOVANNI COTTA 98
e fa che tanto viva
quanto di lei o pensi o parli o scriva.
Et benchè è mortal duolo
80 veder che mi sia tolto
il ben ch'ogn’hor men spero et più desio,
pur talhor mi consolo
che mai celeste volto
fu come quel di cui son acceso io;
85 e allhor de l’ardor mio
for esser non vorrei,
anzi ’1 morir mi piace,
tal è colei che ’1 face;
così nè po’ nè vol partir da lei
90 il folle pensier vago,
e così, lasso, de "1 mio mal m'appago.
Deh s'all'’amata mia nemica arrivi,
canzone, piagni tanto,
che ’l duro cor s’intenerisca alquanto.
77. O tant'i viva. 78. B pensa. 79. Il che nel nostro cod. e in B è caduto,
OC Et ben che è. 80. B fia tolto. 81. In D sl più è caduto. 84. C Dopo fl cui
c'era una parola di cui sit legge appena un et; la rasura è della stessa prima mano.
86. D alhor. 88. 40 fuor, B fuori esser non vorei. 87. In B questo verso è saltato.
80 B ne pol. 90. B il fole penser vago, C penser. 91. BC Et così; B m'apagho.
98. 400 a l’, Bs'al', Dseealla. 48. B piangi. 9%. Bch'il, D ch'l
III.
Sonetto.
O bianca man, ch’in me "1 gran foco occolto
accendi e i miei pensier governi e fingi
e di mia donna imagini depingi
tante, ch'ogn’altro rimembrar m'è tolto;
5 man bella e cara a me dopo "1 bel volto,
ch’ogn' hor lacci più fermi al cor mi cingi,
1. B che in meil, D ch'in me il. 2. B Accendi il mio pensier; C governi et.
8. B et de mia Donna imagine, C et di mia Donna. 4. D ch'ogni altro. 5. Cet
cara; A doppo "Il, B doppo il, CD dopo il. 6. A che ogni hor, D ch'ogni hor.
94 V. MISTRUZZI
et notte et dì sì fiera "1 straci e stringi,
ch’ homai del viver mio non resta molto;
deh, ti stringessi hor io, che lagrimando
10 ti farrei molle sì che, ’1 stratio e "1 foco
temprando, mi daresti alcun riposo;
o almen, se ’l lagrimar giovasse poco,
sovra quel dolce avorio sospirando
3 morrei, et havrei fine aventuroso.
7. A il strati) et, B il straccij et, Cil strati e, Dil sera e. 9. B te strin-
gess’ hor, C ti stringesi. 10. ABCD ti farei; B straccio. 11. D dareste.
12. D se il. 14, B Morei; C fin.
IV.
Sonetto.
Caro fanciul, che, prima che. nascesti,
là ove amor e honestate han ferma sede
havesti albergo, e, come gl’occhi apresti,
vedesti quanto bel fra noi si vede;
5 se pria col peso a chi vita ti diede
e poi nascendo qualch’affanno desti,
fa che °n festa le torni, et pigli fede
che mai cosa fia in te che la molesti.
Dal bel sen lieto "1 dolce latte prendi
10 e ridi e mostra il gran piacer che senti,
s'ella ti ride, o ti bacia o favella.
Veggiasi in culla, o bon fanciul, che ’ntendì
qual esser devi, havendo de’ parenti
è
l’un il miglior, lei la più saggia et bella.
2. C La ve; A Amoret. 8. ACet cone gli, De come gli; C di prima mano
è apristi, un’altra mano inutò in apresti. 4. C di prima mano visti; un’altra mano,
che non è quella che mutò l’apristi in apresti, corresse in vedesti. 8. C Et;
AD qualche affanno. 7. A che in, C ch'in festa li, D ch'in. 9 ACD lieto il.
10. C et ridi et. 11. A s'elli ti ride, o si baccia [sic], C se la ti ride o ti bascia.
12. AC D ch' intendi. 14. A L'un è "1 meglior lei.
dr Ure, in E_lei Pe i.e im. ii ii i
_ zi e
GIOVANNI COTTA 95
V.
Ballata.
Sì duramente mì tormenta Amore,
che già creduto non havrei c' huom mai
bastasse a sofferir cotanti guai.
Amor, tanto grand’è la tua fierezza,
5 che ben homai me stesso morto harria,
chè motte, com’io credo, è assai men ria;
e, se pur forse ha in sè maggior gravezza,
con quell’ ha il fin d'ogni lungo martiro;
ed ella passa in un breve sospiro,
10 ma tu, crudel signor, de ch'io m'’adiro,
in vita tieni il cor che tolto m' hai,
et me contra mia voglia viver fai.
2 In A il già è caduto. 6. 4 haria. 8. A4 con quella ha.
VI.
Sonetto.
Quanto più pensa l’alma et dir il vole
che d’ogni virtù fece un sol ricetto,
nè mai percosse Amor sì gentil petto,
nè mai donna sì bella vide il sole;
5 tanto più a vostre lode, al mondo sole,
mancar si sente, et del suo bello oggetto
ciascuna parte abbaglia l'intelletto,
non sol non po’ trovarli egual parole!
Ond’ella dice: — L’'alma Julia è scesa
10 qua giù per honorar il basso mondo
e a lei non è, chi possa farle honore. —
Così si tace; et dal disir accesa
di voi pur pensa, et nel pensar profondo:
spesso vien meno et di dolcezza more.
2 B sette un sol ricetto. 4. B cosa si bella. 6. B manchar si sente et del
suo bell'oggetto. 7. B abaglia. 8. B puo trovargli ugual. 9. B ascesa.
lì Bet del. 18. Cdi noi; proffondo.
96 V. MISTRUZZI
VII.
Sonetto.
Chi mai più caro al Cielo e al vago Amore
di te, Tresoldo glorioso, nacque,
per cui al Ciel mandar qua fra noi piacque
la bella dea, del più bel choro honore ?
5 Ed in tal guisa Amor le punse il cuore,
«ch'a lei, a li cui sguardi sempre giacque
o morta o presa ogn’alma, non dispiacque
da te esser vinta e hornarti per signore.
Spirto gentil, — da cui valer natio
10 commosso Amor insieme et tutti i Dei
son che tu sol beato al mondo viva —
e più giammai vorrà la casta diva
far senza te ritorno; et fia con lei
felice in terra et poi nel Ciel un dio.
VIII.
Sonetto.
Che volsi, me infelice! , allhor quand’ io,
del mio mal vago, in voi gl’occhi firmai,
e contemplai sicuro i dolci rai
ch’ hor son sì amari al tristo viver mio ?
5 Allhor la fiamma antica e "1 duol mio rio,
che per lungo uso non sentiva homai,
l'alta beltà che in voi raftigurai
nel stanco cor riaccese et rincrudio.
Et non so dir che più nei lumi alteri
10 vidi, onde novo ardor giunto m' havete,
et non so, lasso, qual de duoi più m'’arda.
2. B vagho; fermai. 8. B Et contemplai secur i. 6. Blungho. 7. B ch' its
8. B stancho; rinudrio. 9. ne i. 10. A nostro, B m'havette. 11. B qual di vol.
Cles limi.
GIOVANNI COTTA
Duo fochi, donna, voi sola accendete
in l’alma, c' homai più non ha che sperì,
onde si more et pur in voi risguarda.
LN
13. B doi fuoghi; accendette.
IX.
Sonetto.
Non so s’io viva o no, se mai dal Cielo
concesso m'è che te, mio sol, rimiri,
chè ’1 spirto allhor con taciti sospiri
vola al suo oggetto et lascia il mortal velo.
5 Chi regge allhor mie membra, chi ’1 mio gelo
atempra, et fa ch'io parli et ch'i’ respiri
se non se’ tu? tal forza accolta spiri,
ch’io sento il mio morir e ad altri il celo.
Ma come vivo poi, mia donna, quando
10 da te lontan io son, che dal disio
in duo parte son fatto, et il cor mio
da te mai parte, et pur Amor vol ch’io
senza miei sensi viva lagrimando ?
Poco ama, chi sa come ei vive amando.
97
1. B Non scio. 2. remiri. 8. contatiti i [sic]. 4. vola il suo obgietto.
5. B che "1, 8 ch'il. .6. Attempra. 7. occulta. 9. mi dona. 10. luntan; desio.
Ul Ta doi parte. 12. Da te mia parte et per Amor vol ch'io. UU. ei viva.
X.
Sonetto.
Julia, che sola ciascun’alma alumi
coi rai della divina tua bellezza,
con la virtù celeste et la vaghezza
de tuoi leggiadri angelici costumi,
5 quante gratie ti debbo! Quei bei lumi
talhor mi monstri pieni di dolcezza,
bench’ indi ogn’ hor m’insegue tal tristezza,
che °l cor diventa ghiaccio e gl’occhi fiumi.
Giornale storico — Suppl. n° 22. 7
98 V. MISTRUZZI
Beat'io per tal vista, et maggior bene
10 del mio non have al ciel, s'alcun riparo
di miglior speme havesse a le mie pene.
Ma per che pur tem’io? De "1 lume caro,
che sol sono mio ben, el mal mio vene,
et tutto il dolce amor mi torna amaro (1).
XI.
Sonetto.
Felice amoroseto gentil fiore,
che di mia dea la bianca mano colse
et forse lieta nel bel sen t’accolse,
di cui non ha più caro seggio Amore,
5 poi che speranza di stagion migliore
venuto a darmi sei, com’ella volse,
il cor, che per te a vita si rivolse,
serval, servando il tuo vivo colore.
Vivi, alma violetta, acciò viv'io;
10 et come il sol et le rugiade et l’aure
ti dieder vita e ’1 dolce odor che spiri,
hor in lor vece il verde tuo ristaure
nel mio baciarte il mio caldo disio
et le lagrime molte e i miei sospiri.
XII.
Sonetto.
Sapess'io almen s’a qualche tua foglietta
toccar allhor la bella bocca occorse,
quando madonna a l’odorar ti porse,
(come me infiammi ogn’hor mia violetta!)
5 che in te farei di lei qualche vendetta,
— in lei, dicendo, t’accendesti” — et forse
sì forte per furor mai fiera morse,
com’ io tra’ labri ti terrei pur stretta.
(1) Scorretta, la lezione di quest’ultima terzina. Per trarne un senso, ba-
sterebbe poter sostituire, nel v. 13, a sono un era.
GIOVANNI COTTA
Vendetta in te i° farrei de "1 rosso, ond’have
10 contra me accese Amor mille fiamelle,
nè giova che di lagrime mi lave,
et de le ornate sue dolci favelle,
che mi fan pietra, et del viso soave,
che m'apre il cor et l’anima ne svelle.
XIII.
Ballata.
Poi ch'io, lasso, non posso mostrar fore
qual drento fammi Amor, tu per pieta
soccorri, o buon poeta
d’Amor et de le dolci rime honore!
5 Oda le tue speranze, et la paura
et l’ardor et la lode de chi onori
quella senza pietà, c'homai m'ha morto,
et indi pensì a me; et tanto maggiori
._°—timi li miei martir quant'ella è dura
10 vie più, nè poss’io darmi alcun conforto;
fa che talhor la bella del suo torto
e del mio mal sospiri:
così seco ciascun, de’ tuoi sospiri
l'aura soave udendo, s'innamore.
L B mostrar non posso. 8. Soccori o bon. 5. Ode.. 6. le lodi.
10. Via più non posso darmi. 18. teco.
XIV.
Sonetto. _
Altro che Morte non fia mai che spinga
il foco che mi strugge desiando,
o rumpa il ghiaccio mio che, desperando,
m'adima, che più il cor timido astringa (1).
——_ |
(1) Veramente il cod. ha:
m’adima, ch'ogn'hor piu il cor timido astringa.
Ma... e il verso?
99
9. gli.
100 V. MISTRUZZI
5 Nè altro mai le lagrime restringa
con che sfogo i martir ch'io sento amando;
e il nodo ch'io soporto sospirando
tal man me "1 cinse, ch’altra mai nol scinga.
E questo, perchè l'alta alma beltate
10 ei gentilatti et le parole accorto
ond'arsi e un sdegno che mia speme ancise
et le liete hore mie presto passate
et un bel don che fede me impromise,
trarmi de ’l1 cor non puote altro che Morte.
XV.
Sonellto.
Dolce mia donna, con voi sempre sono:
mercede dil cor mio, chè via si lunga
non è, che da voi ponto lo dilunga.
sì ogn’altro suo piacer ha in abandono!
5 Nè sol par che vi veggia ma «lil sono
de mie parole a vostre orecchie aggiunga
et ch’hor ridiate, hor che pietà vi pungs
di quel che vosco et con Amor ragiono.
Questo mio imagginar ad hora ad hora
10 mi fa presente tutto il ben. qual io
ed ebbi ed haver spero in amor mio:
così m’inganno et tolero il desio
qual ho di veder voi senza ch'io mora,
chè ben morrei, non vi vedendo own hora.
XVI.
Sonetto.
D'antico sasso e d'ogn’intorne rose
dal tempo, move quietamente Uonta
ruscelletto gelato, e per profonde
rupi discende tra due colli ascoso;
[o]
©
<
»
bi
2
Lan)
(©)
Mo)
rh
vj
ali
6,
5 e sceso altin per un sentier erboso,
ivi s'unisce a maggior copia, d’onde spet
rotti gli argini suoi, rotte le sponde, <
corre al mare superbo e disdegnoso.
Così da l’alma e chiara luce ardente
10 de’ he’ vostri occhi ond’io mi snervo e spolpo,
nacque il dolce mio foco a parte a parte:
piccolo prima, or largo e sì possente,
che di ciò indarno il mio desir incolpo,
e tutto in fiamme vo presso e in disparte.
XVII.
Sonetto.
Eran pur dianzi qui tra le fresch’erbe
amaranti, giacinti et altri fiori,
che spargevano al ciel soavi odori,
quai non cred’io che Arabia in grembo serbe;
5 e udiansi lire dolcemente acerbe
e i cari loro fortunati amori
cantar con versi allegri i bei pastori;
or nulla è che il dolor ne disacerbe,
se tu, che desti ne l’umane menti
10 pensier alti e soavi, non ritorni
a stampar col bel piè gigli e viole,
e Clizia a colorir, vago mio sole,
pallida col seren de’ lumi ardenti,
cangiando in dolci i nostri amari giorni.
101
pes .-
102 <— Tu." v. MISTRUZZI
VII.
Codici ed edizioni dei Carmi.
Se i carmi di Giovanni Cotta ci furono tramandati da più di
una quarantina di edizioni, essi non ci furono conservati che in
un numero assai scarso di manoscritti, dei quali solo un piccolo
gruppo abbastanza copioso.
Sono questi :
A Cod. 5383 Valicano Latino, cartaceo-pergamenaceo del
sec. XVI, di ff. 185, dei quali i primi e gli ultimi cinque sono
bianchi, delle dimensioni 199 X 121, 212 X 141. E una Miscel-
lanea poetica latina di umanisti, che risulta di più codicetti
scritti da mani diverse e legati insieme solo più tardi. Un primo
fascicoletto ci conserva l’'A/exander VI di Fausto Capodiferro,
autogr. È copiato molto accuratamente, con i titoli dipinti col
minio e senza iniziali, su pergamena. Un’altra raccolta d’altra
scrittura, e in carta, ci tramanda invece un discreto numero di
carmi del Molza, del Trissino, del Bembo ed altri adespoti. Un
altro codicetto d’altra mano ci dà un altro gruppo di carmi di
poeti del Cinquecento, tra cui predomina il Molza. Indi segue
un altro fascicolo, cartaceo come il precedente, in cui trovansi:
Pro Petro Cursio, Defensio di G. Vitale Panormita, dieci carmi
di G. Fracastoro, altri di Pietro Azaioli, poi Miîchaetlis Silvii
Car." visen. De aqua Argentea, ad Portugaliae Regem,
Carmen, un altro carme dello stesso a Blosio Palladio, carmi
del Cursio e del Casali, di Sc. Carteromaco, di G. B. Sanga, di
Lelio Capodilupo e del Sannazaro. A questi seguono altri carmi
di poeti del ’500, tra i quali — scritti di mano del sec. XVI —
sono i seguenti del Cotta, che a fianco, di scrittura più tarda,
GIOVANNI COTTA 103
hanno l'indicazione di una disposizione diversa da quella del
codice :
(primo) c. 164" Ocelle fiuminam Calor, Calor pulcher
(serto) c. 165" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori
(septimo) c. 165" Caparion ego sum, quem vivum marime amavit
(ultimo) c. 166" Verona, qui te viderit
(tertio) c. 166" Jam valete, boni mei sodales
(secundo) c. 166" O factum lachrimabile et acerbum
(quarto) c. 169" Amo, quod fateor, meam Lycorim (1).
B Cod. 2836 Vaticano Latino, miscellaneo, cartaceo del
sec. XVI, delle dimensioni 30 X 22; consta, come il precedente,
di alcuni fascicoli scritti da mani diverse e riuniti più tardi a
formare la presente raccolta, che consta di 330 carte. Contiene
carmi di varî autori del Quattrocento e Cinquecento, oltre ad
alcuni adespoti e qualche lettera. Parecchie carte sono bianche.
Gli autori che vi sono rappresentati, sono molti, e tra gli altri il
Mellini, il Donato, il Trissino, il Cotta, lo Strozzi, l’Altilio, il Car-
bone, il Falcone Mant., M. A. Flaminio, il Petrarca, il Casale,
il Polo, il Castiglione, il Beroaldo, il Poliziano, il Navagero, il
Sannazaro e il Bembo.
Del Cotta non sonvi che i due carmi seguenti, scritti però
due volte e, a quanto pare, da mano diversa, ma sempre del
secolo XVI:
cc. 7" e 1107 Caparion ego sum quem vivum maxime amavit
ce. 56” e 114" Amo, quod fateor, meam Lycorim.
C Cod. 6250 Vaticano Lulino, miscellaneo cartaceo del
sec. XVI, delle dimensioni mm. 217 X 142, di ff. 117 (+ 194.322.
63*. 63). Come i due precedenti è formato da varì fascicoli
(1) Dl numero fra parentesi è quello della numerazione posteriore apposta
ai carmi del Cotta. Per questo codice come per il Vatic. 6250 vedi la descri-
zione che ne diede Mons. M. Varttasso, I codici molziani della Biblioteca
Vaticana con un'appendice di carmi inediti 0 rari, in Miscellanea Ceriani,
Milano, Hoepli, 1910, rispettivamente a pp. 536 e 540.
104 V. MISTRUZZI
scritti da mani diverse e legati più tardi a formare un volume.
Le prime 20 carte costituivano parte di un cod. più antico, di
cui occupavano da c. 101 a c. 121. Seguono d’altra mano carmi
di Baldassar Castiglione, del Fracastoro, dello Strozza, dell’Al-
tilio, del Casanova, del Falconi. Indi vengono carmi di vari poeti
latini del ’300, tra cui Nicolò D’Arco, il Navagero, il Casanova,
il Sannazaro ed altri. |
I carmi del Cotta sono:
c. 64 Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori
c. 82" O factum lacrimabile atque acerbum
c. 82” Iam valete, boni mei sodales
c. 83" Amo, quod fateor, meam Lycorim
c. 84" Verona, qui te viderit.
Tutti e tre i codici sunnominati erano noti agli studiosi del
Cotta (1) e sono i più importanti. Nelle mie ricerche non sono
riuscito ad aggiungere altro che: il
D 2163 Barberiniano-latino, cartaceo, del sec. XVI, delle
dimensioni 33 X 25. Il ms. presenta due grafie distinte, delle
quali una del sec. XVI, di Achille Bocchi; l’altra, di molto pe
steriore, di Cesare Conti, come può desumersi dall’annotazione
di quest'ultimo che leggesi nella prima carta: « Scritti conser-
« vati dal resto di un libro di quei di Achille Bocchi, gentilomo
«e famoso lettore di humanità e di filosofia in Bologna, dove
« sì come variamente sua sig.* raccolse cose degne, io Cesare
« Conti metterò alla giornata ciò che mi piacci nelle carte bianche
« tra esse ancora fin che s'empano et aggiungendocene e pure
« di lingue diverse. Ci saranno appresso alcuni studi et argo
« menti del prefato Dotto, che fu circa l’anno di N. S. MDXL ».
Il codice consta di vari fascicoletti, dei quali taluno mutilo,
ma tutti appartenenti al Bocchi e scritti di sua mano. Nelle
(1) Vedi Murari, Due epigrammi, cit., e GivLiari, Due aneddoti, p. 11.
Il Giuliari cita di più il cod. 2874 Vat. Lat., ma questo non ci conserva nulla
del Cotta. Vedi MvrarI, Due epigr., cit.
oi “ fe n Re ie e o
= ai cri e
GIOVANNI COTTA 105
cc. 1-21, 67 e 68 sono carmi di alcunì poeti latini del sec. XVI,
cioè, tra gli altri, del Castiglione, del Cotta, del Marullo, del Fla-
minio, del Bembo, dello Zanchi, del Beaziano, del Navagero, ecc.,
e ì Monumenta antiqua Romae. A questa prima parte della
raccolta seguono gli studì di A. Bocchi in vari fascicoli, cioè:
Annotationes alle Orazioni di Cicerone, De scribendi ratione,
Himenaeus, De Philosophia, Ptolemaeus sive de officio prin-
cipis, Democritus, habitus in Praelectione librorum M. Tullii
Ciceronis « De oratore » et « Artis Poeticae » Q. Horatii Flacci.
Seguono alcune memorie storiche, che qui vanno dal 1272 al 1276,
ma potrebbero essere state ben più estese essendo il fascicolo
mutilo in principio ed in fine. La raccolta si chiude con un ul-
timo codicetto contenente lettere del Flaminio e del Bocchi.
I carmi del Cotta sono: i
c. 5" Caparion ego sum quem vivum maxime amavit
c. 5" Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori
c. 5" Ocelle fluminum, Calor, Calor pulcher.
E Cod. 400 della Bibl. Univ. di Bologna, cartaceo del se-
colo XVI, contenente un buon numero di poesie latine del '400
e del ‘500, steso da varie mani, di cui quella che ha copiato
l’epigramma:
O factum lacrimabile et acerbum,
a c. 27", unico componimento cottiano conservatoci, va fino
a c. To.
F Cod. T, 6,8 della Bibl. Estense di Modena: anche questo
cartaceo, del secolo XVI, che conserva a c. 69”, insieme con
altri varî carmi latini del '400 e del ’500, anche l’epigramma
del Cotta:
Me longe effigie venustiorem.
A questi dovrei poi aggiungere: il
Cod. II. III, 284 della Biblioteca Naz. Centr. di Firenze, mi-
scellaneo, delle dimensioni cm. 20 Xx 28, di mano del Gherardi,
106. V. MISTRUZZI
in cui trovansi due carmi attribuiti al Cotta: l’epitaffio di Quin-
terio e un epigramma erroneamente aggiudicatogli. Stimo tut-
tavia di non essere tenuto a darne conto, perchè — come ci
dice il Gherardi stesso — il primo fu tolto da un'edizione e il
secondo non cì riguarda (1).
Importante è invece il
G Cod. CCCLXIV, cl. IX. Ital. della Marciana, miscellaneo,
cartaceo, che risulta da un accozzo di più codicetti, di cui alcuni
frammentari dei secc. XVI e XVII. Tra questi, da c. 104" a c. 187"
è il ms. in cui Marin Sanudo raccolse un buon numero di poesie
e di lettere scrittegli da letterati veronesi durante il tempo
del suo camerlengato a Verona. Il codice, prima di essere della
Marciana, era della famiglia Contarini di-Venezia, e passò alla
biblioteca per legato di Giorgio, nel 1843. Oltre a questo dovette
poi esservi un altro codice, uguale per il contenuto al nostro,
ma scritto molto accuratamente. Sappiamo infatti, da una let-
tera di Matteo Rufo al Sanudo, che trovasi nel nostro cod., che
il camerlengo aveva commesso che carmi e lettere fossero tra-
scritti « formatissimis characteribus » in un bel codice rivestito
« ditissimis indumentis » (2).
Il citato CCCLXIV contiene del Cotta:
a) Magna quod innumeris implere volumina rebus
b) Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret
c) La lettera di Giov. Cotta a Marin Sanudo.
Oltre ai già citati segnalo anche questi due codici fatti cono.
scere dal Giuliari (3), cioè:
(1) Non credo del Cotta questo breve epigramma « Ad Perillam », che
inizia :
Tuas ut perij videns papillas
e perchè il Gherardi è il solo che glielo attribuisce, e perchè Perilla non è
tra le donne che ci risultano cantate da lui, e, più che tutto, per la maniera,
lontana mille miglia da quella del Cotta.
(2) Cfr. per tutte queste notizie il Murari, Due epigr., cit.
(3) Due aneddoti, cit., pp. 12 sgg.
- ii rile ie ni ei
GIOVANNI COTTA 107
H Cod. 9737 dell’Imperiale Bibliot. di Vienna, che non
contiene che la lettera del Cotta a Jacopo Sannazaro, e il
I Cod. 9977 dell’Imper. Bibl. di Vienna, che ci conserva
il carme io
Cum gravis imperio Minos agitabat Athenas.
Come sì vede, i carmi del Cotta non ci sono conservati tutti
in manoscritti. Gli epigrammi: Ad Anysium, ad Gevaras
fratres, il secondo a Licori e l’ode per la vittoria di Bartolomeo
d'Alviano ci furono tramandati solo da stampe, che numerosis-
sime si seguirono in tutti i secoli, ma specialmente nel XVI.
Le verremo ora enumerando in ordine cronologico :
L'edizione princeps, a detta del Morelli (1), sarebbe una
stampa aldina del 1527, da lui non veduta e non veduta nep-
pure dal Giuliari (2), che la cercò diligentemente, nella quale
i carmi del Cotta dovrebbero venire dopo quelli del Sannazaro
e di altri. Nella Bibl. Com. di Verona io vidi questa stampa:
ACTII SYNCERI SANNA|[ZARIJ de partu | Virginis | Lamen-
lalio de morte | Christi. | Piscatoria. | PETRI BEMBI Benacus. |
AUGUSTINI BEATIANI, Verona. | Aldus M.D.XXVII.
Ora io non so se il Morelli intendesse alludere a questa stampa,
ma il fatto è che qui del Cotta non trovasi cosa alcuna. E però
indubitato che l'edizione princeps non dovette essere l’aldina
del1528 perchè a c. 1", nell’indice dei poeti rappresentati dalla
raccolta, leggesi :
Petri Bembi in Divum Stephanum
Eiusdem Benacus
Gabrielis Altilij Epithalamion
Jo. Cottae Veronensis Carmina
(1) Nell’ediz. bassanese dai Carmi del Cotta, prefazione.
(2) Due aneddoti, p. 6.
108 V. MISTRUZZI
Jo. Mutij Aurelij Mantuani Hymnus in D. Jo. Bapt.
Eiusdem Elegia ad Leonem X. Pont. Max.
Additum est his, quae ante impressa sunt:
e vengono i nomi degli autori con l’indicazione dei carmi che
figurano per la prima volta nella raccolta.
Non è dunque la seguente l’edizione princeps, sebbene sia
data per prima.
1. ACTII SYNCcERI SANNA|ZARII De partu | Virginis, | La-
mentatio de morte | Christi. | Piscatoriae | PETRI BEMBI
Benacus | AUGUSTINI BEATIANI Verona | et praeterea quae in
sequenti pagina continentur. A c. 67": « Venetiis in Aedibus
« Aldi, et Andreae Asulani Soceri mense IREUs Or M.D.XXVIII ».
Designiamo questa stampa con a.
I carmi del Cotta sono:
a) O quae alma grato d) Ne tua ne mea
8) Caparion . e) O factum lacrimabile
y) Jam valete %) Ocelle fluminum.
2. ACTII SYNCERI de partu Virginis, Venetijs, per Joannem
Antonium et fratres de Sabio, M.D.XXVIII. — I carmi sono gli
stessi dell’ediz. precedente, ugualmente disposti (1).
3. ACTII SYNCERI | SANNAZARII | Odae | eiusdem etegia | de
malo punico | JOANNIS COTTAE | Carntina | M. ANTONII FLA-
MINII | Carmina. Senza n. t., Venetiis | MDXXIX. Mense | De-
cembr. — I carmi del Cotta sono i seguenti:
a) Amo quod fateor e) Ocelle fluminum
8) O factum lacrimabile 5) O quae alma grato
y) Jam valete, boni mei n) Ne tua ne mea
6) Verona qui te viderit 9) Caparion.
Chiamiamo questa stampa b.
(1) Di questa edizione citata e dal Giuliari e dal Morelli io non riuscii
ad aver tra mano alcuna copia, e ne ebbi solo la tavola, fatta su un raro
esemplare, che è alla Nazionale di Parigi.
GIOVANNI COTTA 109
4. ACTII SYNCERI SANNAZARII Carmina (41), Venetiis, 1530,
ex Officina Francisci Bindoni.
5. ACTII SYNCERI SANNAZARII De partu Virginis, Venetiis,
1530, per Joannem Antonium et fratres de Sabio, ristampa di
quella del 1528.
6. ACTII SYNCERI | SANNAZARII De par|lu Virginis. | Eius-
dem de morte Chri|sti Domini | Eiusdem Egloge piscato|rig V.
|Eiusdem Salices | Eiusdem Elegie. VI. | Eiusdem Ode. VI.|
Eiusdem Epigrammata, ecc. Venetiis in edibus domini Ber-
nardini | Stagnini mense Junii M.D.XXXI. — Gli stessì carmi
dell'edizione aldina del 1528. La chiamiamo c.
T. ACTII SYNCERI SANNAZARII | De partu Virginis | Libri III
|\Eiusdem de Morte Christi | Lamentatio. - Venetiis in Aedibus
haeredum Aldi et Andreae Soceri M.D.XXXIII. — Comprende
i carmi già pubblicati della ristampa del 1528, più i due messi
in luce nell’ediz. s. n. t. del 1529; senonchè l’epigr. Verona qui
te viderit è sempre attribuito al Castalio. Di nuovo c'è l’epi-
taffio di Quinterio. La chiamiamo 4.
8. ACTII SYNCERI SANNAZARII Carmina, Venetiis, 1533, per
Melchiorem Sessam, in-24°.
9. Doctissimorum Nostra aetate Italoruim Epigrammalta,
a cura del GaGNEO, Lutetiae, per Nicolaum Divitem, senza anno
di stampa [1547]. — Gli stessi carmi dell’ediz. veneta del 1529
s. n. t., più l’epigramma /n Laurentem pro libertate patriae
lyrannicidam, falsamente attribuito al Cotta.
10. Carmina quinque illustriumi poetaren, Venetiis, ex
officina erasmiana Vincentii Valgrisii, MDXLVIII. — Come i
precedenti.
11. Carmina quinque illustrium poetarium, Florentiae,
apud Laurentium Torrentinum, MDXLIX (2).
(1) Non ho potuto consultfire questa edizione e ne ho dato l’indicazione
bibliografica seguendo il GiuLIarI, Due aneddoti, p. 6. 3
(2) Quest'edizione non vidi, per cui può darsi che in questa e non in
quella del 155% uscissero per la prima volta i tre carmi citati al numero
seguente.
110 V. MISTRUZZI
12. Carmina quinque illustrium poetarum, Florentiae,
apud Laurentium Torrentinum, MDLII. — Vi sono tre carmi
nuovi, cioé:
a) Ridete, o lepidi 8) Ambo dulcia y) Sive aliquid.
13. Carmina quinque illustrium poetarum, Florentiae,
apud Laurentium Torrentinum, MDLII; in tutto uguali alla pre-
cedente, tranne che nei caratteri di stampa e nel formato.
14. Carmina quinque illustrium poetarum, Venetijs,
Presb. Hieronymus Lilius et socij excudebant, M.D.LVIII.
15. Carmina BASILII ZANCHI ET LAURENT. GAMBARAE, Ba-
sileae, Oporinus, M.D.LV.
16. Farrago Poematum ex oplimis quibusque et anti-
quioribus et aetatis nostrae poetis selecta, per Leodegarium
a Quercu, Lutetiae, apud Gulielmum Cavellat, MDLX.
17. Farrago poematum ex optimis quibusque et anti-
quioribus et aetalis nostrae poetis selecia, per Leodegarium
a Quercu, Parisiis, apud Aegidium Gorbinum, 1560, t. II. —
Sonvi due soli carmì. |
18. Farrago Poematum ex optimis quibusque Poetis
excerpta, studio Leodegarij a Quercu, Parisiis, 1560, apud Hieron.
De Marnef.
19. Hortus Italorum Poetaruin Oegidij Periandri, Franco-
furt, 1568.
20. Carmina Illustrium Poetarum Italorum. Jo. Mat-
thaeus Toscanus conquisivit, recensuit etc., Lutetiae, apud
Aegidium Gorbinum, 1576.
21. Deliciae CC. Italorum Poetarum, huìus superiorisque
aevi illustrium Collectore Ranutio Ghero, Prostant in officina
Jonae Rosae, CIO. IO. CVIII. i
22. HIER. FRACASTORII, Poemata omnia; accesserunit re-
liquiae Carminum Jo. COTTAE, JAC. BONFADIJ, AD. FUMANI ET
NICOLAI ARCHII, Patavii, 1718.
23. A. NAUGERIJ, Carmina, Patavij, Cominus, 1718.
GIOVANNI COTTA 111
24. Carmina Illustrium Poetarum Italorum, Florentiae,
M.DCC.XIX, typis Regiae Celsitudinis, apud Johannem Caje-
tanum Tartinium et Sanctem Franchium.
25. Carmina selecta ex illustrioribus poetis saeculi XV.
et XVI., Veronae, 1732, typis P. A. Berni.
26. Carmina selecta, ad usum Seminarij Episcopatis
Veron., Veronae, 1740, apud Augustinum Carattonium.
27. Carmina selecta ex illustrioribus poelis saeculi XV.
et XVI., Veronae, 1740, ex typogr. P. A. Berni.
28. Poetae Italici raccolti da A. PoPE (1), Londini, 1740.
29. Carmina selecta ex illustrioribus poetis saeculi XV.
et XVI., Veronae, 1747, ex typographia P. A. Berni.
30. Carmina selecta ex illustrioribus ecc., Veronae, 1752,
ex typ. P. A. Berni.
34. JOHANNIS COTTAE Veronensis et JACOBI BONFADII Vero-
nensis Carmina nunc omni diligentia conquisita, emendata et
aucta, Romae, 1752, excudebat Antonius de Rubeis.
32. JOHANNIS COTTAE Ligniacensis Carmina, Coloniae Ve-
netorum, 1760, excud. Jo. Ant. Perottus; a cura di Vincenzo
Benini..
33. Carmina et Epistolae LAZARI BONAMICI, Venetiis, 1786,
apud Ant. Graziosi. In Appendice.
34. Carmina selecla ex illustrioribus poetis saeculi XV.
et XVI., Veronae, 1792, ex typ. P. A. Berni.
39. Latina Carmina SOHANNIS COTTAE, Veronae, 1798,
ex tvp. Juliaria (2).
36. JOHANNIS COTTAE Liniacensis Carmina, Bassani, 1802,
typis Remondinianis; a cura del Morelli.
(1) Questo libro io non vidi, e lo riferisco secondo il GivLIARI, Due aned-
doti, p. 7.
(2) Il MorztLI, Johannis Cottae Carmina, nella prefazione fa cenno di
un'edizione della tipogr. Giuliari sotto l'anno 1800. Credo si tratti di un
errore.
112 | V. MISTRUZZI
37. Antologia della lirica latina în Italia nei secoli XV
e XVI, compilata da EMILIO Costa, Città di Castello, S. Lapi
tipografo editore, 1888.
38. G. CRISTOFORI, Giovanni Cotta Umanista, Studio, Sas-
sari, Tipografia Azuni, 1890.
A queste son da aggiungere poi pubblicazioni che recano solo
qualcuno dei carmi del Cotta, cioè :
Le bellezze di Verona, nuovo ragionamento di ADRIANO
VALERINI VERONESE, Verona, Girolamo Discepoli, 1586.
ONOFRIO PANVINIO, Anliquitates Veronenses, Veronae, 1668;
in fondo all’ « Index capitum », ma non in tutti gli esemplari.
Raccolta di Opuscoli scientifici e filologici, tomo XI, Ve-
| nezia, appr. Cr. Fane, 1735.
JA. MORELLI, Bibliotheca manuscripta Graeca et Latina,
Bassani, typis Remondinianis, 1802.
Pieve di Cadore, ricordi di F. MELZI D'ERIL, Genova,
Sordo-muti, 1882.
G. B. CARLO GIULIARI, Dre anedaoti di G. Cotta, in Arch.
stor. itat., Ser. V, to. III, an. 1889. |
R. MURARI, Due epigrammi ed una lettera inedita a Marin
Sanudo, in Ateneo Veneto, XXIII, I, 1900.
Per completare gli accenni intorno alla fortuna del poeta, dirò
che non mancarono al medesimo i traduttori. Oltre alle ver-
sioni, citate a suo luogo, che sì fecero dell’epigramma a Verona,
ricorderemo: |
Raccolta di opuscoli scientifici e filotogici, tomo XI, Ve-
nezia, Zane, 1735, con una traduz. parz. dì AL. GUANNELLO.
Pieve di Cadore ecc., Genova, 1882, con una versione di
un tal F. G.
G. CRISTOFORI, G. Cotta, cit., Sassari, 1890; la prima ver-
sione poetica di tutti i carmi.
GIOVANNI COTTA 113
L. GRILLI, Versioni poetiche dai lirici lalini dei secc. XV
e XVI, Città di Castello, 1898. Parziale.
ARN. BONAVENTURA, La poesia neo-lalina in Italia dal
secolo XIV al presente. Saggio e versioni poetiche, Città di
Castello, Lapi, 1900. Parziale.
Giov. PROSPERINI, Versioni dei Carmina di G. Cotta, Le-
gnago, E. Marcati, 1905; tra i suoi Versi. Elegante versione
poetica di tutti i carmi del Cotta. |
GERL. LENTINI, Umanisti antichi e moderni. Versioni
metriche dal latino, Terranova, Scrodato, 1921. Parziale.
Fin da quando il Cristofori, mettendo a confronto solo poche
edizioni, osservò e fece notare agli studiosi la disparità di le-
zione dei singoli carmi da una edizione ad un’altra, nacque il
desiderio di avere uno studio che arrivasse a stabilire quale fra
esse rappresentasse la migliore. Affrontando il lavoro di illu-
strazione dell’ Umanista Veronese non ho voluto trascurare
questo lato, tanto più che, con l’approfondir le ricerche e con
il confrontar nuove edizioni e manoscritti, la matassa, per l’ap-_
parir di nuove lezioni, s'andava sempre più imbrogliando. L’ac-
cennata diversità non meraviglierà alcuno quando si pensi che
allorquando il poeta venne a morire, nessuno dei carmi aveva
veduto ancora la luce e che dovette passare quasi un altro ven-
tennio prima che questo avvenisse per opera degli eredi di Aldo.
Di più la vita errabonda del Cotta negli ultimi dieci anni di vita
aveva impedito che presso i suoi amici ed ammiratori si andas-
sero formando a mano a mano delle raccolte; cosicchè quando
la sciagura volle dispersi a Ghiaradadda i manoscritti personali
del poeta, non dovettero essere rimasti che ‘qua e là, presso a
coloro ai quali il Cotta li aveva mandati, dei piccoli gruppetti
di carmi che prima o poi s’accrebbero, ma non tanto da con-
servarcì gran che dell’opera poetica del Legnaghese. Noi al-
biamo già visto come, mi sia permesso il vocabolo, raccolte con-
Giornale storico — Suppl. n° 28. 8
. 114 V. MISTRUZZI
simili potessero farsi intorno al Sanudo, all’Anisio, ai Gevara,
al Sannazaro e, in modo speciale, intorno ai poeti della corte
letteraria di Bartolomeo d’Alviano.
Che le raccolte non si siano potute formare che in un modo
non molto diverso da quello da noi accennato, è dimostrato dal
diverso grado di dipendenza dall’archetipo di alcuni rispetto ad
altri carmi di una stessa raccolta. Il fatto poi è confermato dal
tempo relativamente lungo che dovette trascorrere prima che
un editore potesse portare a una dozzina il numero di quei
carmi, dai tentennamenti e dai dubbi sull’attribuzione di alcuni
di essi al legittimo autore, e, quel che è più, dal numero esiguo
dei mss. rispetto a quello delle edizioni e dal numero trascu-
rabile di carmi nelle singole raccolte. Basti il pensare che di
dieci codd. che conosciamo, cinque portano un solo carme, due
ne danno due soli, uno tre, uno cinque e uno sette, e che — in-
tendo qui parlare di quelli delle raccolte vaticane che sole ora
ci interessano — essi sono da porsi in un periodo posteriore a
quello in cui sì son avute le prime edizioni piuttosto che an-
teriore.
Sarà inutile pertanto l’avvertire che dei manoscritti noti nes-
suno ha servito di base per edizioni e per quanto abbiamo ora
detto e per la diversità di lezione che, quasi sempre, essi pre-
sentano rispetto a quelle.
Unia caratteristica dei codd. è che si presentano molto più
scorretti delle stampe, il che — tranne che per uno, il D, che
sì potrebbe ricondurre non senza fatica alla lezione della ristampa
Aldina del 1533 — ci fa pensare ad una loro dipendenza non
da edizioni, ma da manoscritti.
A presenta appunto questa peculiarità, ma esso è tuttavia ab-
bastanza vicino a quella lezione che s'è tramandata fino a noi
come la più accreditata, a quella cioè che noi, per amor di bre-
vità, chiameremo vo/gata (V). Difatti, quando se ne scosta, non
fa che o cadere in errori (V, 8, 33; IX, 19, 28; VII, 15), o dar
luogo a varietà di lezioni non avvalorate o poco dalla autorità
di altri manoscritti o stampe (V,4; VII, 18, 21, 22; XIV, 3, 8).
GIOVANNI COTTA 115
o perdere isolatamente dei versi (VIII, 3). Talvolta se ne allon-
tana insieme con codd. ed edizioni per affermare la dipendenza
comune da un manoscritto vicinissimo alla Volgata (dissimile
però per lievi modificazioni da essa), cioè dall’archetipo (V, 13, 22;
VII, 19; XIV, 6, 13).
La seconda redazione di A, che noi chiameremo A’, tranne
in tre casi in cui la migliora (VIII, 3; XV, 9, 18), non fa che
peggiorarne la lezione (V, 6, 23, 28).
Simile ad A’ è 2, chè lo segue in quasi tutte le varianti, sia.
in quelle in cui trovasi sostenuto da altri codd. o edizioni
(V, 13, 22; XIV, 6, 13), sia in quelle in cui rimane isolato (V, 4,
6,23; XIV, 3, 8). Quando se ne scosta, tranne in un caso (V, 28)
in cui riconduce a miglior lezione, non fa che aggiungere nuovi
errori (V, 18, 24, 25; XIV, 2). Contuttociò vien fatto di pensare
che, se proprio l’uno non derivi dall’altro, almeno dipendano en-
trambi da un unico esemplare.
C è il più scorretto di tutti i codici. Dà l'impressione che sia
stato copiato da un ms. altrettanto scorretto o che l’amanuense
trascrivesse molto distrattamente non riuscendo a leggere bene
o ad intendere la copia che aveva sott'occhio. Difatti si han qui
tanti sbagli (V, 3, 18, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 28, 32; VII, 1,3, 5,
6, 16; VIII, 11; XV, 2,3, 5), che quasi tutti fan pensare più a
distrazione o a poca avvedutezza del copista che a diversità di
lezione. Generalmente poi C è sempre d’accordo con codici ed
edizioni là (V, 13, 22; VII, 19; XV, 9, 15) dove si tratta di con-
fermare la relazione di dipendenza da una redazione più antica,
che presentava qualche variante rispetto alla Volgata. Una volta
sola e in compagnia di A’ e di B, C si trova ad abbracciar le-
zioni diverse da essa (V, 6), che di solito conferma, seguendola
dove altri, tanto codd. che edizioni, se ne scostano (VII, 15, 16-18).
Vicinissimo invece al testo dell’edizione aldina del 1533 è il
cod. D, chè lo segue sempre anche in quella variante in cui è
isolato (VII, 14). Talvolta però — bisogna pensare che il ms. è
di mano del Bocchi — se ne stacca per tentare una miglior
lezione quando s’accorge che l'esemplare da cui trascrive è
Giornale storico — Suppl: n° 22. | s*
116 V. MISTRUZZI
guasto (VII, 3, 15). Non mancano neppure in questo codice lievi
errori di trascrizione (IX, 4, 16).
Con l’edizione aldina del 1528, a, escono sei carmi del Cotta,
dei quali uno, il XIII, non è tra quelli conservatici dai mss. a
me noti. Donde gli eredi di Aldo abbiano potuto trarli non m'è
concesso di dire. Certo non doveva essere difficile a loro rag-
granellarne presso gli amici veneziani del poeta defunto un così
scarso numero; senonchè essi dovettero invece servirsi di una
piccola raccolta di seconda o di terza mano in cui s'erano cac-
ciati alcuni errori, che in parte furono corretti nella ristampa
del 41583 (VII, 5, 15; VIII, 22; IX, 24; XIII, 32), delle varianti
non confermate dall’autorità di altri testi (VII, 3, 14; VIII, 17;
XIII, 9, 68; XV, 15) e in cuì erano caduti dei versi (VIII, 7),
raccolta però che presentava anche quelle varianti alla Volgata
a cui abbiamo già fatto cenno (VII, 19; XIV, 6; XV, 9) avendole
incontrate nei codd. descritti.
L'edizione veneta dell’anno dopo, d, è indubbiamente un pro-
gresso, perchè rivendicando al Cotta l’epigramma a Verona
attribuito al Castalio e dando per la prima volta il V, mise ìn
luce due carmi nuovi. Ma questa stampa acquista ancora maggior
valore dal punto di vista del testo che, rispetto a quello degli
eredi di Allo, è notevolmente migliorato, evitandone, tranne
che in due casi (VIII, 7; XIII, 32), in cui la lezione è convali-
data da altri codd. o edizioni, gli errori. Anche questa stampa
presenta poi quelle varianti (VII, 19; XIV, 6; XV, 9) che ab-
biamo trovato in quasi tutti i testi analizzati e che per noi
acquistano una particolare importanza. Per vedere quanto buona
sia la fonte da cui proviene questa lezione, basterà osservare
che il carme V è uguale quasi alla Volgata staccandosene solo
in due punti (18, 24). Ma nel primo caso la variante rientra nel
numero di quelle che vedremo comuni a tutti i codd. e le ediz.
e nel secondo può benissimo spiegarsi con uno sbaglio molto
facile di trascrizione o di stampa. Quello invece che ha di strano
questa stampa è il tentativo di trovare una soluzione concilia-
GIOVANNI COTTA 117
tiva al groviglio di lezioni del carme XV, soluzione che non ci
sembra la migliore.
Due anni dopo esce l'edizione veneta dello Stagnini, c, che ci
dà, ugualmente disposti, i carmi della prima ristampa aldina,
mantenendone quasi sempre (se si eccettuino: XV, 15; IX, 24)
la lezione, riproducendone gli errori (VIII, 7, 22) e facendone
di nuovi (IX, 141; XIII, 3, 30). Solo nel carme VII sì stacca
dalla lezione di a, per seguire, tranne che al verso 15, quella di db.
Ed eccoci alla terza edizione aldina, d, che riproduce la ri-
stampa del 1528, staccandosene solo in tre casi per correggere
qualche errore (VII, 5, 8; IX, 24). Essa mantiene l'attribuzione
al Castalio dell’epigramma a Verona, ma aggiunge un nuovo
carme, l'Epitaphirnin Quinterij, nella lezione che s'è tramandata
tal quale fino a noi.
Su d è stata condotta l’edizione senza anno di stampa (1547?)
curata dal Gagneo, che però lascia a desiderare dal punto di
vista tipografico (vedi V, 6; VII, 2; VIII, 11; XV, 5), come può
vedersi bene al carme VIII (dove i versi 13-15 sono omessi e
riprodotti in fine). Di più troviamo qui per la prima volta attri-
buito al Cotta quell’epigramma Tesiporibus patriae, che pui
non si riconfermò come suo.
Ed eccoci finalmente all'edizione veneta di Vincenzo Valgrisi
del 1548, che ha una grande importanza per noi, perchè vi tro-
viamo per la prima volta quella lezione che si tramandò poi fin
qui attraverso alle migliori edizioni, quella, cioè, che noi abbiamo
chiamato Vo/gata. Veramente vi si è infiltrato un errore (XIV, 3)
perdonabile quando si pensi a tutti quelli che vi furon cacciati;
ma è un semplice errore di stampa. Vi è poi ripudiato l'epi-
gramma Te,nporibus patriae e ridotto a buona lezione il XV.
Nell'edizione fiorentina del 1552 uscivano in luce tre nuovi
carmi e la raccolta che si tramandò fino agli inizi del nostro
Secolo era completa.
Delle stampe che vennero di poi, specialmente le italiane, la
Maggior parte seguirono il testo di quest'edizione, che quindi
giunse fino a noi come la redazione genuina dei carmi del.
118 V. MISTRUZZI
Cotta. Che essa sia ora da ritenersi tale non credo assoluta-
mente, perchè la troviamo abbandonare lezioni confermate dal-
l'autorità di tutti sia codici che edizioni, là dove presentano
difficoltà di interpretazione, per sostituirvene altre più facili,
cozzando anche con le regole della prosodia. Inclino pertanto
a ritenere che in questo caso più che a una dipendenza da un
codice molto vicino all’archetipo, sia da scorgere l’opera intel-
ligente, ma non sempre illuminata, di uno che volle correg-
gere ed aggiungere anche là dove non faceva al caso; e per
questo mi son creduto in obbligo di staccarmene per seguire i
codici e le edizioni. |
I.
Ad Mum D, Marinum Sanutum patronum observantiss.
Jo. Cottae carmen.
Magna quod innumeris implere volumina rebus
Pergis, et immensam colligis historiam;
Quod reseras tulerint quos Itala regna labores,
Et quae vexarit Gallicus arva furor:
5 Quod mare, terribilis quas Thracius occupet urbes,
Quae Venetus contra fortiter arma-ferat:
Denique quod terras ferventia bella per omnes
Prosequere, et scriptis terminus orbis erit;
Grande opus, et cunctis fuerit mirabile saeclis,
10 Et qui perpetuet tempora nostra labor,
At, Sanute, oneri tanto succumbere virtus
Nescia maiorem quem probat esse viro,
Cum fatum superes, aeternaque saecula condas,
Es deus, aut equidem te facis ipse deum.
II.
In picturain urbis et ayri veronensis, Jounnis Cottae.
Cum sibi Sanutus Veronae grata rogaret
Palladia pingi moenia et arva manu;
Hac tantum tabula cari Dea pressit alumni
Pectora et his fecit ectvpon e protypise
4. G iis.
oe E n E
Pe
GIOVANNI COTTA 119
III.
Aa Veronam.
Verona, qui te viderit,
Et non amarit protinus
Amore perditissimo,
Is, credo, se ipsum non amat
Caretque amandi sensibus
Et odit omnes gratias.
IV. |
Epitaphium Quinterii.
Me longe effigie venustiorem
Narcissi, vel Apollinis comati
Parcarum Lachesis nimis severa
Isti Quinterium dedit sepulcro.
Cur non fiosculus exeam, requiris,
Quum tantum fuerim puer decorus ?
Tellus est nimis arida, o viator,
Nostri facta perustione amoris:
Sed si lacrimulis tuis madescet,
10 Forsan flos novus ibit e sepulcro.
2. F Narcisso; comato. 6. F tamen. 7. F Haectellus nimis arida est viator.
° V.
Ad Lycorim.
Amo, quod fateor, meam Lycorim,
Ut pulchras iuvenes amant puellas.
Amat me mea, quod reor, Lycoris,
Ut bonae iuvenes amant puellae.
5 Huic ego, ut semel hanc videre visus
8. C Lycorin.
4. AB solent.
120 V. MISTRUZZI
Se se ostendere fixiore ocello,
Quando, inquam, mea lux, mei laboris
Das mî praemiolum, meique cordis
Tot incendia mitigas, Lycori ?
10 Hic illa erubuit, simulque risit.
Ridebat simul, et simul pudebat.
Dumque molliculos colens amores
Simul virgineum colit pudorem,
Quid negem tibi? dixit; et capillum
15 Qui pendens levibus vibratur auris,
Et formosa vagus per ora ludit,
Hunc secans trepida, implicansque in auro,
Haec fila aurea, et aureum capillum
Pignus, inquit, habe meique amoris
20 Meique ipsius; hoc tuum puellae
Tuae pignore lenias calorem.
Hei hei quid facis? hei mihi, Lycori,
Haec sunt flammea texta, non capilli:
Sunt haec ignea vincla: ni relaxes,
25 Qui tanto valeam valere ab aestu ?
Anne ignem iuvat ignibus perire ?
Comae flammeolae, subite flammas :
Crines igneoli, venite in ignes:
Sat me, flammea vincla, nexuistis:
30 Nunc vos solvimini, et subite flammas:
Ussistis nimis, ignei capilli;
Nunc vos urimini, et valete in ignes.
Hos meos age laetus ignis ignes
6. BC Se se ostendere blandiore vultu Ft me c@rnere fixiore ocello. Anche in A
alla lezione primitiva, cancellata, fu aggiunta, correggendola, quella di BC. 8. Apre
miolum; ad saucique. 18. cd hanno: Colit virgineum simul. 18. B caduto l’et;
C caduto aurea. 20. C meique ipsius; hoc tum puellae Hoc tuae pignore lenias
calorem. 22. bc Eheu; C quod. 24. B Sunt haec ignea vincla, non oapilli;
(24 bis) Hei quis ignen vincla mi relaxat, C Haec sunt flamea texta, non capilli;
Sunt haec ignea vincla; me relaxit. ZIn A alla lezione primitiva, la migliore, fu sosti-
tuita questa: Sunt haec ignea vincla, non capilli ; (24 dis) Hei quis ignea vincla mi
relaxet; d Sunt haec ignea vincula, ni relaxes:; b Sunt haec ignea vincla ni relaxer.
25. B tanti: C valeat. 28. A aveva la lezione Crines igneoli, venite in ignes; che
poi fu cancellata e sostituita con Crines igneoli, valete in ignes; € crines igneoli va-
lete in ignes; d crines igneolae valete in ignes. 82. C' et subite. 88. Questo
verso in d manca. A aveva: Hos meos age mens, corretto d’altra mano in: Hos meos
age laetus.
GIOVANNI COTTA 121
Perge extinguere, tuque flamma, flammam
85 Exredas, mea corda quae exedebat.
At tu, sic reliqui tui capilli
Vernent perpetuum tibi, Lycori,
Quod tuos ferus usserim capillos,
Parce: nam volo amare, non peruri.
3. d flammea flamma. 85. d exedebant. 87. ad Durent.
VI.
Ada Lycorin.
Sive aliquid, seu forte nihil mea lumina cernunt,
Dixi, ea te semper, vita, referre mihi.
Stulta ego sim, dixti, si credam talia: amantes
Talia fallaces fingere multa solent.
5 Ergo non credis mihi? non mihi credis amanti?
At, formosa, oculis crede, Lycori, tuis.
Tu propius nostris tua firmes oribus ora;
Inque meis figas lumina luminibus.
Dispeream nisi, ut in speculo te te ipsa tueris,
10 Sic oculi referent te tibi, vita, mei.
Quod si ita sit, meritis tum tu des oscula ocellis ;
Ipse, ubi mi libeat, dem tibi basiolum.
VII.
Ad Lycorin.
Ne tua ne mea mi cane carmina, cara Lycori:
Mî vox ista avida haurit ab aure animam.
Et vela faciem: me me liquat ipsa videndo,
Et trahit intentis ex oculis animam.
5 Et mihi conde sinum: istis dum paro pressa papillis
Basia, mi rapiunt ore ab anhelo animam.
Nec mi ostende manum: illa mihi potis est aperire
Pectus et e medio vellere corde animam.
1. C ne tu. 8. D quae me liquat; ad ne me; Cista. 5. C Nec miostende
sinum; a capillis. 6. C mi rapuit. 8. CDd evellere.
122. V. MISTRUZZI
Et mi ostende aliquid: moribundo abit aegra mihi mens;
10 Nil video, quum te, lux mea, non video.
Quid tamen optarim ostendi mihi? quid tibi in isto est
Corpore, quo viso, non subito peream ?
Tolle, precor, tunicam tantillam; et pascere ocellos
In pede languentes me sine candidulo.
15 Sed quid ego optavi mihi? paulo ante iste tuus pes
Me incessu tenero dimidium abstulerat.
Quod si tunc imis e vestibus exeruisset
Unum vel minimum forte aliqua digitum,
Linquere me cupide vidisses, me simul omnem
20 Affusum dulci dulce mori digito.
Verum age iam cane, lux mea; iam mihi, lur mea, totam
Te retege, atque omnes mi face delicias.
Nam si mors obeunda, inhians in te, mea, malim,
Vita, mori; vita est quod mihi amabilius,
25 Quam tristis desiderio tabescere amati
Corporis, unde miser sim, et decuplo peream.
14. ad D languenteis. 15. Dacd optavi?; DbY paullo; iste omesso in Aacd;
C optarim. 16. In C me è caduto. 18. A sorte. 21. A Verum age iam mea
lux, iam lux mea te mihi totam. 22. A Nuno retege. 2. CDPVabdcd quod vita
est mihi amabilius.
VIII.
Ada Lycorim.
O factum lacrimabile, atque acerbum!
Nunc certe lacrimaberis, Lycori :
Digna res lacrimis, tuoque luctu.
Namque lumina nostra, lumina illa,
5 Illa lumina, quae, Lycori, amabas,
Quae tuis solita anteferre ocellis,
Non sunt, o mea lux, amanda ut ante; +
Non sunt lumina, sed malae tenebrae,
Illa, ut impia fata te, Lycori,
10 Abstulere mihi, tuoque longe
2. E Hunc. 8. Caduto in A fu aggiunto d'altra mano, 6. Eque. 6. Zante
ferri. 7. Caduto in abced. 8. E male. 10. caduto mihi.
GIOVANNI COTTA
Me a valtu voluere abesse caro,
In rivos abiere lacrimarum:
Quodque amarius, atque praeter omnem
Lacrimabile cogitationem,
15 Quantumcumque habuere lacrimarum,
Jampridem evomuere: nunc ad ipsum
123
Ventum est sanguinem, ab intimoque cordis
Ducto flumine, turgidi horridique
Sanguinem lacrimant miselli ocelli,
20 Et cum sanguine amata diffluit lux;
Ac sic enecuere seque meque,
Dum meum miseri igneum furorem
Quaerunt diluere, et rigare mentem,
Heu mentem, Enceladi, Typhoeique
25 Aestuosa anima aestuosiorem.
11. CE me vultu. 18-15. caduti in E. 17. acd atque ab intimo cordis.
N. BPEL 22. acd mecum® £ igeum. 2%. E Typhosiique.
IX.
Ad Calorem. fluvium.
Ocelle fiuminam, Calor, Calor pulcher,
Calor, bonarum cura amorque Nympharum,
Quem caerulum fovens caput sinu blando
Montella secum amore vincit aeterno;
5 Dic, o mihi amnis conscie, anne nunc forte
Pulchra illa, simplexque adeo, et omnibus felir
Soluta curis, mea Rubella per ripas
Tuas oberrat? et vel ex odoratis
Pingit corollas floribus, vel in densa
10 Silva sibi suavi sopore blanditur ?
Anne potius cum aequalium choro ludit,
Qua primum oriris ipse, quaque miscetur
Nitens nitenti Balnius Politinae,
Tuosque laeti confluunt in amplexus ?
15 Argenteumque pedem, atque nuda formosos
4. D Mortella. 7. A mea Rubella per ripas soluta curis.
11. C aequalem.
124
20
25
30
39
16. D lavi.
V. MISTRUZZI
Artus per undam et aureum lavit crinem ?
Sic est: ibi illa membra eburnea, atque ipsas
Papillulas beata frigeras lympha:
Atque inde, fiammeo calore concepto,
Huc usque fiammas in mea ossa transmittis:
Dum te subinde candidae memor Nymphae,
Qua iam recepta Samnii tumes unda,
Samni et vetustas limpidus rigas urbes,
Exul, miser, suspiriosus inviso.
At tu, Calor, sic olim amoenus auratis
Dicare cornibus, arduusque Vulturno
Ferare victo, illique iam auferas nomen,
Fontem ad tuum recurre, dic meae luci,
Meo te ab igne posse saepe siccari,
Meo nisi de fletu identidem crescas.
Dic, me amplius nequire tanta celare,
Nequire ferre vulnera, &c mori semper.
Tum, si ipsa prorsus haud sit immemor nostri,
Si sors amara illi mea, et fides grata,
Dic, me libenter ferre quicquid est duri.
19. A fammeo meo. 24. a suspiciosus. 2. A4 fontem tuum.
84. A illi et mea fides.
10
L Y iidem.
X.
Ad Anysiun.
Ambo dulcia — ne verere — et idem
salsa scribimus ambo, docte Anysi.
Scis quae, uti sumus uno amore iuncti, -
uno carmina scribimus libello:
scis cervum quoque, quem sibi educarunt,
suum ut Silvia delicata virgo,
nostri filiolae boni Gevarae:
ille tam cupide illa devoravit,
ut omni sale salsiora, et omni
posses noscere dulciora melle.
O testem lepidum, bonique Anysi
raram carminis approbationem !
11. V Anysii. i
GIOVANNI COTTA 125
XI.
Ad Gevaras fraltres.
Ridete, o lepidi mei Gevarae,
Et vestri facinus probate Cottae.
Dum suae Anysius mihi puellae
Partem pernegat, hunc ego a puella
5 Huc in exilium ad Caloris amnem
Traxi blanditiis bonisque verbis,
Quasi ad delicias novas vocarem.
Hic hunc molliculum atque delicatum,
Probe testibus, arbitrisque vobis,
10 Apici volo macerare in aestu,
Usto ut ore, peraridoque vultu
Reversaum tenera horreat puella.
Sic evenit Anysio, quod aiunt,
Tota perdere, tota qui requirunt.
10. P Apioii.
10
XII.
Ada Actium Synceruin Sunnazarium.
De Minois regis impietate.
Cum gravis imperio Minos avitabat Athenas,
Legifer et populis jura superba dabat;
Nescio qua bili percussus, ab urbe poetas
Expulit, et pulsos egit in exilium,
Infestos adeo reddens sibi crimine vates,
Ut Musae hunc coeli sedibus ejicerent.
Ab Jove prognatum misere in Tartara regem:
Tantum illi nocuit vatum inimica manus.
Nomen, crede mihi, sanctumque piumque poeta est:
Huic quicumque nocet, se perijsse putet.
Testis Pasiphae Veneris nova monstra pudendae
Aspernata virum foemina amica bovis;
Altera natarum testis, data praeda Lvaeo,
Heu misera in solis ebria littoribus;
126 V. MISTRHUZZI
15 Altera privigni renuentis perdita amore
Contempta accumulans crimina criminibus.
Laedere credideras sanctos, rex dure, poetas:
Poenitet, at sero, te nocuisse tibi.
Dedecus hoc generi manet aeternumque manebit.
20 I nunc, et vates, stulte, perire puta.
Est vati immortale, et non violabile pectus:
Hoc itidem sonuit veridico ore deus.
Namque ferunt dixisse Patris mandata ferentem :
Mortis in hoc puero non habet umbra locum.
25 Sic maneat, donec se animae in sua membra receptent,
Rebus et exitium deferat ignis edar
Atque Hominemque Deumque in maiestate sedentem,
Extremo videat terra cruenta die.
Scilicet ostendit juvenem, quo clarior alter
80 Nec prior ingenio nec probitate fuit.
Hunc Heliconiades sacris docuere sub antris
Et Charites Paphiae dulci aluere sinu.
Murmure tum comites sanctum implevere senatum,
Mirati merito morte carere hominem.
35 Musarum pretium est aeternum vivere, nec mors
— In sacros vates arma movere potest.
Gaude igitur, Syncere, tui saecli optime vatum:
Immortalis enim lux geniusque tibi est.
XIII.
De victoria Liviani.
O quae alma grato carmine fortium
Mori, Thalia, facta vetas virum,
Nunc et per ora Livianum
Omnium, et omne feras per aevum.
5 Dic, ut superbae contuderit minas
Germaniae, atque a Caesare barbaro
Fessae tot annos imminentem
Ausoniae arcuerit ruinam.
8. c hora.
GIOVANNI COTTA 127
Nam quis, maloram heu heu veteruam memor,
10 Non expavebat, quum populos truces
In nos remotis usque ab oris,
Qua glacie riget Amphitrite,
Audiret armari, asperaque Alpium
. Ixm vincere altis cum nivibus iuga
15 Feris inaccessa, atque fines
Undique iam populare nostros ?
At Livianus in trepidis docens
Audere rebus, qua violentior
I Vis hostium ingruit, citatis
20 Obvius agminibus cucurrit.
Ductore tandem hoc, scilicet Italas
Videre montes insoliti manus:
| Tormenta(que) atque equos, et arma
| Alpicolae stupuere Fauni.
25 Tandemque nostra tmpune nimis diu
Bacchati in arva Theutones horridi
Sensere in antiquumque robur,
Inque novum Marium incidisse;
Quum caesa, pubis flos Alemanicae,
80 Repente inalta valle Cadubrii
Phalanx nives cruore tinxit
Purpureo, rapidumque Plavem,;
Arx et recepta est, pectora militum
Quum saeva nostrorum ardua non via,
395 Non sara, non arcere muris
Terrifici potuere nimbi,
Cadente ahena fulminis in modum
Contorta ab igni sulphureo pila,
Qua terra subsultat, nigerque
40 Cum sonitu ferit astra fumus:
Dirum repertum; et ingenium male
Sagax, sacrumque, quo truculentius
Nil invenire atrox Megaera,
Saeva nec ira potest deorum.
9. c echeu. 28. adc Tormenta. 80. c Caduvrii. 32. ad Planem.
128 V. MISTRUZZI
45 Sed cuncta praesens horrida temnere
‘ Dux &cer urget; hunc sequitur cohors
Secura; praesentemque mortem
Magnanimo duce freta vincit.
Dis cura nostri est; et Venetus pater
50 Probe latinae consuluit rei,
Quum ius tibi omne copiarum,
Liviade, tribuit suarum.;
Corneliumque mox socium dedit
Magno e Senatu, cui sapientia
bh) Insignis, ac fortuna avorum
Scipiadum reparant honores.
Non imperatorem ille queat sibi
Optare, Mavors quem mage diligat :
Non tu senatorem ferendis
60 Consiliis animosiorem.
Vos nuper hostium unanimes feram
Fregistis audaciam, ac pavidos patres (1)
Firmastis, ac suam attulistis
Semianimis populis quietem.
65 Vos iam timebit barbarus, ac suis
Pedem cavebit tollere tinibus, ò
Ni laeva mens est, diique nostros
Adeumulare volunt triumphos.
49. adc Diis. 652. adc Liviane. 67. adc diique. 68. a malunt.
AUX,
Epitaphium canis (2).
Caparion ego sum, quem vivum maxime amavit
Liviades; tumulum post dedit et titulum.
Plura cani ingenue de se sibi non licet: at mi
Nunc audita meo accipe de domino:
2. Betcumulum. 8. A B cani capere.
(1) Il verso non torna, ma credo quasi certo che lo sbaglio sia del poet®
(2) I pentametri 4 e 6 sono difettosi, il primo per l’iato, il secondo per
l’elisione in cesura. È
GIOVANNI COTTA à 129
5 Latrantem me forte phalgnx Germana per umbras
Ut novit, de more affore herum timuit,
Et fugit trepida; at ridens ait una dearum,
Quae ante Jovis solium ferrea pensa trahunt:
Ne trepidate: semel satis est timuisse: neque illum
10 Quem fagitis, prius huc fata venire sinent
Quam Gallos male foedifragos demiserit Orco
Et quisquis verat barbarus Italiam.
Quisquis ades, domino haec referas, precor; haec quoque pauca
Addito: amat te etiam trans Styga Caparion.
6. VY vidit. 8. AB trahit. 18. ABD referas rogo.
XV.
Ad sodales.
Tam valete, boni mei soda.es,
Naugeri optime, tuque, amice Turri,
Vere candidi et optimi sodales,
Quos nunquam sat amaverim, licet vos
5 Quam fratres mage, quamque me ipsum amarim.
Quibus perpetuum frui per aevum,
Vota si mea Di audiant benigni,
Sit una ampla animi mei voluptas.
[Quod quanto cumulatius futurum est,
10 Una si liceat mihi beatis
Vestri colloquiis adesse Bembi!]
Verum dura necessitas repugnat,
Invitumque alias adire terras
Cogit, atque alios parare amicos.
15 Vos ergo memores mibi esse vestri
2. O Navigeri. 3. C Vero. 5. C magis. 9-11. Questi versi non sono în C
abcd. Così pure in A senonchè furono poi aggiunti d’altra mano a piè di pagina.
15-18. A Vos ergo memores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem, bonamque
Vobis partem animae meae reliqui, Dulces candiduli et optimi sodales. Quest'ultimo
verso fu cancellato da mano tarda e sostituito con: Jam valete boni mei sodales;
ad Vos ergo memores mei este, vestro Fixnm in pectore imaginem bonamque Vobis
partem animae mene reliqui, Dulces candiduli et optimi soAdnles: è Vos ergo me-
130 . V. MISTRUZZI
Fixam in pectore imaginem, bonamque
Vobis partem animae meae relinqui,
Iam valete, boni mei sodales.
mores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem bonamque Vobis partem animae
meae reliqui, Jam valete boni mei sodales, Dulces candiduli et boni sodales;
c Vos ergo memores mihi esse vestri Fixam in pectore imaginem bonamque Vobis
partem animae meae reliqui, Dulces, candiduli et boni sodales.
Ii
Clar. d. Marino Sanuto quaestori Veronae optimo d.no iocundissimo.
Marino Sanuto Jo. Cotta sal. m. Quod brevioribus rarioribusque tecum
agimus fortasse quam cupis, non ea ratione simpliciter excusatur quod, abusi
humanitate atque benevolentia tua, salutandi tui ac diutius alloquendi gratia
negotia nostra minime deserenda iudicemus, sed etiam minus idcirco scribimus
quoniam, cum ego in dies videar aliis de causis istuc reversurus, tuque brevi
sis huc venturum te pollicitus, altera vera occasio tui commodius visitandi
copiam oblatura expectatur: nuncque propterea tantum haec ad te pauca mi-
simus ut silentii nostri causam non ignorares; et quod te recepi libentissime
suscepturum, tibi onus imponerem ut litteras nostras tibi datas quam celer-
rime perferri ad Geor. Cornelium et Jo. Antiquarium maximum utrumque
suo in genere virum procurares. Vale meique memor pariter memores amicos
eftice.
Ligniaci, Die 7 augusti 1501.
II.
Jo. Cotta Actio Syncero Sal. M.
Merito facis, Acti humanissime, quod divini senis Pontani obitum amaris-
sime luges: vidi enim quas super hoc ad fratrem plenas veri doloris litteras
dedisti, eaeque dolorem meum licet nunquam non recentem plurimum ex-
acerbaverunt; verum, uti dixi, merito facis tam causa publica quam privata:
nam et eum parentem latinae amisere Musae, quo majorem unquam, vel certe
post Ciceronem Virgiliumque non habuerunt: et adeo te amabat magnus ille
GIOVANNI COTTA 131
senei, tantique te faciebat, ut nunquam de temporis nostri ingenijs sermonem
faceret, quin te supra omnes commendaret. Et certe per te ipse mihi admi-
rabilis apparuisti semper: tum cum antea in Laude oppido tui meique aman-
tissimus Philippinus Bononius cultissimos Arcadiae tuae saltus mihi patefecit :
tum cum postea Neapoli bonorum omnium tui praesertim studiosissimus
Franciscus Pudericus, fraterque tuus M. Antonius mihi ostenderunt elegan-
tissimos alios lusus tuos; quae enim sunt graviora (quamquam omnia tua
sunt gravissima) tecum diceris asportasse. Ego tamen te admiror magis, quia
etiam Pontanus te unice admirabatur; eaque causa est, ut, quum ex consue-
tudine tua spero studijs meis quandoque consultum iri, aeternum Pontani
silentium minus moleste feram, quamquam id molestius ferre debet nemo,
teste siquidem vel Parthenope tua. Et me amavit ille cum primis, et ego
pontaniani tantum oraculi consulendi gratia hanc in urbem profectus eram.
Verum qua te prosequar observantia testabitur aliquando clariss. Ant. Gevara,
quì me secum esse voluit, fecitque, dum mea studia benignissime fovet, ut
mortuo etiam Pontano mihi Neapoli esse luberet: testabitur Pudericus tuus,
qui apud Gevaram suum dies totos agit, mecumque semper praeter alias tem-
porum injurias absentiam tuam acerbissime dolet. Sed ego jam a tristibus
supersedebo, ne male videar ominari congredienti nunc primum nmicitiae
nostrae. Rogaboque ut des operam, ut quam celerrime potes tuis te optatum
et speratum reddas. Ipse vero hac expectatione interea me consolabor. Vale.
Neapoli, Die v° Januarij. MDIIII.
VITTORIO MISTRUZZI.
INDICE
La nascita e i primi studi .
A Lodi e a Napoli
Con Bartolomeo d’Alviano nel Friuli ed a Venezia
Dopo la battaglia di Ghiaradadda
Le opere di erudizione e i carmi latini
Le rime ?
Codici ed edizioni dei carmi
SU LA FORTUNA E L'AUTENTICITÀ
DELLE LIRICHE
DI
LUDO VICO ARIOSTO
AVVERTENZA
Dopo il testo delle Satire procurato dal Tambara, dopo la
ristampa del poema fatta nelle sue tre edizioni dalla Società
filologica romana a cura di F. Ermini, dopo l’edizione critica
de Gli Stadienti che il Salza ci lasciò col più vivo desiderio
della edizione di tutto il teatro ariostesco, non ci sembra inu-
tile fatica, per la completa intelligenza del cantore d'Orlando,
raccogliere tutte le poesie volgari e latine che edizioni note e
rari opuscoli, miscellanee a stampa e a mano riportano al nome
dell'Ariosto. Perciò, tutto che di messer Ludovico per lunghe
ricerche e non facili esplorazioni ci è stato possibile riunire nel
campo della lirica, verrà da noi raccolto e presentato in quella
lezione che l'autorità dei singoli manoscritti e degli opuscoli a
stampa, vagliata, dove si è potuto, con quella delle migliori
edizioni e suffragata dalle altre opere ariostesche, ci suggeriva
essere la forma nella quale presumibilmente lo stesso autore
avrebbe dato ai torchi i suoi componimenti. E ciò, ben s'intende,
per quelle poesie che studî e ricerche c’'inducono a considerare
autentiche o, per lo meno, probabilmente tali; per le altre che
risultino spurie, ci limiteremo alla lezione che i manoscritti e
le stampe più autorevoli hanno conservata.
Ma perchè si abbia una base onde procedere con la maggiore
certezza alla ricostruzione del testo, giova, dopo un rapido cenno
Giornale storico — Suppl. n° 22. 9
134 G. FATINI
delle principali edizioni e dei più importanti manoscritti, sceve-
rare con l’autorità di quelle e di questi, scrupolosamente valu-
tata, tutte le poesie autentiche da quelle che le nostre conclu-
sioni dimostreranno incerte o apocrife. In tal modo anche l’arida
esposizione della fortuna toccata alla lirica dell’Ariosto non parrà
inutile sfoggio di erudizione a chi poi voglia spiegarsi perchè
poesie, finora inedite o sconosciute o da alcuni riguardate come
dubbie, nella nostra raccolta si vedranno fra le autentiche,
mentre altre verranno come spurie tolte al Ferrarese e un pic-
colo gruppo, per difetto di elementi decisivi, resteranno ancora
di paternità incerta.
Ognuno dei tre gruppi, rispetto a tutte le precedenti edizioni,
risulterà notevolmente accresciuto: anche il primo, quello cioè
dei componimenti genuini; e questi, seguiti in appendice dai
dubbi e dagli spurî, formeranno un volume della collezione la-
terziana Gli scrittori d'Italia, che, venendo alla luce insieme
al presente studio, avrà in questo, più che una opportuna /n{ro-
duszione, un indispensabile completamento (1). .
TAVOLA DELLE ABBREVIAZIONI
A; — Ms. dell’Ambrosiana C, 112, Infer.
A, — >» » H, 66, Infer.
B, - Fascic. ms. alleg. ad una copia delle Rime del 1552, nella Palat. di Parma.
B, - Ms. Palat. 557 della Palat. di Parma.
Baruffaldi (G.) — Vita di L. Ariosto, Ferrara, Bianchi e Negri, 1807.
Bongi (S.) - Annali di G. Giolito de’ Ferrari, Roma, 1895, II, pp. 26-36
(e passim). Lo studio su le rime dell'A. era già comparso nell’4rch.
stor. ital., serie V, vol. II, pp. 267 sgg.; poi nell’Antologia della
nostra critica di L. Moranpi (Città di Castello, Lapi).
(1) Citando i componimenti col numero romano, mi riferisco al posto che
essi occupano nell’edizione laterziana; se il num. è solo, sono poesie auten-
tiche; se con 1 in alto, dubbie; se con 2, apocrife.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 1395
0, - Ms. della Comunale di Ravenna, n. 209.
0, i » » n. 287.
Cp - Le Rime di M. Lodovico Artosto..., a tinstantia di Iacopo Moda-
nese..., in Vinegia..., MDXLVI.
Cp, - Rime di M. Lodovico Artosto, MDXLVII (In Fiorenza).
Cappelli (A.) — Prefazione storico-critica. Documenti e note alle Lettere di
L. A., Terza ediz., Milano, Hoepli, 1887.
Carducci (G.) - La gioventù di L. A. e la Poesia latina in Ferrara, nelle
Opere, XV (Bologna, Zanichelli, 1905); lo studio era già comparso,
alquanto diverso, col titolo Delle poesie latine edite e snedite di L. A.,
Studi e ricerche di G. C., In Bologna, Presso Nicola Zanichelli,
MDCCCLXXV, poi in una ristampa del 1876 e nelle Opere fin
dal 1881.
D, - Ms. della Bibliot. Governat. di Lucca, n. 1307.
D, - » » >» » n. 1537.
E, - Ms. della Estense di Modena, a, R, 9,4 (ital. 122).
E, - >» » » a,T,7,1(» 224)
E, - » » » «a, W, 2, 11 (lat. 228).
E, = > » » X, *, 34.
E, - » » » a, T, 6,8 (lat. 150).
F, - Ms. della Bibliot. Civ. di Ferrara, n. 64.
F, - » » » n. 365.
F,- » > » senza numero, intit.: Alcune rime ita-
liane originali di L.A.
F, - n» » » n. 40.
sg >» » » n. 3.
fi - >» » » senza num., intit.: Aliquot carmina
autographa L. A. ferrarien.
Fatini (G.) - Le Opere minori di L. A., scelte e commentate da G. F., Fi-
renze, Sansoni, MCMXV.
H - Ms. della Riccardiana di Firenze, n. 1166, n. 25.
| -- Ms. della Bibliot. dell'Arsenale di Parigi, n. 8583.
K- > » di Oxford, n. 86.
L, - Ms. della Laurenziana, Plut. XLI, cod. XXXIII, n. LKXXIV.
M - Mz. della Marucelliana (Firenze), C, 257.
N, - Ms. della Nazionale di Firenze (fondo magliabechiano), II, I, 60.
N - > : _ : II, IV, 233.
N- > i i ; VII, 345.
Ni a ; Di 3 VII, 360.
N - >, . ; . VII, 371.
N. — >» » » » VII, 719.
Us i i j VII, 720.
N- > ; : . VII, 873.
N - » » » » VII, 904.
N, - > vw » » VII, 1041.
N,- >» ; ; . II, III, 384.
136 G. FATINI
O, - Ms. della Bibliot. Oratoriana di Napoli, n. 17 (Pil. X, 29).
0, - >» » » n. 189 (Pil. X, n. V).
P, -— Ms. della Nazionale di Firenze (fondo palatino), n. 256.
P, - » » » » n. 288.
P, - >» » » » n. 432.
Pigna (G. B.) — Io. Baptistae Pignae Carminum Lib. Quatuor... Caelii Cal.
cagnini Carm. Lib. III, Ludovici Areosti Carm. Lib. II... Venetiis... |
Valgrisii MDLIII.
Pigna (G. B.), I Romanzi —- I Romanzi ecc. Ne' quali della poesia, et della
vita dell’ Ariosto con nuoro modo 81 tratta, Venezia, Valgrisi, 1554;
riprodotti nelle Opere di L. A., Venezia, Orlandini, 1730, col titolo
Vita di M. Ludovico Ariosto tratta dai Romanzi, ecc.
Polidori (F. L.) —- Opere minori di L. A., ordinate e annotate da F. L. Po-
LipORI, Firenze, Le Monnier, 1857.
R, - Ms. della Vaticana (fondo barberiniano), lat. 3792.
R, — >» » » barb. lat. 3945.
R, - >» » » lat. 1819.
R, - » » » lat. 7192.
R, — >» > (fondo vaticano Regina), 1591.
Ri — > » (fondo ottoboniano), 2348.
R, — Ms. della Bibliot. Vitt. Emanuele di Roma, 522.
R,ì — Ms. della Casanatense di Roma, D, VI, 38.
Ri —- Ms. della Bibliot. Boncompagni di Roma, n. 100.
Rio — Ms. della Bibliot. Chigiana di Roma, segn. LVIII, 302.
Ronc. —- Ms. della Roncioniana di Prato, N, 10, Q, V, 6.
S, — MS. della Comunale di Siena, I, VI, 41.
S. = » » I, XI, 49.
S, — >» » » H, A;
Salza (A-K) — Studi su L. A., Città di Castello, Lapi, 1914.
T - Ms. della Trivulziana di Milano, n. 115.
Tambara (G.) - Le Sutire di L. A.; testo critico con introduzione e note
a cura di G.T., Livorno, Giusti, 1903.
U, - Ms. della Bibliot. Universitaria di Bologna, n. 1250.
V, — Ms. della Marciana, cl. XI, cod. LXVI.
V,- » > ital. X, 74.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 137
LIRICA ITALIANA
I.
Dispersione delle ‘“ Rime ”. - Opuscoli di cerretani.
Nella cura affettuosamente paterna rivolta al poema l’Ariosto
forse non ebbe mai il pensiero di preparare per il pubblico un
volume delle sue liriche; ma se pur tale idea (1) qualche volta
eli balenò in mente, certo ne rimise l’attuazione a dopo la de-
finitiva ristampa del Furioso; intanto trascurava di esercitare
su di esse quel labor 2i2a:4e che con singolare pazienza adope-
rava nel suo capolavoro (2). Difettando, così, i versi di quella
grazia e perfezione che la lima avrebbe loro conferite, all’Ariosto,
per amore dell’arte e anche per riguardo alla sua reputazione
di artista, non garbava punto che altri, fossero pure gli amici,
legrendo i frammenti del suo canzoniere, avessero modo di giu-
dicare l’autore delle Rime in confronto con l’autore del Furioso.
Tale desiderio traspare, p. es., da una lettera che un Marco Pio
:1) AI Duca di Mantova l’A. chiedendo, il 15 genn. ’32, l'esenzione dal
dazio per certa carta che doveva passare per il suo territorio, scrive: « Io
«fo pensier anco (oltre al « Furioso », cioè) di stampare alcune mie cosette »
(Lettere, CLXXVII). Queste cosette possono riferirsi alle opere minori in ge-
nerale o a qualcuna in particolare, come le stesse Rime.
(2) Il Pigna, Z Romanzi (116), scrive che l'A. « facea spesso rifare » la casa,
‘ dicendosi ancor tale nel far versi, essendo che molti li mutava e rimu-
‘« tava ». Indice eloquente della sua incontentabilità artistica trovasi nelle
carte autografe del poema, del quale si proponeva perfino una ristampa cor-
fetta e ampliata anche dopo la terza edizione (v. Furioso, III, 4 e Lettere,
CLXXVII); anzi della stessa 33 ediz. si hanno due tipi di esemplari, dovuti
forse allA. che correggeva pur durante la tiratura dei fogli; v. G. Lisio,
Note ariostesche, negli Atti del Congresso internaz. di scienze stor., Roma,
Lincei, 1904, IV, pp. 154-60; F. Ekmisi nella prefaz. alla ristampa del Fu-
muso: e Salza, 238 sgg.
188 | G. VATINI
dirige a Guidobaldo della Rovere, che lo aveva sollecitato per
l’invio di poesie ariostesche. « Li mando — scriveva — queste
« poche rime dil detto Areosto, le quali contra sua voglia et
«con dificultate ho poste insieme; contra sua voglia, perchè
«non voria che fossero viste (1), con dire chie sono incorrette,
« et che a lui è di vergogna che siano viste, nè mai da lui ho
« potuto havere cosa alcuna; per questo dico poi con dificultate,
« perchè da più persone mi è stato forza raccorle insieme ».
Ma contro la voglia del poeta disperse ugualmente (2), fra gli
amici e gli ammiratori, messer Ludovico non potè impedire che
esse, in gruppi più o meno copiosi, vagassero qua e là, senza
padrone, per finire pur nelle mani di abili ciarlatani, che spesso
e volentieri s'improvvisavano editori.
Vivente l’Ariosto però, nessuno, a quanto pare, neppur dei
cerretani, osò pubblicarle; ma, morto, ai fratelli e ai figli occgrse
molta fatica per sottrarre le opere di lui al saccheggio degli edi-
tori. A questo scopo fin dall'8 agosto "33 (a un mese di distanza
dalla morte), essi riuscirono ad aver la conferma dei privilegi
ottenuti dal poeta; nel ’34 li vollero rinnovati (3) e, con l’in-
tendimento di dare alla luce tutto che d’inedito avevano trovato
nelle carte del congiunto, il 9 aprile ’85 si facevano lasciare dal
Senato veneziano un privilegio decennale per tutti gli scritti
minori. « Havendo li heredi del quondam ‘Messer Ludovico
« Ariosto da Ferrara ottenuto licentia dalli Excellentissimi sì-
« gnori del consiglio di X di poter far stampar alcune Comeadie,
« Elegie, Epigrame, Capitoli, Sonetti, et Stanze, et altre diverse
(1) Anche il Picxa (116) asserisce che VA. « non mandò in luce » le rime,
« per esservi dentro molte cose ch'egli fece ne’ suoi primi anni, et di che
« non tenne cura quando fu fatto maturo ». Su la lettera di Marco Pio, del
10 ottobre "32, pubblicata dal Barverrapi, 294-95, v. SALZA, 28-29.
(2) Simile sorte tocco alle Rime del Bembo (con le edizioni clandestine
dei Da Sabbio), della Colonna, del Sannazzaro e di tanti altri; per i quali
v. Bons, passim.
(3) Vedasi un documento del Museo Britannico, pubblicato dal ReniER in
questo Giornale, 20, 301.
-_ — mensili
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 139
« composizioni (1) di esso messer Ludovico così latine come vol-.
« gare, le qual loro desiderano porre in luce, acciò che delle
«honeste vigilie sue più tosto che gli Extranei, detti heredi
« conseguano qualche utile, in parte di recompensa della jactura
« fatta della morte sua », chiedono « che per Diece anni proximi
« futuri non sia licito ad alcuno in cità, Terra, e loco subdito
«al Dominio di questa Excelsa Republica stampare, nè far
« stampar, vender o far vender alcuna de ditte opere, senza
« expressa licentia de’ ditti heredi... » (2).
Qual ne sia stata la causa, le singole pubblicazioni annun-
ziate dai parenti vennero assai tardi (3) quando il termine de-
cennale del privilegio era per scadere o era già scaduto, e dei
manoscritti qualcuno era già uscito dalle mani degli eredi. In-
tanto però le opere o i frammenti d’opere dell’Ariosto, fra i
quali anche alcune liriche, venivano stampate alla macchia (4).
(1) Con le parole E7egie, Epigrame indicansi le poesie latine, con Capt-
tolr e Sonetti le poesie volgari, con Stanze i frammenti in ottave, e con le
altre composizioni molto probabilmente le Satire, l’Erdolato e qualche altro
scritto non pervenutoci; cfr. G. Farini, L’« Erbolato » di L. A., p.4, n. 6
(estratto dalla Itass. dibliogr. d. letter. ital., XVIII, 1910).
(2) Questo privilegio, dato integralmente dal Boxci, I, 281, n. 3, fu tratto
dall'Archivio di Stato di Venezia, Reg. n. 28, Senato I, Terra, 1534-35, c. 122.
L'intenzione di pubblicare gli scritti minori dell'A. si rileva pure da una
lettera del fratello Galasso, scritta per la morte di Ludovico, nella quale
egli dice che « per onore di M. Lodovico e per debito mio disegno fare ri-
« stampare il Libro (cioè i poema) e tutte l'altre composizioni Latine e
« volgari in bella stampa ed onorevole et attender più che escan belle e ben
« corrette, che all’utile » (Panizzi, The life of A. L., London, Pickering,
1834, pp. 148-49 n. e Satza, 6).
(3) Così l'Erdolato e i Cinque canti furono pubblicati nel "45, le Ame
nel '46 con privilegio concesso nel ’44; la Cassaria în versi nel '46; i Sup-
positi in versi nel '51, i Carmina nel ’53, ecc.; solo le Satire comparvero,
a quanto pare, subito dopo il privilegio del ’35, col permesso degli eredi;
v. Boxci, passim; TAMBARA, 21, 23. ;
(4) Per le Satire si ricordino le edizz. clandestine del "34, *35, ‘37, ecc.,
cui accennano il Tamara, 18-22 e il Boxer, I, 2280-83; per le Commedie e
il Furioso v. Boxsi, passim e la prefazione del SaLza alla edizione de Gli
Studenti (Città di Castello, Lapi, 1915).
140 G. FATINI
Il Bongi illustrò assai bene una curiosa specie di editori, i
quali con mirabolanti specifici raccoglievano gente nei centri
più frequentati delle città. Questi « vagabondi ingegnosi... nelle
« piazze, specialmente in occasione delle fiere, trattenevano la
« folla con buffonerie e con giuochi improvvisando e cantando
« d'armi e di amori, recitando dialoghi e commedie, narrando
« novelle, mostrando bestie e mostri, vendendo saponi e profu-
« merie, e soprattutto vantando medicine e specifici miracolosi.
« Lo spaccio e la distribuzione, forse anche gratuita, di fogli vo-
«lanti e di opuscoli, aveva parte non piccola, e talvolta princi-
« pale, nell'industria di costoro, fra i quali ve n’era di più o di
«meno triviali; tantochè, dal vil giocoliere e dal venditore di
« polveri per i topi si saliva fino al medico pratico, che, ammi-
« nistrando emetici, ed operando bravamente e con grande abi-
< lità di mano, rubava il mestiere ai medici ed ai chirurghi
« addottorati e legali » (1). L’Ariosto, che col Furioso già offriva
a costoro ricca messe di cantari e di raffazzonamenti (2) tanto
graditi al pubblico, in grazia della sua popolarità era più d'ogni
altro esposto alle brame ed al saccheggio (3) di questi spaccia-
tori di specifici, i quali certo non gli avrebbero risparmiato
neppure i suoi rifiuti poetici. Anzi, è facile imaginarsi la festa
di chi riusciva a metter le mani su qualche novità del Poeta;
giacchè la poesia o l'opuscolo ariostesco, allettando forse più
delle miracolose specialità, agevolava lo smercio di queste ul-
(1) Boxer, II, 26-27; cfr. T. Ganzoni, La Piazza universale, In Venetia,
MDCI, app. R. Meietti, cap. CITII, pp. 741-48 e FatIsi, L'Erbolato, 1-2.
(2) V. Guipi, Annali delle edizioni e delle versioni dell’Orlando Furioso,
Bologna, 1861; Metzi, Dizion. di op. anon. e pserdon., ece., Milano, 1848-59;
Graesse, Tresor de livres rares, ecc., pp. 202-03; Menzi e Tosi, Biblio-
grafia dei romanzi, Milano, 1865, ecc.; ma soprattutto G. Fumagatti, La
fortuna dell'O. I. in Italia nel secolo XVI, Ferrara, Zuffi, 1912.
(3) Sui furti letterari, assai frequenti nel Cinquecento, vedasi una nota in
I Cortegiano del conte B. Castiglione, annotato e illustrato da V. Cias,
Firenze, Sansoni, MCMX, p. 2 ».; vedi pure Boxu1, I, 376 (per le rime di
V. Colonna).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 141
time. Come poi costoro si procurassero queste novità non è dif-
ficile pensarlo quando si ponga mente che già da un pezzo,
vivente l’autore, non poche poesie erano disperse, ed altre ve-
nivano di tratto in tratto tolte alla sorveglianza degli eredi o
rifatte su quelle del poeta e col suo nome poi divulgate.
Di questi singolari editori il primo che si presenta è Ippolito
Ferrarese, il quale, oltre a spacciare fra il pubblico opuscoli di
materia ariostesca, si dilettò a far versi, specialmente strambotti,
prendendo tra gli improvvisatori del tempo ed i cantastorie un
posto non volgare (1). Dell’Ariosto potè mettere insieme un sei
componimenti amorosi, in compagnia di capitoli, sonetti e terze
rime appartenenti ad altri, ai quali impose il pomposo titolo di :
FORZE D'AMORE | OPERA Nova Ne/|j/a quale si contiene sei
Capitoli | pi MEssER Lopotico ARIOSTO, sopra diversi sogetti|
non piu venuti in luce | întitutata te forze | d'Amore | Con
altri Capitoti, Sonetti, Stram|botti, Madwigati, Barzelette|
d'altri Auttori sopra valrii & dinersi propolsili: Nova-
mente | stampati ad in|stantia di | HyPPoLITO Ferrarese,
MDXXXVII (s.]. e n. di st.): in 8°; cc. 20 num., con fronte-
spizio illustrato, e c. 1 d.
(1) Su di lui v. V. Rossi, Un cantastorie ferrarese del sec. XVI, nella
Rassegna Emiliana, II (1890), vol. V, pp. 435-46, e Boxer, II, 29-30 n. Un
suo sonetto trovasi in Réîme scelte de’ poeti ferraresi antichi e moderni,
Ferrara, Pomatelli, 1713, p. 67, nella quale raccolta è detto morto nel 15534;
ma questa data deve essere protratta oltre il 15537. perchè in quest'anno il
Ferrarese pubblica l’opuscolo ariostesco le Forze d'umore. Per gli opuscoli
ariosteschi comparsi coi suo nome, come l'Opera nova del Superbo re di
Sarza Rodomonte, Venezia, 1532, e Il Cavalier del Leon d'oro, Brescia,
1537-38, v. FumagaLti, Op. cit., p. 128. Una raccoltina di Sonetti e Stram-
botti del 1534, procurataci da lui, è nella Palatina di Firenze [E. 6. 6. 153,
Caps. 2, n. 18] con questo frontespizio: Sonetti e Stram]botti, non mat più
posti in lu]ce: Al presente stampati ad | instantia de Hyppolito | detto
el Ferrarese: | Con quattro Triumphi de lussu]ria sopra le cortegiane
anti]che de Roma d' rufiane, | con una exortatione del | ben vivere a le
moder]ne composti al face |to homo mas |tro Pas]quino, M.D.XXXIIII.
Mancano nella copia palatina i 7rionfi.
142 G. FATINI
Le poesie dell’Ariosto sono così disposte (1):
cc. 2a-3a Capitolo di M. Lod. Ariosto | NosiLe FERRARESE
O piu chel giorno a me lucida e chiara (Cp, 51)
ce. 3a-4a Capitolo secondo di M. Lod. Ariosto
Ne la stagion chel bel tempo rimena (Cp, 46)
ce. 4a-4b Capitolo terzo di M. Lod. Ariosto
De la mia negra penna il fregio d’oro (Cp, 47)
ce. 5a-6b Capitolo quarto di M. Lod. Ariosto 1
O vero o falso che la fama suone (Cp, 58)
ce. 6d-7a Capitolo quinto di M. Lod. Ariosto
Quel feruente desio, quel vero ardore (cap. XX)
“cc. Ta-7b Capitolo sesto di M. Lod. Ariosto
Poichio non posso con mia man toccarti (cap. XXI)
Seguono nove capitoli e un gruppo di sonetti adespoti, poi le
Terze Rime piacevoli di M. Quinto Gherardo (2), MDXXXVII.
(1) Ogni poesia è chiusa da un Finis: quest'opuscolo, che il MazzucHELLI,
Scrittori, ecc., I, 1082, seguito dal Grarsse, ricorda fra le edizioni dell’A.,
confondendolo con una vera raccolta di rime ariostesche, trovasi nella Comu-
nale di Ferrara e nella Trivulziana di Milano; diverso da questi due esem-
plari da noi studiati è quello ricordato al n. 3196 del catalogo della BiVlio-
teca Manzoniana, Città di Castello, 1892, I, p. 4832, col frontespizio
incompleto; la quale copia, basandoci sulla descrizione dataci dal catalogo,
è senza dubbio quella stessa descritta nel Catalogue des livres composants la
Bibliotheque de M. G. Cavalieri, Florence, Librairie ancienne T. De Marinis
et C., 1908, p. 44, con questo titolo, che nell’esemplare, incompleto nel fronte-
spizio, è a mano: Le Jorze d'Amore di M. Lodovico Artosto. Opera nova
che contiene sei capitoli sopra diversi soggetti con altri capitoli sonetti
strambotti damore del discreto giorine Orphenus Gentilis ad amicam Leo-
nicam. In Vinegia per Francesco Bindoni, Mapheo Pasini, MDXXXVII,
24 ff. Non ha nessuna parentela col libretto di Ippolito la favola pastorale
Forza d'Amore del ferrarese G. Benedetto Lollio, per la quale v. AnTo-
NELLI, 939, citato più innanzi. i
(2) Da una lettera di A. Zeno (Lettere, Venezia, 1765, pp. 171-72), del
81 agosto 1720, a Pier Caterino Zeno, ricavasi che è un veneziano, autore
di certe Rime, impresse a Roma nel 1538, delle quali Apostolo Zeno non sa
dire se siano la stessa cosa delle Terze Rime pubblicate nel 1537.
PRR LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 143
All’opuscolo di Ippolito Ferrarese s’accompagnarono, a breve
distanza di tempo, i seguenti libercoli :
Copia | d'un Capitolo Nuo|uo del Divin S. S. Messer Lojdo-
uico Ariosto con alcune bellissime ottave, in lode delle | bel-
lezze d’una donna & | una canzone del ineton. | Cose tutle
piacevoli, |non piu poste in lu|ce, & novamente stampate. |
Ad Instanza di Messer Giu|lio Ferrarese (s. d. nè 1.), cc. 4,
in 12° n. n.
Nulla sapremmo dire su Giulio Ferrarese, che pubblica (c. 1)
per nuovo (1) il famoso
Capitolo primo di M. Lud. Ariosto No|bile Ferrarese
O piu che 1 giorno a me lucida e chiara (Cp, 51),
al quale seguono dodici ottave (Fram. I°) coi seguenti capoversi
(ce. 20-4D):
Chi dira mai di quel bel oro ardente
L’alma fronte di voi sembra l'aurora
Intorno a i lumi bei dolci tremanti
A le vaghe pupille, e i dolci lumi
Chi piangera tra le piu degne parti
Chi vol veder da man vergine colti
Non ha la Dea, che "1 terzo ciel vagheggia
Da qual ape il licor celeste ha tolto
Neue, cigil non tocchi, Auorio, Marmi
A formar de la Dea le imagin uiua
A le armonia de i bei diuini accenti
Non hebbe il Cigno sì, che apparue a Leda.
(1) I Poripori (I, x111), da cui attinse il Bongi peri suoi Annali, II, 30,
giudica il libretto « delle prime decadi del secolo XVI »; ma non si può as-
serire con precisione se sia anteriore a quello di Ippolito; in questo caso solo
il capitolo poteva dirsi nuovo. Si noti la dicitura Capitolo primo, ecc., uguale
a quella del testo d’Ippolito. La copia da noi esaminata è nella Nazionale
di Firenze.
144 G. FATINI
Infine (42) la nota
Canzone dell'Ortolano (1)
Caro ser homo buteme vn bon melon
C’ho fatto pace col mio fidel amor.
— Il fine —
Rime | Diverse | Di inolti Eccell. Auttori || In Venetia | Ad
instantia di Alberto di Gratia | detto it Thoscano; s. d., l’opu-
scolo consta di cc. 12, in 8°.
Sul frontespizio c’è il ritratto dell’Ariosto. Il Toscano (2) pub-
blica 2 capitoli anepigrammatici e adespoti, come tutte le altre
rime (3):
c. 2a-3a O più che "1 giorno a me lucida e chiara (Cp, 51)
c.3a-4a Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio (Cp, 55)
Rime Diverse di molti Eccellentiss. Auttori nuovamente
raccolte. Libro priino. Con gratia & privilegio. In Vinetia
appresso Gabriel Giolito di Ferrarii. MDXLV, in 8°.
o }
(1) Questa canzone fu ristampata di su un’edizione trivulziana da F. No-
VATI, Contributo alla storia della lirica musicale ital. popolare e popola-
reyg. dei secc. NV, XVI, XVII, nella Miscellanea Scritti varti di erudiz. e
di critica in onore di R. Renter, Torino, pp. 932-34; l'opuscolo trivulziano
non ha alcuna relazione con l’Ariosto; diverso è il Capitolo in lode del Me-
lone, Dall'istesso Melone cantato, con tre stanze dottissime e dilettevoli.
Nuovamente posto in luce da ADpRrIANO GaAIpboNI pa Gonarpo. Opera molto
bella, & è da ridere. In Ferrara, Per Vittorio Baldini, 1609; sul quale
v. Matteucci, Descrizione ragionata delle stampe popolari della Governa-
tiva di Lucca, nella rivista 1! Zbro e la stampa, 31 gennaio 1912.
(2) Vedi Boxai, II, 28, e T. Garzosni, La Piazza universale, cap. CIV.
(3) Copie dell’opuscolo nella Civica di Ferrara, nella Melziana, nella Go-
vernativa di Lucca; presentano fra loro delle diversità, specialmente l’esem-
plare lucchese, per il contenuto e per il titolo, ma a tutte sono comuni i due
capitoli. Nel cit. catalogo della bibliot. Cavalieri (p. 386) è riportata la de-
scrizione dell’opuscolo da una copia posseduta dalla stessa biblioteca: l’esem- ‘
plare lucchese uscì « In Venetia per Domenego di Franceschi, in Frezzaria
all'insegna della Regina ».
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 145
È il primo volume della copiosa raccolta lirica (1) che uscì
per i tipi giolitini nel Cinquecento; fu compilato da Ludovico
Domenichi, con dedica a Don Diego Hurtado di Mendozza, 1544.
Ecco la tavola delle poesie ariostesche o presunte ariostesche
che c’interessano :
p.41 (N. Amanio) Occhi non v'accorgete (Cp, 44)
pp.42-44 >» Queste saranno ben lacrime e questi (canz. VI?)
p.87 (Mozzarello) O bella man ch’il fren del carro tieni (son. II?)
p. 136 (Ariosto) Chiuso era il sol da un tenebroso velo (Cp, 26)
p.137 >» Quel arboscel ch’in le solinghe rive (Cp, 7)
p. 137 > Benchè simili siano e degli artigli (Cp, 4)
Opera venuta nuovamente in luce ne la | quale si contiene
doe epistole, una amo|rosa e laltra insanguinosa, et doi Ca-
piloti de M. LoDouICO ARIOSTO 20 în centona, taltro di ge-
losia, un altro Capitolo | di beltade di M. Frances|co Maria
Molza | Con alcuni altri Sonelti pur de lui, e de M. Ludovico
Ariosto. Stampato ad | instanlia de Bernardino Padova|no
delto it Mararviglia l’anno 1546; ce. 8; in 16°; appare mutilo
in fine.
« Il Padovano », — osserva il Lisio (2) —, « finora perfettamente
« sconosciuto, va a tener compagnia al Coppa » (di cui parleremo
fra poco), « ma vuol esser collocato un gradino più basso, non
«tanto per la qualità più scadente di quello che egli pubblicava,
«quanto per la scorrettezza tipografica, indizio di coltura defi-
« ciente, più basso del Coppa; non già di Giulio o Ippolito Fer-
«rarese, di Alberto di Gratia detto il Toscano 0 di Leonardo
«detto il Furlano, i quali, nel bistrattare i versi e la lingua,
«assomigliano al nostro come gocce d’acqua fra loro ».
(1) Su questa raccolta v. Boxsi, I, 88-89, 118-19; una ristampa fu fatta
nel 1546, un'altra nel 1549, sempre con importanti modificazioni, che però
non riguardano le nostre poesie.
(2) Rarità ariostesche, p.374; articolo nella Miscell. Negri-Scherillo « Da
Dante a Leopardi », Milano, Hoepli, 1904; il Lisio studiò su l'esemplare che
trovasi nella Melziana da noi pure consultato.
146 G. FATINI
Dopo le due epistole, raffazzonate sulla X e XVII delle Pi-
stole di Luca de’ Pulci al Magnifico Lorenzo de Medici (1), a
c. 5 segnata B, si ha il |
Capitolo in centona de M. Lud. Ariosto
Arsi nel mio bel foco un tempo quieto (cap. XXVII)
c. 6a Capitolo secondo de gelosia dil medesimo
Lasso che bramo piu che piu voglio (cap. XXII)
c.60-7a Capitolo de M. Francesco Maria Molza
O desir di quest’occhi, almo mio sole
c. 7a Sonetto de M. Ludovico Ariosto
O delicie d’amor lustro e bel crine (son. XXV!)
c. 7d Sonetto
O bella man ch'il fren del carro tieni (son. II?)
c. 8a Sonetto del medesimo
O infastidito già col cantar mio (son. XXIV!)
cc. 76 - 8 (piano inferiore) [Ottava] (2)
Se ’1 fuoco ch’ho nel petto fusse fuoco (Fram. II°)
[Ottava] (2)
Se "1 giaccio d'Ida, ove ancor Troia piange (Fram. II°}
c. 8d | Sonetto del medemo
I dolci baci e riplicati spesso o (son. 1)
Rime di Diversi nobili huomini et eccellent. poeti nella
lingua thoscana. Libro secondo. In Vinelia Appresso Gabriel
Giolito di Ferrari, MDXLVII, in 8°.
È il secondo libro (3) della citata raccolta giolitina, dedicato
a Sigismondo Fanzino della Torre, nel quale trovansi i seguenti
componimenti che ci riguardano:
p.47 (Ariosto) Se senza fin son le cagion ch'io vami (son. XXXIII}
p. 137 (Incerto) Non fu qui dove Amor tra riso e giuoco (Cp, 16)
p. 137 > Quando prima i crin d’oro e la dolcezza (Cp, 18)
p. 150 (G. Camillo) Quando "1 dì parte e l’ombra il mondo copre (canz. III?)
(1) Vedi Lisio, Rarità ariostesche, pp. 374-75.
(2) Manca nel testo la parola ottava.
(3) Ebbe una sola ristampa nel 1548, con variazioni; v. Boxst, I, 143, 206.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 147
Rime | di Diversi | eccellentissimi avto|ri con alcune stanze |
belle et Amorose, et altre fatte | in persona della Viriu che |
si lamenta dell’ingiurie | della Fortuna, | Novamente stam- ‘
pate | aa instanza di Jacopo Coppa Modanese. | In Vinegia,
MDXLVII, in 8°, cc. 16.
Una sola poesia, il madrigale (c. 3»)
Amor, io non potrei (Cp, 14)
è riferita all’Ariosto in questa raccoltina (1), il cui compilatore
e il nome della Barbaro alla quale fu dedicata, ci richiamano
al meno volgare e al più importante dei cerretani ariosteschi e
alla comparsa della prima edizione delle Rime.
Certo, fermandoci alla raccoltina del Coppa non crediamo af-
fatto di avere indjcato tutti gli opuscoli nei quali andarono
disperse le poesie di messer Ludovico; più d’uno sarà rimasto
invisibile (2) a noi e agli studîosi che in questo campo ci pre-
cedettero. Ma anche i pochi esplorati sono sufficienti a darci
un'idea e della gara che si svolgeva fra editori di tal fatta, de-
siderosi di pubblicare novità al poeta spettanti o riferite, e della
(1) L’opuscolo (una copia è nella Governativa di Lucca) comprende poesie
del Duca di Mantova, di Girolamo Mazio, dell’Amanio, del Brocardo, del
Boiardo, del Coppa ed è preceduto dalla dedica alla Barbaro, in data 20 aprile
1547; v. Boxer, II, 38 n.
(2) Fra questi non mi è riuscito rintracciare in nessuna delle biblioteche
da me o per me esplorate l’opuscolo citato dal Graesse e dal Bongi: Opera
nova nella quale si contiene un capitolo in laude della città di Firenze, com-
posta per Demosido pastore. Item, un altro capitolo, con un enigma di
Ludocico Ariosto, in-8°, Fiorenza, s. a., opuscolo che ii Graesse giudica an-
teriore al 1530. Il Bongie il Lisio tra i ciarlatani editori di liriche ariostesche
pongono anche un certo Furlano, citando quest’opuscolo : Stanze tramutate del-
l’Ariosto, con una canzone bellissima pastorale, Et un sonetto in laude de
la Beltà de le Donne, et secondo i costumi de’ paesi. Ad instantia di Leo-
nardo detto il Furlano, s. n. st. nè 1., MDXLV, perchè riporta la canz. III?,
che, come vedremo, non è dell’A.; per un opuscolo alquanto diverso e con
la stessa canzone e con centoni ariosteschi, sempre dello stesso Furlano, v. le
mie Curiosità artostesche, in questo Giornale, 55, 9-12 dell'estr.
148 G. FATINI
sorte riserbata a codeste rime, appena che capitassero nelle
mani di costoro: ì quali all’esattezza tipografica anteponendo la
sonorità dei titoli, alla serietà della pubblicazione la propria lo-
quacita, il proprio mal gusto poetico, poco si curavano della
riproduzione fedele del testo, smaniosi soltanto di smerciare i
loro libercoli, in compagnia magari di qualche mirabolante
specifico.
II.
Iacopo Coppa Modanese
e le sue edizioni ariostesche.
Dai curiosi spacciatori ricordati abbiamo tenuto in Uisparte,
pur essendo della schiera, Iacopo Coppa Modanese, il quale, per
attività editoriale e poetica (1) occupando un gradino più ele-
vato de’ suoi compagni, con l’opera veramente seria prestata
alla lirica ariostesca tanto da essi si allontana da far dimenti-
care la sua umile professione. « Anch’egli fu — dice egregiamente
< il Bongi — uno de’ più valorosi cerretani che vagassero nelle
« città d’Italia, dove compariva nelle piazze con un grande
(1) Di lui si ricordano: Epigrammata et elegiae, Partenopae per Cilium
Allifanun, 1542: Zncomimm illustrissoni dom. Petri Tholetani principts,
Marchionis Villae Franchae, Neapoli, apud Joannem Sultzabachium, 1545,
ultimo aprilis; alcune ottave « fatte in persona della Virtù », da lui rac-
colte nel cit. opuscolo di Mime di Diversi eccellentissimi autori, ece., 1547.
Oltre questo libretto, VZybolato e le Rime dell’A., pubblicò varî ovuscoli, fra
i quali il /tagronamento fatto in Roma dai principali Cortigiani di Corte
sopra il metodo di procedere d'ogni deqno Cortigiano, Vinegia, 1545, le
Itane Toscane et Epigrami Latini in Morte della Diva Cleopatra Aretina,
Da diversi Aretini composti, et nuovamente a istanza di Jacopo Coppa
Modanese stampati... In Vinegia, MDXTLVII, ecc. Sul Coppa v. Bossi, II,
31-33; Tiraposcii, Bi, Modenese, IT, 61; Camrori, in Atti e Mem. dela
R. Deputaz. di st. patria per Modena e Parma, MII, n, 1, pp. 1063-08;
G. Ferrari-Moreni, negli stessi cifte, TIT, vi, 11, p. 603 e il mio articolo:
Per la morte di Cleopatra aretina: Un curioso testamento poetico del se-
colo XVI, nella Nazione (ediz. aretina) del 29, 3,721.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 149
«stendardo, dipintovi una donna nuda con in mano la lingua
«tagliata... Al pari degli altri suoi simili, vendeva bossoletti e
«saponi, e distribuiva libretti, dopo averne esposto de’ saggi
«cantando e fatto il panegirico degli autori, come colui che
«non era anche in proprio sprovveduto di letteratura. Della
«medicina poi ne sapeva tanto da operare guarigioni dispe-
«rate dagli altri medici, e da spazzare addirittura gli Spedali;
«onde dal Papa, da Venezia e da Firenze potè ottenere la
« patente per esercitarla liberamente... In Venezia, dove pare
«che si trattenesse assai tempo, ebbe a sostenere una lunga
«guerra col collegio de’ Medici, che in ogni modo volevano im-
« pedirgli di amministrare medicine per bocca; ma vinse la
« partita presso il Senato, che in fine gli concesse la licenza » (1).
Qui adunque, dopo aver peregrinato a Napoli, a Ferrara e al-
trove, divenne medico regolare e solerte editore dell’E)-bolato
e delle Rime ariostesche. o
Gli eredi dell’Ariosto, non riuscendo, per quanto protetti dal
privilegio del ’35, a impedire che le opere dell’illustre con-
giunto venissero arbitrariamente pubblicate, sia per porre fine
a questa profanazione, sia perchè allettati da un decoroso gua-
dagno, cedettero, come si arguisce dai documenti, una parte dei
manoscritti all'editore D'Asola.
Costui, d'accordo senza dubbio con gli eredi, chiese al Con-
siglio dei Dieci il permesso di pubblicare, le « rime volgari et
«il Trattato intitulato £rbdolato del Ariosto »; avuto il per-
messo il 13 marzo ’44, otteneva due giorni dopo dal Senato
veneziano un privilegio di dieci anni per certe edizioni, fra le
quali « alcune prose, et rime dell’Ariosto non più stampate » (2).
(1) Boxci, II, 31-32. Interessanti per-la protezione che in Venezia ebbe
il C. dalla patrizia Caterina Barbaro sono le dediche dell'Erbolato e dell’o-
puscolo Rime di Diversi, ecc., già menzionato.
(2) I due documenti furono pubblicati nel mio Erbolato, 4-5. Con le prose
si allude all'Erbolato e, forse, a qualche altro lavoretto sconosciuto, non
certo alle Commedie ; con le « rime » al gruppo di liriche che formeranno
l'edizione principe del Coppa.
Giornale storico — Suppl. n° 22. 49
150 G. FATINI
Questa pubblicazione però si fece aspettare per qualche tempo;
anzi l’editore asolano non se ne occupo più, non si sa per quale
ragione (1), ma permise che subentrasse « non senza fatica »
nei suoi diritti il Modanese, il quale potè così dare alla stampa
l’Erbolato e le Rime a breve distanza l’uno dalle altre. Per
questo nel 1545 comparve la nota diceria che intitolò:
Herbolato | Di M. Lodowico Ariosto | Nel quale figura Mastro
Antonio Faentino, che | parla della nobiltà dell’hnuomo, et
dell'arte | delta Medicina cosa non meno utile che | dilette-
vole,conalquantestanze del | medesimo, nouamente stampate.
A pie del ritratto del poeta, che è nel recto della prima carta,
si legge: Con gratia, et Priuilegio del Somino Pontifice, Et
del Senato Veneto. MDXLV; in 8°, a c. 2a la dedica: A Madonna
Catherina | Barbaro, Iacopo | Modanese; nella quale dedica
avverte che « non senza fatica » gli è « pervenuto alle mani un
« ragionamento del divino Ariosto intitolato l'/erbdoluto » (2);
al testo di questa breve prosa, seguono (124-14a) dodici
Stanze del Dottissimo | M. Lodouico Ariosto | Nobile Ferrarese
Se voi Madonna gia mai piu veduto (Fram. X):;
infine (c. 140-15) il
Capitolo
Tasso come potrò chiuder’ in versi (cap. I!).
A c. {6a
Il fine — In Vinegia per Giovann'Antonio, &' Pietro
fratelli de Nicolini da Sabio, MDXLYV.
(1) Per maggiori schiarimenti su la questione si veda il mio Erbdolato, 4-7;
l'autenticità del libretto è confermata pure da un documento pubblicato da
G. Brrtomi, L'Orlando Furioso e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Or-
landini, 1919, p. 345.
(2) Vedi la dedica riportata nel mio Erbolato, 6; forse il Coppa incontrò
resistenza presso il D'Asola, che non avra voluto così bonariamente rinun-
ziare ai suoi diritti o presso gli Ariosti, che avranno accampate delle pretese.
_— Lenti E died.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 151
Un anno dopo il Coppa offriva al pubblico:
Le Riine di M. Lo|douico Ariosto | Non piu viste & nuo-
uamnente stampate (1) da instantia di facopo Modanese, cio è
Sonetti Madrigautli | Canzoni Stanze | Capitoli |. Nel mezzo il
ritratto dell'A. inciso in legno e in basso: Zn Vinegia con Pri-
uilegio del Sommo Pontefice | & del Eccelso Senato Veneto,
MDXLVI; in 8°.
Sono 55 carte numerate + 1 bianca; a tergo della c. 55 si
ripete: Sfazipate in Vinegia ad instantia di Iacopo Modaa-
nese Nel anno del Signore MDXLVI. A c.2 v'è la seguente
dedica:
« Al Clarissimo et Magnifico M. Lodouico Foscarini Catherina
Barbaro ».
«Veramente era cosa inconueneuole, che le degne et pre-
«giate Rime del Diuinissimo, et non mai abastanza lodato
«M. Lodouico Ariosto uscissero in luce senza la scorta di men
« uirtuoso, et nobile spirito, che lui. Laonde sono certissima,
«che piu desiderata, et meriteuole persona non si sarebbe po-
«tuto ritrouare à gran studio, et con somma diligenza piu
«eguale et di pregio, che la Magnificenza Vostra. Ne posso
«fare, che meco stessa molto non mi rallegri: poi che le virtu,
«i costumi, le qualità, et la cortesia di quella sono tali; che
«tutte queste degne parti insieme, et ciascuna da se m'hanno
«astretta, oltre l’hauermele prima d’ora fatto inchinata, ad of-
«ferirle ancho al presente questo auanzo di fatiche, che sono
«rimaste imperfette per la morte del suo Auttore. Et come che
«elle habbiano poco bisogno de difensore per esser uscite da
«così dotta penna, nondimeno anderanno in luce sotto l’hono-
«rato nome del Magnifico M. Lodouico Foscarini. Così prego
_————
(1) Nuovamente stampate significa non per la prima tolta, come crede il
Bossi (I, 281 n.) e neppure per la seconda volta, ma di recente, or ora; ne
fa fede il fatto che più edizioni della stessa opera, uscite l’una dopo l'altra,
hanno questa dicitura; così vedremo nell’edizione giolitina delle Rime, così
© legge negli opuscoli già descritti. Di tale opinione è pure il Tampana, 53, n. 1.
152 G. FATINI
« Vostra Magnificenza ad accettare queste poche Rime, con
« quella serena fronte, et lieto core, come si ricerca al merito
« del suo fattore; et all’affettione mia: la quale è di maniera
« giunta a perfettione, che piu non potrebbe crescere, ne da altro
« è cagionata, eccetto che dalle degne virtu di Lei, che hanno
« possa di legare ogni animo duro, et ciascuna fiera uoglia.
« Però non mi conoscendo sofficiente da me sola poter operare
« cosa degna di lei, ho voluto col mezzo di tanto honorato Aut-
« tore far testimonio al mondo di meriti di V. M. onde eccole
« quanto per hora le posso dare aspettando occasione di poter
« in breve insieme col mio M. Iacopo Modanese, far meglio à
« ciascuno palese quanto ogn’uno la deurebbe honorare. Così
« facendo fine con ogni debito d’affettione mi raccomando. Del
« mese di Febraio M.D.XLVI. Di Vinegia » (1).
A c.3a principiano le. « Rime di M. Lodovico Ariosto, cioe
« sonetti, canzoni, madrigali, stanze, et capitoli », in tutto ses-
santatre componimenti, così disposti (2):
da - 1-son.I Perche Fortuna quel, ch'Amor m’ha dato
3 d - 2- » II Mal si compensa (ahi lasso) un breve sguardo
3 b° - 3- » III O sicuro, secreto, e fidel porto
4- » IV Perche simili siano e de gli artigli
4 a - 5- » V Felice stella sotto ch'il Sol nacque
40 - 6- » VI Non senza causa il giglio, e l’amaranto
SSR: Te La
sa
Pe;
I
4 Db - 7- » VII Quell’arbuscel, che in le solinghe rive
(1) Questa dedica è riportata pure dal Bonsr, II, 33; su questa edizione
v. lo stesso Boxer. IT, 31-55. Nel tomo primo della Raccolta di Rime (33 edi-
zione) del Gobbi, 1727. si ricordano le lime di L. A., Satire del medesimo.
In Venezia, appresso G. Giolito; 1540, in-12°: così nel Mazzuchelli (I, 1081);
ma questa edizione è inesistente tanto per le time quanto per le Satire;
forse è uno svarione per 1560; il Graesse cade nella grave inesattezza di
considerare l'edizione coppina come una ristampa dell’opyuscolo di I. Ferrarese.
(2) Indichiamo col numero progressivo l'ordine che hanno le poesie nella
edizione coppina; a lato il numero che esse occupano nel volume laterziano,
distinguendo con son. i sonetti, canz. le canzoni, mad. i madrigali, cap. i
capitoli, Fram. le stanze o i frammenti in ottave, carm. le liriche latine.
c. 190! -39- » XXXI
c.20a -40- » XXXII
c.20 a — 41 - mad. VI
c.20d -42- » VII
c. 20 db? -43- » VIII
c.2la -44- >» 1X
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO
e.21a-24b -45- cap. II
Se con speranza di mercè perduti
Lasso i miei giorni lieti e le tranquille
Se voi così miraste à la mia fede
A che più strali Amor s'io mi ti rendo?
La bella donna mia d'un sì bel fuoco
Occhi non v'accorgete
Canterò l’arme, canterò gli affanni
153
c. 5a - 8-son.VIII Ne"l mio pensier che così veggio audace
c. 5a - 9- » IX La rete fu di queste fila d’oro
ce. 5b-8a -10-canz.I Non so s’io potrò ben chiudere in rima
c. 8a -11- son. X Com’esser puo che degnamente lodi
c. 8a -—12-mad.I Se mai cortese fusti
c. 8b -13- » II Quando vostra beltà, vostro valore
c. 882 -14- > III Amor, io non potrei
c. 9a — 15 - son. XI Ben che ’1 martir sia periglioso, e grave
c. Ia -16- » XII Non fu qui dove Amor tra riso, e gioco
c. 9d -17- » XIII O avventuroso carcere soave
c. 98? —18- » XIV Quando prima i crin d’oro, e la dolcezza
c. 100 -19- » XV Altri lodarà il viso, altri le chiome
c. 10° -20- » XVI Deh voless'io quel che voler devrei
c. 10d —21- » XVII Occhi miei belli, mentre ch’io vi miro
c. 105° -22- » XVIII Quel capriol che con invidia, e sdegno
c. 1la-12a —25 - canz. II Quante fiate io miro
c. 12 a° -24- son. XXX = Madonna io mi pensai che ’l star’assente
c.12d - 25 - mad. IV Per gran vento che spire
c. 125° — 26 — son. XX Chiuso era il Sol da un tenebroso velo
c. 13a —27- » XXI Qui fu dove il bel crin già con sì stretti
c. 13 a? —-28- » XXII Quando muovo le luci à mirar voi
c. 13 d -29- » XXIII Come creder debb’io, che tu in Ciel’ oda
c. 13 6° -—30- » XXIV O messaggi del cuor sospiri ardenti
c. 4a -31- » XXV Madonnasete bella, e bella tanto
c. 14 a? -32- » XXVII Son questi i nodi d'or, questi i capelli
c.145-17a-33-canz. V Anima eletta, che nel mondo folle
c.17a-18d-34- » I? Amor da che ’1 ti piace
c. 18d -35- son. XXVI Avventurosa man, beato ingegno
c.19a — 36 — mad. V Oh se quanto e l’ardore
c.19a? -37- son. XXVIII Qua l’avorio di Gange, o qual di Paro
c.19b -38- » XXIX Qual volta io penso è quelle fila d'oro
154 - @. FATINI
.24b-25b-46 - cap. III Ne la stagion che "1 bel tempo rimena
.25b-26b-47- » IV De la mia negra penna in fregio d’oro
.276-28b6-49- » VI Era candido il corvo e fatto negro
.28b5-29b -50- VII Forza è al fin che si scopra, e che si veggia
c.296-306-51- » VIII O più che "1 giorno è me lucida, e chiara
.800-31b5-52- » IX O ne miei danni più ch'il giorno chiara
c
c
c.260-27b-48- » V Meritamente hora punir mi veggio
c
c
c
c.315-33a-53 - » X Del bel numero vostro havrete un manco
c.33a-85a-54- » XII O lieta piaggia, ò solitaria valle
c.35a-36a-55- » XIII Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio
c.36a-36b-56- » XIV Ne sì calloso dosso, e sì robusto
c.360-38a-57- » XV Ben’ è dura, e crudel se non si piega
c.38a-39a-58- » XVI O ver, o falso che la fama suone
c.395-40a-59- » XVII O qual tu sia nel Ciel, è cui concesso
c.400-4la-60- » XVIII Chi pensa quanto il bel disio d'Amore
c.4l1a-42a-61- » XIX Piaccia à cui piace, e chi lodar vuol lodi
c42a-43a-62- » XI Gentil città, che con felici auguri
c.43d-555- 63 - Fram. I, II Stanze di M. Lodovico Artosto
La gentil dunna, che da questa figlia
Trova in favor de Principi da Este.
c. 55 d. Stampate in Vinegia ad instantia de Iacopo | Modanese | Nel
anno del Signore MDXLVI.
Per quanto la dedica compaia col nome della Barbaro, la di-
stribuzione e la pubblicazione del copioso gruppo di poesie è
merito precipuo del Coppa, che, dopo aver fatto omaggio del-
l’Erbolato alla gentildonna veneziana (1), ora per cavalleresca
(1) Il Coppa dedicò alla Barbaro «in segno di riconoscenza parecchi li-
bretti di poesia e di prosa, suoi e d’altrui » (Boni, II, 32); nella dedica del
ricordato opuscolo Iime di Diversi, ecc. (1547) egli le dice « che con le
« virtù vostre, con i leggiadri costumi, e con i dolci conforti rendendo dolci,
< e lievi le mie acerbe e gravi pene sete stata cagione che racconsolandomi
< la doglia non sia passata più oltre, e sì come sete principio, e fine d'ogni
« mia gioia e bene, ecc. ..... ». Le acerbe pene forse sono un’allusione alla
lotta che sostenne in Venezia coi veri medici, nella quale riuscì vincitore, è
probabile, anche per la protezione della Barbaro.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 155
cortesia le lasciava Ponore di presentare al pubblico le Rime,
mosso forse non tanto dal desiderio di tenersi cara la colta
signora quanto dalla speranza d’accaparrarsi più facilmente
i lettori con nomi autentici del patriziato veneto. Certo, di non
lieve fatica al Modanese deve essere stata la preparazione del
volume; tanto più che il manoscritto, passato dagli eredi Ariosti
al Coppa per mezzo del D’Asola (4), par che fosse frammentario
o formato di carte staccate e sparse, probabilmente di diverso
formato e di età differente, messe insieme o dallo stesso Ludo-
vico, ovvero dai suoi parenti (2). Del cattivo stato del mano-
scritto fa fede, se mal non ci apponiamo, la intrusione nella
stampa coppina d’una poesia del Trissino.
Il Carducci, illustrando un codicetto ferrarese di poesie la-
tine (F,), notò che le due prime carte comprendono alcune li-
riche del Bembo, dall’Ariosto trascritte « per tenerne memoria
(1) E da escludersi che si tratti di un ms. diverso, perche, vigendo per il
D'Asola il privilegio del '44 su le Rime e su l'Erbolato dell'A., pubblicazioni
legali e col permesso del Senato veneziano e del pontefice non erano possibili
se non a chi si fosse messo d'accordo col D’Asola; senza quest'accordo, il
Modanese sarebbe incorso in liti con l'editore asolano e cogli Ariosti, defrau-
dati dei loro diritti e avrebbe esposto ad una meschina figura la Barbaro e
Il Foscarini. Oltre il privilegio per le Rime e l’Erbolato concesso al D'Asola,
cè nell'Archivio di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci, Notatorio, n. 13,
©. ISI, del dicembre 1544, una licenza fra altre opere, per Ze stanze nora-
mente trovate di Messer Ludovico Ariosto; il privilegio relativo è a c. 168
del reg.° 33 Senato Terra (27 dic. 1544); con questo privilegio si allude alle
1° stanze dell’Erbolato o alle 84 della edizione coppina, o a entrambi i due
gruppi.
(2) La Barbaro nella dedica dice le rime < avanzo di fatiche, che sono
«rimaste imperfette per la morte del suo Auttore », alludendo forse, oltre
che alla imperfezione artistica, al carattere frammentario e confuso del ms.
Ma, anche se ciò non fosse vero, l'affermazione della Barbaro ci riporta al ns.
degli eredi (e per essi al D’Asola), i quali soltanto potevano essere venuti in
Bissesso, come del resto attestano i privilegi da loro richiesti e da noi ricor-
d‘i. degli aranzi poetici del congiunto. Così si sa che tutti o quasi i testi
sutografi delle opere ariostesche passarono agli editori per mezzo degli eredi:
P. es., Virginio pare somministrasse al Giolito l’autografo della Cussaria dn versi
'Bosci, I, 117) per l'edizione del 1546, il testo delle Satire (Boni, I, 283),
dei Suppositi (Boxs1, I, 340-41), ecc.
156 G. FATINI
e serbarle » (1). Quelle due carte, che in origine probabilmente
non facevan parte del ms. ariostesco, ma, prima d’essere rile
gate al testo, dovevano trovarsi sparse fra i fogli del poeta, non
hanno tratto alcuno nell’errore di credere l’Ariosto autore delle
poesie ivi copiate, perchè egli non mancò di apporvi la pater-
nità del Bembo.
Al codice del Coppa capitò, con molta probabilità, un caso si-
mile, ma con diverso risultato, per cui fu creduta dell’Ariosto
una poesia del Trissino, che, trascritta su di un foglio, confuso
poi e legato con gli altri fogli del codice, non aveva indicazione
di paternità trissiniana.
Il Modanese infatti accolse nella sua edizione, seguito poi
quasi senza eccezione dai successivi editori, la canzone
Amor, da che ’l ti piace,
la quale, nel 1529, era stata stampata, vivente l’Ariosto, fra le
rime del Trissino (2), molti annì prima, dunque, della pubblica-
zione coppina. L'edizione ove la poesia comparve per la prima
volta, fu curata dallo stesso letterato vicentino, il quale, ve-
dendo che le « sue poche ciance » andavano per le mani di tutti,
volle sottrarle alla dispersione. Orbene, se la canzone non ap-
partenesse proprio al Trissino, è possibile che costui, mentre
cercava di riunire tutte le sue liriche, osasse commettere un
furto letterario che lo stesso Ludovico o i suoi amici gli avreb-
bero potuto scoprire? Perciò, perchè autentica, la canzone con-
tinuò a comparire nelle edizioni trissiniane (3), senza che mai
(1) Carpucci, 9: se ne diseorre più avanti.
(2) G. G. Trissino, Soforisha ele Rime, Venezia, Tolomeo Janiculo, MDXXIX,
di Giugno, con una prefazione del T. al cardinal Ridolfi, cui dedica queste
« ciancie » giovanili.
(3) P. es.: in Opere di G. G. Trissino, Verona, 1729, I, p. 353; trovasi
pure in raccolte liriche, come nel vol. 4° delle Itrme di Diversi, ecc., Bologna,
Giaccarello, 1551, p. 158, nella Scelta di Sonetti e Canzoni De' più eccellenti
Rimatori d'oyni secolo, Parte I, Bologna, Pisani, 1718, p. 260, in un'altra
consimile scelta del 1727, Venezia, Baseggio, p. 301, ecc.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 157
sorgesse alcun dubbio su l’attribuzione, la quale anzi trova con-
ferma in modo irrefutabile iri due codici (1). Al contrario, mentre
le stampe ariostesche, procedendo’ dal Coppa, l’hanno quasi
sempre compresa (2) con le rime del cantore d’Orlando, nessun
manoscritto trovasi che la riporti con questo nome; onde il
Barotti, nella ristampa delle opere dell’Ariosto fatta nel 1766
avvertendo la mancanza della poesia nei manoscritti ferraresi,
soggiungeva che « maggior fondamento si ha di crederla del
« Trissino, tra le Rime del quale si trova stampata con poche
« e non rilevanti diversità di parole » (83). Più tardi solo il Po-
lidori (I, 461-63), indotto dalla nota del Barotti, si limitò a porre
la canzone fra le dubbie; ma anche da queste per assoluta man-
canza di fondati motivi (4) deve essere esclusa.
Di questo manifesto errore d’attribuzione la spiegazione più
convincente va ricercata nel disordine in cui gli eredi del poeta
debbono aver trovate le sue carte (5), con le quali è assai pro-
(1) Sono il magliab. VII, 719, cc. 1188 -120a (N;); il magliab. VII, 1041,
ce. 160-176 (N), nel primo dei quali si trova senza nome, ma in mezzo
a poesie trissiniane; nel secondo col nome, per errore scambiato con A/0ys:s,
invece di Gian Giorgio; adespota in $,. La canzone è anonima nel cod. Va-
ticano Regina, 1591, c. 96 (R;) e nel ms. it. n. 36 (K) della biblioteca di Ox-
ford, descritto dal MortaRA, Catalogo dei mss. it. della bibliot. di Oxford,
Oxford, 1852, p.42 ; il Mortara, tratto in errore dalle comuni edizioni ario-
stesche, nota che è dell’A.
(2) Tatte le edizioni dal cinquecento a noi, tranne quelle dell’Orlandini
(1750) e del Bortoli (1739, 1755). che sewuì l’Orlandini, comprendono codesta
poesia.
(3) Tomo sesto delle Opere di L. A., Venezia, MDCCLXVI, app. F. Pitteri;
il Barotti però non avvertì questi dubbi nella precedente edizione del 1741.
(4) Non provano nulla, perchè dipendenti dalla edizione coppina, certe rac-
colte liriche che comprendono la canzone, come le Rime di diversi eccell.
autori raccolte dai libri....., Venezia, Giolito, 1553, p. 123, la ristampa
del 1564 (p.128), del 1587 (p. 123), e il Primo volume Delle Rime scelte di
diversi autori, Venezia, Giolito, 1590, p. 123, su la cui attendibilità v. Boxsi,
I, 89 e sgg.
(5) Che l’A. non tenesse molto ordinate le sue composizioni lo confessò lui
stesso all’Equicola, quando gli scrisse che « circa loda che voi mi dimandate,
« la cercherò tra le mie mal raccolte composizioni » (Lettere, XVIII, p. 33).
158 O G. FATINI
babile che fosse confusa qualche poesia da altri inviata a lui
o da lui stesso trascritta, ora col nome dell'autore, come ac-
cadde alla lirica latina del Bembo, ora senza. Il Coppa, trovando
nelle carte o nel codicetto che le riuniva la canzone del Tris-
sino (1), tratto involontariamente in inganno, non esitò a inse-
rirla nella sua raccolta.
Del resto, il disordine del ms. si rivela anche negli errori ti-
pografici della prima edizione, causati in gran parte dall’oscu-
rità del testo, qua e là divenuto forse illeggibile per il tempo e
la noncuranza dell’autore; perciò può darsi che in qualche punto
il Modanese abbia tirato ad indovinare e in qualche altro abbia
supplito di sua testa.
Queste osservazioni però, se consigliano di accettare con cau-
tela, per qualche caso, l’autorità della coppina, non possono
d'altronde indurci a negarle valore se non quando ci si trovi
dinanzi ad argomenti inoppugnabili: tanto più che il Coppa. con-
sapevole della imperfezione delle rime, ebbe certo cura di ren-
dere la sua stampa scevra, fin dove era possibile, d’errori e di
false attribuzioni (2). D'altra parte, se noi la confrontiamo accu-
ratamente con le altre edizioni, risulta in modo assoluto la sua
superiorità. Prima in ordine di tempo, essa diventa per linea
diretta e indiretta l'esemplare donde procederanno tutte le altre
ristampe, dalla contraffazione del ’52 alla moderna del Polidori;
cosicche, rispecchiando più d'ogni altra la volontà dell’autore,
e giusto che per il testo come per il numero e l’autenticità dei
componimenti sia tenuta nella debita considerazione.
La prima edizione andò probabilmente a ruba, perche alla
(1) Il ricordo del Trissino fatto dall'A. nel Furioso, XLV, 12, potrebbe far
pensare che i due letterati siano stati in relazione.
(2) Non sì dimentichi che il Coppa, per quanto un cerretano, era inten-
dente di lettere, poeta latino e volgare, editore di opuscoli sì, ma non tras-
curato nè sciatto come i due Ferraresi, il Maraviglia, ecc. Per avere un'idea
della discreta coltura poetica e d'un certo ingegno posseduto dal Coppa si
lescano le ottave sul Lamento della Virtù inserite nell’opuscolo più volte
ricordato delle Rione di diversi del 1547.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 159
distanza d'un solo anno il Coppa ne fece una seconda con la
dedica a Cosimo de’ Medici, di cui voleva cattivarsi l'animo forse
per continuare in Firenze la sua opera di editore e di cerre-
tano (1).
Rise di | M. Lodovico | Ariosto - (Ritratto) MDXLVII - (In
fine) Stampate în Fiorenza a dì sei Giugnio | ad inslantia di
Jacopo Coppa Modanese | Con DPririlegio del Sommo Pontefice
e del Senato Vineciano | per anni dieci | MDXLVII, in-89;
senza il nome dello stampatore, ma, secondo il Bongi, nella
stamperia del Doni; ha cc. 60 non num, di cui la prima bianca;
il ritratto è ovale, diverso da quello della prima edizione. A c.2a
sì ha la seguente dedica:
Allo illustrissimo et eccellentissimo signure, il signor Cosimo de Medici
Dvca di Fiorenza:
Io non sapeua, Magnanimo & giustissimo Principe, benche molto pensassi
nell'animo mio ritrouar cosa degna della grandezza sua e della affettion mia,
la quale mi potesse essere scorta, e prestarmi ardimento di uwenirle inanzi:
& hauendo meco medesimo lungo tempo a cio considerato, stauo finalmente
per risoluermi di non presentarmi all’aspetto di quella, piu tosto che uenire
a noiarla con piu ardire che ualore. Quando pur finalmente facendo animo a
me stesso, pensai di presentare a Vostra Eccellenza le rime di M. Lodouico
Ariosto; le quali quando io uolessi magnificar con lode, due cose farei: mo-
strarei di non conoscere il perfetto & sano giudicio di quella; & crederei di
potere io lodare quel che da se fu sempre lodatissimo. Vengo dunque con così
alto mezzo dauanti alla altezza uostra, per farle dono conueniente a lei, e per
farmi conoscere quel uero & deditissimo seruitore, ch'io le sono & saro sempre.
Non dubito che V. Eccellenza sia per accettare il dono del libro & della ser-
uitu mia con quello. Et se forse le paressi ch'io fossi troppo ardito, pregola
(1) Boxer, II, 34-35; questa stampa fu ricordata la prima volta nelle .Vo-
velle dî A. F. Doni, colle notizie sulla vita dell'autore, raccolte da S. Boxat,
Lucca, Fontana, 1832, p. 299. È rarissima; un esemplare trovasi nella Nazio-
nale di Firenze, un altro nella Melziana, la copia della Naz. fiorentina ha
una data alquanto diversa: « Stampate in Vinegia. Adì xx di Maggio ad
instantia », ecc.
160 G. FATINI
a mettere l’uno & l’altro insieme, & col ualor delle Rime escusare la prosontion
mia; la quale uorrebbe conuertirsi nella humilta, & nell’honore, per potere
humilmente & quanto si conuiene honorare V. Illustrissima Eccellenza. La
quale N. S. Iddio lungo tempo felicissima conserui a beneficio di Toscana,
& essempio degli altri principi. Et qui fo fine; riuerentemente bacio le mani
di quella.
Ali XX di Maggio MDXLVII di Vinegia. Di V. E. Humilissimo Seruo
Jacopo Coppa Modanese.
A c.3a: Rime di M. Lulorvico Ariosto cioe Sonetti, Can-
zoni, Madrigali, Stanze El Capitoli.
Il volumetto ha gli stessi componimenti e nello stesso ordine
della prima edizione, tranne il cap. XII, cioè il n. 54 di Cp che
manca; sono stati soppressi i titoli Sonetti, Canzoni, ecc., che
prima figuravano fra una poesia e l’altra, risultando così fra
queste uno spazio più ampio; i caratteri sono più grossetti e più
eleganti, la carta dorata, ma d’aspetto più rozza. Nel testo dif-
ferenze gravi non compaiono; soltanto il Coppa ha cercato di
correggere gli errori tipografici della prima stampa ed ha mo-
dificato qua e là certe lezioni che, accettate precedentemente
per l'oscurità del ms. o portate dalla fretta, ora reputava ine-
satte. In generale, la punteggiatura è meno scorretta, la grafia
e più dotta, senza tanti troncamenti finali, talvolta arditi e
aspri nella edizione veneziana; il lessico tendente ad un certo
allontanamento dalle forme popolari. C'è insomma nella stampa
fiorentina un evidente miglioramento di fronte alla prima, in
parte dipendente da una revisione più accurata (gli errori però
della prima non sono stati tutti corretti, anzi con essi s'accom-
pagna un piccolo gruppo di nuovi), in parte da certi criteri di
modernità, che conducono, a nostro modo di vedere, ad un sen-
sibile allontanamento dal testo genuino dell’Ariosto, il quale più
rozzo, più accentuato nelle sue forme settentrionali, trova mag-
giore rispondenza nell’edizione del ‘46 che in quella del ’47.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 161
Call
III.
Le ‘ Rime,, dalla contraffazione del °52
alle moderne edizioni.
La seconda edizione coppina ebbe una contraffazione con le
Rime di M. Lodouico Ariosto - In Vinegia M.D.LII, s. n. di st.,
in 8°, di cc. 55 + 10. Il ritratto del frontespizio fu malamente
riprodotto dall'edizione fiorentina. Manca la dedica, come ogni
altro segno di legalità e il nome dello stampatore, perché, vi-
gendo ancora il privilegio ottenuto dal Coppa nel 1544, nessuno
poteva pubblicare le Rizze se non alla macchia.
D'un bel carattere, è una ristampa affrettata della seconda
coppina, come si può arguire dalla mancanza del cap. XII, dalla
omissione dei titoli fra un componimento e l’altro e dal testo,
riprodotto con tutte le modificazioni introdotte dal Coppa nel-
l'edizione fiorentina, anche quelle non giustificate. Così vi sono
ripetuti gli errori tipografici della stampa del ’47 in compagnia
d'un nuovo gruppetto di spettanza dei clandestino editore (1),
che ha dato prova della sua fretta pur nella cervellotica pun-
teggiatura, e nella mancanza di spazio tra una poesia e l'altra,
tanto che non si può capir subito dove l'una finisca e l'altra
incominci. E la prima edizione citata dalla Crusca non certo
per il suo valore, ma perchè i compilatori si lasciarono abba-
gliare dalla nitida stampa o per caso s'abbatterono in essa prima
che in altra.
(1) ID PoLivori (I, x11), riferendo dal Gamba, asserisce che vi mancano al-
cuni componimenti comparsi nelle edizioni del ‘46 e "47: il che è vero, se si ri-
porta alla mancanza di Cp 54 e dei cap. XX, XXI editi, con altre quattro
poesie, da Ippolito Ferrarese, sfuggiti a tutti gli editori del Cinque e Sei-
cento. Il Boxat (Il, 35) invece, non essendosi accorto della omissione di Cp 54,
ha creduta questa e la seconda coppina in tutto identiche alla prima.
162 | G. FATINI
Scaduto nel ’56 il termine del privilegio decennale goduto
dal Coppa, il Giolito iniziò la serie abbastanza copiosa delle edi-
zioni cinquecentesche. Dopo aver ottenuto, nel’46, per un de-
cennio i diritti di stampa de «la Cassaria et Suppositi comedia
« del Ariosto in versi » (1), e aver pubblicato nel ’50 « dall’ori-
« ginale di mano dell’Autore » (2) le Suzire, riuscì in questo
stesso anno a farsi concedere dal Senato Veneziano il privi-
legio di stampa e vendita per le « Comedie dell’Ariosti in versi,
« et altre sue rime non più stampate » (3).
Fino però al ’57 le Rime ariostesche non conobbero i tipi
giolitini; in questo o nel seguente anno comparvero le
Rime Di M. Lodovico Ariosto: Satire Del medesimo con i
suoi argomenti di nuovo rivedute el emendate. Per M. Lo-
dovico Dolce: In Vinegia Appresso Gabriel Giolito de Fer-
rarii, MDLVIII, in 8°.
Tanto il frontespizio quanto l’ultima pagina del volumetto
portano la data del ’58; ma il Bongi e il Polidori parlano sempre
del ’57, il quale anno appunto è segnato nell’interno frontespizio
delle Salire, che seguono alle pagine delle 7,6, senza che la
numerazione progressiva s'interrompa fra le liriche e i sermoni;
la duplice data si puo spiegare ammettendo che il libro sia stato
iniziato nel ‘57 e compiuto nel ‘58.
Il libretto, col solito ritratto ovale, comprende in nitidissimo
carattere 88 cc. num., di cul le 4-55 per le Zime, le 56-88 per le
Satire. AI testo precede una prefazione del Giolito, nella quale,
rivolgendosi « agli studiosi di belle lettere », avverte che « es-
« sendo le presenti Rime state impresse da altri, hora tali quali
« elle sono, ve le abbiamo voluto dare nelle nostre stampe cor-
(1) Archivio di Stato in Venezia; Senato, Terra, Reg. 34, c. 139, in data
28 agosto.
(2) Tamnara, 23; Boxar, I, 280.
(5; Archivio di Stato in Venezia, Senato, Terra, Reg. 37, c. 45 (3 sett.).
Manca la supplica; c'è invece la licenza del Consiglio dei X (Consiglio dei
Dieci, Notatorio, busta 1, II*, 1549-50), del 23 agosto 1590.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 168
« rette con quella diligenza, che s'è potuta maggiore, non ha-
« vendo perciò presa licenza di mutar cosa veruna, come alcuni
« fanno. Onde se troverete in diversi luoghi non essere osser-
«vate le regole, che dipoi l’Ariosto osservò pienamente nel-
«l'ultima editione del Furioso, sarà perchè noi non ci siamo
« discostati dall’esemplare dell'Autore ».
A prima vista, parrebbe trattarsi d’un esemplare manoscritto;
ma, pur senza tener conto che il Giolito lo avrebbe dichiarato
esplicitamente, l'esame del volumetto ci porta alla stampa fio-
rentina del Coppa, seguita non solo nell’ordine e nel numero
dei componimenti, ma anche nella lezione.
Il Giolito o, meglio, il Dolce poco attese alla prima coppina,
se pur la conobbe; ebbe sott'occhio l’edizione clandestina, alla
quale è probabile si alluda nella prefazione (1) là dove si parla
di capricciose licenze, e da essa trasse qualche giovamento, se
non altro per guardarsi da alcuni errori della seconda coppina.
La nuova stampa non è però immune da scorrezioni, alcune
delle quali risalgono all’esemplare del ’47, poche a quelle del ’52,
in buon gruzzolo allo stesso Dolce; il quale non mantiene
quanto il Giolito ha l’aria di promettere nella sua presentazione
al lettore; chè non si può asserire che non abbia « presa li-
cenza di mutar cosa veruna »; anzi è più che evidente l’inten-
ziune di dare al lessico una forma più elegante e moderna, che
in certi casi è meno rispondente al lessico del Fwrioso. Ciò
nondimeno, il valore dell'edizione non è trascurabile, anche se
non presenta nessuna di quelle « rime non più stampate », an-
nunziate (2) in quel privilegio di 15 anni che il (riolito, come sap-
(1) Il Boxsi (I, 36) crede l’allusione diretta al Ruscelli, il quale, pubbli-
cando le Satire, ne aveva, senza scrupolo, modificato il testo, come si cre-
deva avesse fatto pure per il Furioso: v. anche SaLza, 241 segg.
12} Non si può pensare che il Giolito alludesse alle Svitire, già e più volte
stampate, nè al primo frammento delle Stanze, giù comparso in Cp e Cp, e
nell'edizione del Furioso del ‘46. Non è però da escludersi che il (riolito ri-
‘*vese dagli Ariosti, forse da Virginio, alcune poesie nuove, le quali, vivendo
164 O. FATINI
piamo, aveva ottenuto nel ’50. Di esse nessuna traccia neppure
nelle successive edizioni giolitine: ebbero la stessa sorte di due
satire da lui promesse ma non mai pubblicate (1).
Alla prima giolitina tennero dietro molte edizioni, riprodu-
centi più o meno frettolosamente e fedelmente il testo giolitino,
tranne due del 1558 (Venezia, Ma/#io Pagan, Venezia, Giov.
Farisco) e una del 1559 (Venezia, Francesco dalla Barba),
derivanti dalla prima coppina. Si ebbero così, tutte in Venezia
— operosa fucina di edizioni delle opere ariostesche — nel 1560
(Giolito) per il Dolce, che, seguito dagli altri, dette mutilo il
primo frammento in ottave (Fr. I e II); nel 1561 (Sansovino)
per F. Sansovino con annotazioni, accolte nel 1564 (Rampa-
setto) e nel 1567 (Doniinico de’ Franceschi); senza note nel 1566
(Scotto); con dichiarazioni per Francesco Turchi nel 1567 (Gio-
.lito), riportate nel 10568 (Giolito), nel 1571 (Zanetti), nel 1573
(Angelieri), nel 1575 (Pielro de’ Franceschi) e nel 1581 (Orazio
de’ Gobbi); senza note, di nuovo, nel 1583 (Dusine/lo), nello
stesso 1583 (Ciotti); nel 1584 (Zoppini), nel 1585 (Salicato);
nel 1586 (Marinelli); nel 1592, 1593, 1600 (Ronfadino); nel 1600
(Giunti e Ciotti); nel 1607 (Rampasetto), nel 1612 (Turini),
nel 1613 (De’ Vecchi), nel 1614 (Domenico Imberti), nel 1626
(Ghirardo e Iseppo ILnberti) (2).
Con la ristampa dell’Imberti, probabilmente, s’interruppe il
numeroso elenco di queste edizioni, le quali, per quanto l’una
riproduzione più o meno materiale dell’altra e sempre poco
ancora il privilegio «del Coppa, non furono subito edite, a differenza delle
Commedie in versi (il privilegio del 750 riguardava anche queste), pubbli-
cate invece dal Giolito stesso nel ’51 (Box, I, 126). Nel ’57 il Dolce, in-
tento a seguire il testo di Cp, o forse ignaro delle nuove poesie possedute
nel ‘50 da Giolito, le avrebbe trascurate o dimenticate.
(1) Si allude alla edizione del ’50, nel cui frontespizio si annunziano
due Satire non più vedute, senza che nel testo compaia nulla di nuovo;
V.'TAMBARA, 25-24.
(2) Su queste edizioni v. la mia Vota Libliografica nel volume laterziano,
ove sono ricordate anche altre edizioni, ma come inesistenti.
=—__ I n NINNA mein e e cp
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 165
corrette e talora capricciosamente riformate, ci attestano con
quanta simpatia si leggessero nel Cinquecento le liriche del-
l’Ariosto; ma, sopraggiunta l’e/ade per vari aspetti 9r'ossa del
Seicento, il pubblico e quindi gli editori non si curarono delle
opere minori (1) ariostesche per quasi un secolo. Solo col cam-
biar dei criteri artistici, nel secondo decennio del Settecento
ne fu ripresa la pubblicazione, allo scopo non solo di dare un
testo più accurato, ma anche di raccogliere da manoscritti e
da opuscoli dimenticati tutte quelle poesie che con fondamento
o senza portavano il nome dell’Ariosto.
Il primo a riprendere l’interrotta serie (2) fu Paolo Rolli, con
l'edizione Delle Satire e Rime Di M. Ludovico Ariosto (Londra,
Pickard, 1716), per la quale ebbe a modello la prima coppina,
onde ridette alla luce il cap. XII, per lungo tempo dimenticato;
riporta qualche verso e qualche ottava del primo frammento,
soppressi a causa dei rigori della censura; corregge alcuni er-
rori tipografici di Cp e cerca di migliorarne il testo, tenendo
qualche volta presenti anche le stampe giolitine. Ne risultano
però tanti e tali cambiamenti che danno l'impressione d'un
nuovo testo, perchè il Rolli non solo ammoderna i vocaboli, usa
troncamenti e apostrofi a suo arbitrio e senza una norma fissa,
ma con disinvoltura cambia la lezione dove gli paia poco chiara
per negligenza e sbadataggine dei primi editori o dove gli sembri
opportuno per dare una nuova interpretazione. Fu il primo poi
— e il suo esempio incontrò la simpatia dei successivi editori —
a distribuire le liriche in gruppi di e/egie (17), cassoni (4), s0-
netti (31), madrigali (9), capitolo (1) e stanze, dando il nome
€
(1) Ciò capitò pure alle Satire e alle Commedie (SALZA, Gli Studenti, XIX);
il Tambara ne vide la causa, per le Satire, nei cresciuti rigori della censura
ecclesiastica, che del resto si fecero sentire anche per le Ztîue, nelle quali il
1° frammento (Fram. I e II), come si è detto, andò soggetto a mutilazioni
fin dal 1560, in quei passi che miravano a colpire la Chiesa o il Papato;
ma quella religiosa non fu nè la sola nè la principale; efr. per le scarse edi-
zioni del poema l’opera citata della FUMAGALLI.
(2) Per questa e le seguenti edizioni rimando alla mia Nota delQografica.
Giornale storico — Suppl. n°” 28. l
166 G. FATINI
di elegia a tutti i capitoli, tranne al frammento epico in onore
di Obizzo (cap. Il).
Il primo però ad accrescere di nuovi componimenti le Rime
dell’Ariosto fu Stefano Orlandini, il quale nel Tomo secondo
delle Opere, stampate a Venezia nel 1730-1731, raccolse in un
gruppo tutte le liriche delle precedenti edizioni, trascurando la
canz. I° (34 Cp), molto probabilmente perchè convinto della pa-
ternità trissiniana di essa e il cap. XII, perchè, non avendo co-
nosciuta l'edizione coppina, come si può rilevare da un raffronto
del testo, né quella recente del Rolli, ignorò la sua esistenza o.
almeno, la sua attribuzione all’Ariosto. In un secondo gruppo
riunì sette poesie « cavate dalle antiche raccolte e da altri
libri », cioe i son. XXXIII, capp. XXI, XX, XXII, I!, canz. I,
IV, senza indicarne la fonte precisa.
Per il testo si affaticò a ridurre — come dichiara nella pre-
fazione ai lettori — le poesie « alla vera lezione » confrontando
« varie impressioni », cioè le stampe giolitine, del Sansovino e
del 1552: evitò così molte scorrezioni precedenti; introdusse
qualche cambiamento; largheggiò nell’uso, non sempre corretto,
della grafia moderna; si comportò un po’ liberamente nella pun-
teggiatura; ma nell'insieme dette un'edizione che, pur disco-
standosi graficamente dal testo primitivo e con qualche errore
vecchio e nuovo, ha un certo pregio.
Questa nuova silloge, mancante nelle edizioni rolliane del1731,
1752 e 1735, fu riprodotta dal Bortoli nel tomo 3° delle Opere
( Venezia, 1739 e 1755), da Francesco Pitteri nel tomo. 4° delle
Opere în versi e in prosa, Italiane e Latine (Venezia, 1741),
ove ritornano anche la canz. I° e il cap. XII, presi dalla ediz.
principe, e compaiono per la prima volta tre componimenti, tratti
dal codicetto ferrarese F, (cap. I, sonn. XXXIX, XL): importante
edizione questa, dovuta a Giovanni Andrea Barotti ferrarese, il
quale non solo portò a 73 il numero delle poesie italiane, ma,
giovandosi dei codd. ferraresi F, e F,, migliorò sensibilmente
il testo, ma non quanto avrebbe potuto e dovuto; perchè alla
lezione dei due testi a penna, avuti in esame dall’amicizia di
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 167
Girolamo Baruffaldi, preferì talvolta quella dell’Orlandini e delle
edizz. giolitine, relegando la prima nelle annotazioni; non troppo
accurato fu poi nella revisione — non si avvide, per es., del
v. 57, canz. V, che, mancante in tutte le stampe, trovasi nei due
codici —, anche perchè si lasciò vincere dal desiderio di render
letterarie le forme popolari e dialettali.
Il numero, immutato nella ristampa pitteriana del 1745 e
in quelle del Remondini (Venezia, 1753 e 1760), si accrebbe di
due gruppi di stanze (III, X) nella edizione del Pitteri del 1766,
che riuscì per il testo superiore a tutte le precedenti, dal Ba-
rotti più ampio profitto essendo stato tratto dai codici ferraresi:
e i 75 componimenti, così raggranellati, comparvero senza au-
mento nelle numerose edizioni della seconda metà del ’700
(Bassano, Remondini, 1771, 1780, 1792, 1793, 1798; Parigi, Lam-
bert, 1776; Venezia, s. n. di stamp., 1778; Venezia, Pitteri, 1783;
Venezia, Rossi, 1783; Parigi, Merigot, 1784).
»
e è
All'inizio del nuovo secolo, si riprende la via già tracciata
dal Barotti, per scoprire e dare alla luce ignorate poesie del-
l'Ariosto; così nel 1807 il Baruffaldi iwnior arricchi la Tita di
Messer Lodovico Ariosto (Ferrara, Bianchi e Negri) con quattro
componimenti presi dalle carte di mons. Beccadelli, cioè il
mad. XT (p. 149), son. XXXVIII (p. 179), mad. X (p. 235), canz. III
(p. 315); dette i primi versi (1-46) della canz. III° e (pp. 316-17)
alcune terzine dell’eglog. I (1-63); la quale, a frammenti per
cura di Luigi Lamberti e Urbano Lampredi, comparve tutta (1)
nel Poligrafo di Milano nell'anno 1812 (pp. 65-67, vv. 1-42;
(1) Non un frammento, come asserisce il Polidori; la bibliografia del-
l’egloga fu data da S. FeRrxmi, in Ateneo Veneto, XXV,T, f. 3, pp. 319-321;
buono il commento del Lamberti per la parte storica e del Lampredi per
la parte letteraria, ma superiore l’illustrazione storica del Luzio, per quanto
non segua ordinatamente tutte le terzine (A. Luzio, Isabella d'Este nelle tra-
gedie della sua casa (1506), cit. più oltre).
168 G. FATINI
pp. 81-82, vv. 43-93; pp. 97-99, vv.94-171; pp. 113-114, vv.172-231;
pp. 129-130, vv. 232-292), e fu riportata, intiera, in Nuova Co‘-
lezione d'opuscoli (Firenze, Badia Fiesolana, 1820, I, fasc. III,
pp. 162 e sgg.) per Francesco Inghirami, che erroneamente la
disse inedita.
Questi: ed altri componimenti furono raccolti da Giuseppe
Molini (Rime e Satire di L. A. con annotazioni, Firenze, all’im-
presa di Dante, 1822), che da un cod. magliab. (1) trasse un
sonetto (XXXVII) e un madrigale (I*), ai quali aggiunse la can-
zone (III°), già fatta conoscere qualche anno prima dal Pog-
giali (2) e parzialmente riportata dal Baruffaldi.
1l Molini però nella edizione Poesie varie di L. A. (Firenze,
all'insegna di Dante) di due anni dopo rifiutò la canz. I‘, i
capp. XX, XXI, XXII, che aveva precedentemente accolti dall’Or-
landini; seguito in questo rifiuto dall’editore parigino Aillard
(Rime e Satire di L. A., Parigi, 1824), che, oltre ai capp. XX,
XXI, XXII lasciati fuori dal Molini, non accettò le due can-
zoni (III, III’) del Baruffaldi, già accolte dall'editore fiorentino,
mentre riporta la canz. I' rifiutata dal Molini stesso.
Nulla di nuovo porto l'opuscolo:
Egloga ti inesser L. A., Che non si trova stampata tra le
sue opere poctiche con altre poesie similmente inedite e pub-
blicale da URBANO LAMPREDI di Napoli, Napoli, Dalla Tipografia
del Real Ministero di Stato degli affari interni, nel Reale Al-
bergo de’ Poveri, 1845: è l'egloga I, già data dal Molini nella
edizione del 1822 (3).
(1) Sotto il nome di Luigi Alamanni il Moreni lo aveva già pubblicato ne
Nagyio di poesie inedite di Luigi Alamanni, per nozze Aldana-Biondi, Fi-
renze, Margheri, 1519, p. 59.
(2) Serie de testi di linqua, ecc., posseduti da G. Pocarai, Livorno, Masi
e C., 1813, pp. 58-41.
(3) Il Lampredi avverte nella dedica che pubblica intevralmente l’egloza
comparsa in parte (sc) nel Poligrafo: al testo (pp. 25-28) fa seguire le
Vote, poi un'ode d'incerto tradotta dal Monti, ecc. Un gruppo di poesie scelte
(Poesie scelte di L. A.) comparve a Fermo nel 135 (Pasavasti editore).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 169
Nulla di nuovo ugualmente nelle:
Elegie scelte di M. L. A. Ed altre Inedite ed Anonime (1),
Samminiato, Presso Antonio Canesi, 1837.
Si cercò invece di aumentare il patrimonio lirico dell’Ariosto
con una (canz. IV?)
Canzone di L. A. Non inai fin qui stampata e pubblicata
ora per ta prima volta alle stampe da LuiGi MARIA REZZI
Bibliotecario Barberiniano, Roma, Tipografia delle Belle Arti,
MDCCCXXXV; opusc. per nozze Barberini-Casali Del Drago (2);
in-8° (alcune copie anche in-49).
Più tardi nelle
Poesie inedite di dugento autori dall'origine della lingua
in fino al secolo decimo Settimo, raccolte e illustrate da
FRANCESCO TRUCCHI socio di varie Accademie. Prato, per Ra-
nieri Guasti, 1846, vol. III, pp. 176-178, fu edito un capitolo
(cap. XXIII).
Nel 1856 si ebbero:
Due capitoli di Lobovico ARIOSTO pubblicati per cura di
GIOVANNI VELUDO da n codice inarciano (3). Per le faustis-
sime nozze Guidoni-Sartori, Venezia, coi tipi d'Ant. di Tom. Fi-
lippi, 1856 (cap. XXIV, XXVI).
(1) Sono i capitoli III-VII, IX, XIV, XVII-XIX; le altre elegie, tutte
anonime e del sec. XVI, non hanno nulla di comune con quelle dell'A.
(2) Dopo un lungo Proemio con annotazioni (cc. 5-16) il Rezzi pubblica
(17-26) Per la partenza di Ginevra - Canzone (testo) e le Annotazioni.
La canzone fu poi ristampata col Proemio nel Rnaldo Ardito di L.A.
framm. ined. pubbl. da I. Giaxrient e G. Arazzi, Firenze, Piatti, 1846. Nu
l'opuscolo del Rez.:ii a cui egli teneva molto, v. F. Picco, L. M. Rezzi, ece.,
Piacenza, Del Maino, 1917, pp. 39-40, 88, 109, 11R.
(3) Dopo un’avvertenza « al lettore >, una notizia sul codice, si ha il testo
dei due capitoli, ma non il testo della canzone pastorale (III°), come lascia
intendere il Boxei (II, 36 n.).
170 G. FATINI
Tutte queste sparse poesie con le altre date dalle edizioni
precedenti entrarono a far parte delle Opere minori in verso
e în prosa di L. A. ordinate e annotate per cura di F. L. Po-
LIDORI, Tomì 2, Firenze, Le Monnier, 1857.
Nel tomo primo, distribuita in Frammenti în ottave (pa
gine 125-47), E/egie e Capitoli (pp. 215-59), Egloga (pp. 267-706).
Itinne varie (pp. 281-314), Poesie attribuite a L. A. (pp. 444-74)
si ha la più copiosa — 87 componimenti — e la più impor-
tante silloge di liriche italiane che sia comparsa col nome di
messer Ludovico. Il Polidori (1) al lodevole tentativo di dare un
testo corretto aggiunse l'altro di sceverare le poesie autentiche
da quelle dubbie, che egli anzichè rifiutare dalla sua raccolta
ha relegate in un gruppo a sè; e per questi due tentativi,
anche se non sono gran che riusciti, il raccoglitore, che ha tro-
vato poi chi seguisse e perfezionasse il suo disegno, merita un
particolare ricordo nella storia della lirica ariostesca, nella
quale occupa un primo posto.
Così differisce solo per l'ordinamento dei componimenti e per
la denominazione di alcune poesie l’edizione triestina del 1858
(N.1 della 2B/blioteca Classica Italiana). AI contrario non ha
alcun valore la più recente raccolta delle Z/egie, Sonetti e Cair-
zoni, a cura di ARDENGO SoFrici (Lanciano, Carabba, 1911);
ove, abbandonata la distinzione introdotta dal Polidori — la cui
edizione è stata del tutto trascurata — sono riprodotti tutti i
componimenti (tranne i frammenti in ottave) che si trovano
nella raccolta del 1857; ma del testo come delle poesie fatte
conoscere in periodici e in pubblicazioni ariostesche dopo il
Polidori, il Soffici non ha tenuto conto, eccetto del son. I* (2).
(1) Qualche notizia su F. L. Polidori in Iticista d'Italia, febbr. 1918, di
F. Berxixi (Gli Studi « inediti » di F. L. P.). Alcuni esemplari di codesta
ediz. oggi si trovano con la copertina di tela verde e col frontespizio esterno
I. Ariosto, Opere minori, Suce. Le Monnier, Firenze (1894 nel frontesp. in-
terno). Fa parte, così rammodernata, della Bbliofeca nazionale economica.
(2) Vedi una recens. del Salza in questo (/ornale, 58, 411-12, e una mia
notizia nella Ztass. bibliogr. d. letter. ital., XIX, n.5 (31 maggio 1911).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 171
Eppure più d'uno studioso ha cercato in questi ultimi decenni
di accrescere il patrimonio lirico di messer Ludovico.
Il madr. XII fu dato dal Carducci nelle Veglie letterarie di
Firenze (anno I, 26 giugno 1862, n. 9, p. 144); il son. XXXVI
comparve nelle Lettere di L. A., pubblicate con introduzione
biografica da A. CAPPELLI, Modena, 1866 (1), p. 351; e nel Pro-
pugnatore di Bologna (a. III, disp. 2* e 32, 1870, pp. 416-18) il
Guasti dette col nome dell’Ariosto 6 ottave (Fram. XI), oltre al
mad. XI1I già comparso nelle Veglie; e Domenico Carbone abbelli
col son. VIII? e col Fram. X (2) l’opuscolo nuziale Rime inedite
dei Quattro Poeti raccolte per le fauste nozze dell’egregio
signor cav. Giuseppe Carneri Generale nell’arina del Genio
colta gentilissima Signorina Camilla Bertoldi (Roma, tip. Bar-
bera, 1872), ricomparsi più tardi nella //wstrazione popolare
di Milano (1875, n. 3).
In occasione del IV centenario dalla nascita del Poeta uscì
per Teodorico Landonìi un opuscolo con Due va'issimi compo-
nimenti di L. A.con la notizia d'una stampa delle Salire e
d'altra del Furioso ignote (In Bologna, presso Nicola Zanichelli,
MDCCCLXXV). Queste due poesie (son. XLI e egl. II) con quelle
apparse nelle Veglie (letterarie (mad. XII), nelle Le/fere di
L. A. (son. XXXVI), nell’opuscolo del Carbone (son. VIII* e
Fram. X) e una inedita (mad. VI') arricchirono l’appendice (3)
(1) Fu riportato anche nelle successive edizioni dell'epistolario (Bologna,
1886 ; Milano, 1887).
(2) Veramente il Fram. X, civè le ottave, non erano inedite, perchè si tro-
vano nelle tre prime edizioni dell’Erdolato; il son. VIII* poi non era nè ine-
dito, nè dell’Ariosto; ciò nonostante A. Mariaynsi dedicava un insulso opu-
scolo al sonetto, nel 1893, dal titolo ZMustrazione di un sonetto inedito di L.A.
(Roma, Baldi).
(3) Il Ferrazzi (Bibliografia ariostesca, pp. 242-43) riferisce, con poca
esattezza, al solo Landoni la pubblicazione di queste rime, che invece il
Carducci raccolse da varie fonti. Lo studio del C. ebbe una ristampa, con
qualche aggiunta e correzione, dopo un mese; nel 1881 uscì poi, rinnovato
nel testo, e col titolo: La giorentà di L. A. e le sue poeste latine. Studi
e ricerche di G.C., Bologna, Zanichelli, e poi, ancora emendato, in Upere,
XV, ove però non si ripubblicò il son. VIII* perche apocrifo.
172 G. FATINI
del noto studio di &. Carducci, Delle Poesie Laline Edile ed
Inedite di L. A.(Bologna, Zanichelli, 1875). Tre anni dopo nel
periodico fiorentino Z Borghini (a. IV, 15 genn. 1878, pp. 2235-26;
a. V, 1° luglio e 1° ottobre 1878, pp. 4-6, 72-74) l’Arlia con una
breve nota riportava sotto il nome dell’Ariosto le canz. V* e VI?
e i sonn. III* e IV*; che trent'anni più tardi io stesso ripubbli-
cavo nella Miscellanea in onore del prof. Vittorio Cian (Pisa,
1908, Mariotti) (1). Due componimenti nuovi (cap. XXVII e
son. 1?) dal ricordato opuscolo del Maraviglia dava G. Lisio in
Rarità ariostesche nella miscellanea Da Dante at Leopardi
(Milano, Hoepli, 1904, per nozze Scherillo-Negri); e tre io ne
pubblicavo, nelle Cusiosita ariostesche (in questo Giornale,
LV, 1910) i Framm. XI, IV? (2), e nello studio Per un'edizione
critica delle Rime di L. A. (nella Rassegna cril. d. letter. ital.,
XV, 1910) il son. XXX, tratto da un codice ferrarese.
(1) Quattro poesie inedite di L. A.; in un’aggiunta finale (pp. 21-22) del-
l'estratto, feci appena in tempo ad avvertire l’errore in cui ero caduto, pub-
blicando come inedite le poesie, che invece erano disperse in un periodico
raro e quasi inaccessibile, sfuggito allo stesso Carducci, quando nell’ '81 ri-
dette alle stampe il suo studio.
(2) Il Fram. XI era già dato dal “Guasti nel Propugnatore cit., ma in
una lezione diversa. Il Sarza nello studio Intorno all’ Ariosto minore (estr.
dalla Miscellanea di studi critici pubbl. inonore di G. Mazzoni, I, Firenze,
tip. Galileiana, 1907) pubblicò in nuova veste il cap. XXIII e il son. IV. Il
bel saggio, corretto e corredato di nuove note e aggiunte, è ristampato in
Studi su L. Ariosto, Città di Castello, Lapi, 1914, pp. 27-98, ove ricompaiono
anche i due componimenti. Nell'art. D’una canzone pastorale attribuita a
L.A., già pubblicato in questo Giornale, 56, 339 sgg., e ora anche negli
Studi, è stampato pure il son. VII.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 173
IV.
Manoscritti ferraresi.
Tra i mss. che riportano isolate o a gruppi rime dell’Ariosto,
in mancanza di autografi o apografi, acquistano un particolare
valore due testi a penna posseduti dalla Civica di Ferrara (1),
soprattutto perchè conservano una buona silloge di liriche vol-
gari. Pervenuti nelle mani del ferrarese Girolamo Baruffaldi,
nel sec. XVIII, forse dall’ultimo degli Ariosti (2), e da lui insieme
con altri mss. donati all'amico Giovanni Andrea Barotti (3), già
(1) Questi ed altri mss. ariosteschi della Biblioteca Comunale di Fer-
rara sono descritti nell’Indice dei mss. della civica Bibliot. di Ferrara,
Ferrara, Taddei, 1884, di G. ANTONELLI, in Carpteci, 7-26, nella Introduzione
di G. AGNELLI a 7 frammenti autografi dell'Orlando Furioso, Roma, Foto-
tipia Danesi (1904) e in questo Giornale, 61, 455 da G. AGNELLI.
(2) L'Agnelli (Introduzione cit., p. 6) crede che da Claudio, l’ultimo degli
Ariosti, m. nel 1707 a Ferrara, le carte ariostesche siano passate all’abate
De Carli e da costui al Baruffaldi, il quale era già in possesso di alcuni mss.
fino dal 1741 (cfr. Barotti nelle Dichiarazioni alle Rime del 1766, Pitteri,
PP. (60-61). Come il Baruffaldi, anche il marchese Bevilacqua, lo Zeno, Guido
Bentivoglio ed altri avevano mss. dell’Ariosto; il che fa pensare che la disper-
sione di coteste carte avvenisse sino dal Cinquecento, forse con la morte di
Virginio Ariosti, dal quale ebbero mss. G. B. Pigna. il Mosti, il Giolito, ecc.
Tn altro possessore fu il cav. Danese, che il 20 agosto 1644 donava all'abate
Salvetti di Ferrara un foglio autografo con una poesia latina; v. A. SOLERTI,
Bibliografia de Le Rime di T. Tasso, Bologna, Romagnoli, 1898, pp. 10-11.
(3) Il Barotti accenna più volte, nella ristampa pitteriana del 1766, a questo
dono; a torto l’ANTONELLI (Indice, p. 45) afferma che F, apparteneva al Ba-
rotti e non al Baruffaldi; quest’ultimo, secondo il MazzucueLti (I, 1082),
avrebbe posseduto l'originale delle Itime, forse, soggiunge, disperso; proba-
bilmente il M. lo ha confuso con F,, F,, ovvero esprimeva una semplice conget-
tura. Al Barotti invece appartennero le così dette satire autografe, in parte
4 lui date dal Baruffaldi, e tutte cedute poi alla Civica di Ferrara; v. Le
Satire autogr. di L. A. pubbl. u cura del Comitato ferrarese ..., Bologna,
Zanichelli, 1875.
174 G. FATINI
possessore di qualche codice ariostesco, passarono più tardi alla
biblioteca ferrarese, nel cui catalogo antonelliano occupano ri-
spettivamente i num. 64 e 365.
Il primo (F,), cartaceo (1), in 4°, mm. 153 X 240, avente sul
dorso Ariosto | Cassaria | e la | Lena | Commed. |, in bel ca-
rattere corsivo e ben conservato, consta di tre grossi fascicoli,
dei quali uno di cc. 64 n. n., precedute da 5 cc. bianche e seguite
da altre 2 bianche, riporta la Cassaria in rima; il secondo, d'un
formato meno lungo e più stretto, di cc. 47 scritte e num.
+ 1 scritta n. n. e 2 bianche, comprende la Lena; il terzo, sud-
diviso in tre fascicoletti (2) di cc. 52 num. -+ 8 bianche, con-
tiene le Rime.
L’altro cod. (F.), cartaceo, in elegante formato, mm. 152 X 212,
di cc. 2 bianche + 66 scritte, n. n., -+ 4 bianche, contiene, in
quattro quinterni legati insieme, le sole liriche, disposte e per
numero e per ordine come in F,; dal quale differisce per l'uso
più frequente del puntino sugli i, di ef per e, di « per », per
le belle iniziali maiuscole, in carattere aldino, che in F, man-
cano o sono grossolanamente riprodotte, e infine per l’elegan-
tissimo gotico tanto in uso nel Cinquecento (3).
(1) Nell’Zndice dell'Antonelli (p. 45) il ms. ha questo titolo: Arrosto Lt-
povico, La Cassaria, La Lena commedie e rime varie.
(2) Il primo fascicoletto è di cc. 20, così disposte: ce. 1-2a Tabula alfa-
betica delle Itime; ce. 2d, 3 bianche, n. num.; seguono 1-17 num.; il 2° fase.
di cc. 20 scritte, eccetto due terzi della c. 23a e le ce. 24d-25; la numera-
zione va da 18 a 415, saltando però da 19 a 22, le quali carte 19 e 22 sono
staccate in duerno; il 3° fase. comprende le cc. 42 a-52 d scritte + 53 bianca
num.j 54-60 bianche non num.
(3) Per il codice v. I Judice dell'Antonelli (p. 181); sono bianche le ce. 28 è
e 229 per indicare il distacco fra i madrigali e i capitoli; bianca la c. 66b.
Prima del testo due carte, di marca diversa dalle altre, ma eguale alle due
ultime. Le iniziali, specialmente dei capoversi, sono, assai spesso, corrose anche
per opera dell'inchiostro: pur la carta è rigata con l'inchiostro, mentre quella
di F, non è atftutto rigata.
»
e - -
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO
Ecco la tavola dei capoversi:
la- 5b Anima eletta, che nel mondo...
Cp
5d- 9a Spirto gentil, che sei nel terzo... »
9a-135 Non so s'io potrò ben chiuder... (10) »
F,(cc.) F,(cc.)
1. la- 4a;
2. 4b- 6b;
3. 7a-105;
4. 100 ; 14a
5. 10b-11a; 14a
6. lla ;s 14db
i.11b ; 15a
8. 11d ; 15d
9. 12a ; 16a
10. 126 ;s 160
11. 126 ; 160
12. 13a ; 17a
13. 136 ; 17d
14. 135 ; 18a
15. 14a ; 186
16. 140 ; 19a
17. 14d ; 19a
8. 15a ; 195
19. 15 d ; 200
20. 15d ; 20
21. 16a ; 2la
22. 160 ; 21d
23. 165 ; 210
24. 1a ; 22a
25. 176 ; 22
26. 175 ; 23a
27. 184 ; 23b
28. 185 ; 24a
29. 186 ; 24a
30. 19a ; 24b
31. 19d ; 250
32. 19d ; 25b
Non senza causa il giglio e... (6) son.
Come creder debb'io che tu... (29) »
O messaggi del cor sospiri ardenti (30) » ‘
Del mio pensier che così veggio... (8) >»
Quando muovo le luci a mirar voi (28) >»
La rete fu di queste fila d’oro (9) »
Madonna, sete bella, e bella tanto (31) >»
Se voi così mirassi alla mia fede (1) (41) mad.
Com’esser può che dignamente... (11) son.
Un arbuscel ch'in le solinghe rive (7) >»
Altri loderà il viso, altri le chiome (19) »
Quel capriol, che con invidia... = (22) >»
Non fu qui dove Amor tra riso... (16) »
Chiuso era il Sol da un tenebroso... (26)
O sicuro secreto e fidel porto (3) >»
Aventuroso carcere soave (17) >»
Mal si compensa ahi lasso... (2) >»
Deh voless’io quel che voler... (20) >»
Occhi miei belli, mentre ch'io... (21) »
Per che simil le siano, et de li... (4) »
Quando prima i crin d’oro... (18) »
A che più strali Amor s'io mi... (1) (42) mad.
Madonna io mi pensai che ’l star... (24) son.
Se con speranza di mercè perduti (39) »
>»
Aventurosa man, beato ingevno (35
3
)
i ) »
Per che Fortuna quel ch'Amor...
Son questi i nodi d'or, questi... (3:
2)
Qual volta io penso a quelle fila... (38) »
(33) canz.
175
V
IV
I
VI
XXIII
XXIV
VIII
XXII
IX
XXV
VI
X
VII
XV
XVIII
MI
XX
III
XIII
II
XVI
XVII
IV
XIV
VII
XIX
XXXI
I
XXVI
XXVIII
XXVII
XMIX
1) In F,, dove ogni componimento porta l'intestazione, questo madrigale
€ indicato come un sonetto.
176
33.
34.
35.
36.
37.
38.
39 (
40.
41.
. 28a-29a;
3. 2906-50 db;
.31a-32b;
. 3206-33 b;
. 33 d-34b;
. 35-37 a:
(1) In F, c'è un apparente imbroglio d’impaginatura, sul quale
F, (ce.)
22 a 3
226 (1) ;
23 db :
23 d :
24a -
24a ;
3). 24 bd ;
2601-27;
27a-28a;
’
. 374-3Ra;
. 380-394;
. 394-401;
. 4040-41;
. 4120-43;
. 450-446;
. 45a-45 db;
. 464-471;
. 40 b-48a;
. 48b-526;
oltre.
(2) Terminando i sonetti, in F, seguono quattro linee bianche, in F, è
bianca una buona parte di 23 a.
(3) Dopo questo madrigale c'è uno spazio bianco in F,, Fs, perchè segue
Il gruppo dei Capitoli, distinti l'uno dall'altro in F, con la dicitura Cap.i0, ti°...;
in F, con lo spazio d'una linea o due; i madrigali sono privi d’intestazione
e di numerazione; solo in F, all'ultimo ‘verso d’ogni poesiola tien dietro il
segno &.
(4) Alla fine di questo capitolo in F, c'è un Finis; nel n. 56 il Finis è
in F, e Fy per distinguere il gruppo dei capitoli dal capitolo in onore di Obizzo,
dopo il quale non c'è Fixis, ma seguono delle carte bianche.
F, (cc.)
26%
26 d
27a
27a
27h
27b
Ra
30a-3la
3105-32 b
32b-34 d
3406-36 db
36 6-38 db
380-404
401-41d
4214-44 b
45a-460
4604-47 D
47b-49a
49a-5la
51b-54a
04 1-55 d
550-560
57 a-528d
59a-60a
600-66a
G. FATINI
Cp
Giorno a me sol più che la notte... son. XXX
Qui fu dove il bel crin già... (2) (27) » XXI
Oh se quanto è l’ardore (36) mad. V
Amor io non potrei (14) > II
Per gran vento che spire (25) » IV
Quando bellezza, cortesia e valore (13) » II
Se mai cortese fusti (12) » I
Ne la stagion che "1 bel tempo... (46) cap. III
De la mia negra penna in fregio... (47) » IV
Era candido il corvo e fatto nero (49) » VI
Meritamente hora punirmi veggio (48) » V
Gentil città che con felici auguri (62) » XI
Forza è ch'al fin si scopra, e che... (50) » VII
O più che "1 giorno a me lucida... (51) » VII
O lieta piaggia, o solitaria valle (54) » XII
Qual son, qual sempre fui, tal... (55) » XIII
De sì calloso dosso e sì robusto (56) » XIV
O ne’ miei danni più che... (4) (52) » IX
Ben è dura, e crudel se non... (57) » XV
Del bel numero vostro avrete... (53) » X
O qual tu sia nel ciel a cui concesso (59) » XVII
Piaccia a cui piace e chi lodar... (61) » XIX
O vero o falso che la fama suone (58) » XVI
Chi pensa quanto il bel disio... (4) (60) » XVIII
Canterò l’arme, canterò gli affanni (45) » I
vedi più
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 177
L'ordine e il numero dei componimenti ci riportano ad un
medesimo archetipo; non manca tra F, e F, qualche divergenza,
come l'indice alfabetico (1) dei capoversi all’inizio di F,; il ti-
tolo posto in testa ad ogni poesia in F,, con la numerazione
progressiva per gruppi, tranne per i madrigali; ma sono lievi
divergenze d’indole personale, direi, del copista, come dalla
coltura, dal capriccio, dai criteri subiettivi dei due -amanuensi
dipendono quasi tutte le altre diversità del testo, in gran parte
(1) Lo riportamno nella Rassegna crit. d. letterat. ital., XV, 1910, nel.
l'articolo Per un'edizione critica delle Rime di L. A., pp. 7-8 dell'estratto.
Si noti che l’Indice dà i capoversi di 59 poesie, due cioè in più di quante
se ne trovino nei due codici. F, inoltre non presenta quell’imbroglio di nu-
merazione che si nota in F, tra le carte 19 e 22, per l'apparente mancanza
del foglio 20-21; diciamo apparente perchè il componimento n. 32, trascritto
a c.19b, termina nella carta seguente, che porta la numerazione ‘2, nella
quale carta si trova pure il n. 33 (22a) e 34 (22 21, con cui si chiude il gruppo
dei sonetti, restando bianca una parte della pagina (22 è). La parte superiore
di c.23 a riporta gli ultimi versi del n. 29, che ha il suo inizio a c. 18 83;
ma essi sono cancellati, perchè, quando al duerno oggi numerato 18 e 23 si
frappose un altro duerno (19 e 22), la continuazione del n. 29 fu data a c. 19;
il resto della c. 23 a è bianca, mentre a c. 23 d incominciano i madrigali.
Come si spiega quest’apparente imbroglio ? Il copista di F,, dopo avere
traseritto a c. 18d una parte del n. 29, continuò a copiarlo nella carta se-
guente (oggi numerata 23), ma, accortosi che in questo primo fascicolo
fee. 4-18, 23) non entrava tutto il gruppo dei sonetti e dei madrigali, in-
sen tra le carte oggi numerate 18 e 23 un duerno (ora cc. 19 e 22), che anche
oggi si vede staccato dal resto. Nella c. 19 a trascrisse il resto del n. 29, can-
cellandolo dalla c. 23, ove annotò questi sono superflui; poi copiò i nn. 30,
31, 32, 33, 34 nelle carte 19 e 22, lasciando bianca 234 o perchè eravi la
cancellatura o per tener distinti dai sonetti i madrigali (copiati a c. 23).
L'errore della numerazione delle carte (da e. 19 si passa alla 22 deriva da
Una svista o più probabilmente dal fatto che l'amanuense da prima deve
avere inserito due fogli 19 e 22, 20 e 21, ai quali deve aver dato il numero.
Ma, incominciato a copiare, questa volta si è avvisto che un duerno era di
troppo, onde ha tolto il foglio 20, 21, senza correggere la numerazione pri-
Mitiva: unica traccia di tutto l'apparente imbroglio, che non ha avuto alcuna
conseguenza ne per l’ordine nè per il numero dei componimenti,
Forse nelle due carte 20 e 21 erano o dovevano essere trascritte le due
boesie ì cui capoversi sono riportati nell'Zrlice di F, che rimanda a c. 9 (si)
inesistente, e delle quali non si trova cenno in F,.
178 G. FATINI
grafiche e lessicali, poche volte di pensiero; nel qual caso molto
spesso più che varianti sono errori. Queste divergenze, poche
e di lieve entità, non possono far dubitare della comunanza
dell’archetipo a cui risalirebbero F, e F,, oltre che per il testo,
per la identica disposizione e per l’egual numero delle poesie.
Se mai un leggero dubbio che l’uno o l’altro si sia giovato di
qualche altro esemplare può sorgere nel rilevare le correzioni
marginali ed interlineari che s’incontrano qua e là, poche,
insignificanti e della stessa mano (1) in F,, d’inchiostro e di
calligrafia forse diversi da quelli del ms., e meno scarse e d'una
certa gravità (2) in F,. Propenderemmo però a credere che
anche queste correzioni, che potrebbero essere del tempo del
codice, provengano da correzioni e da varianti dello stesso
archetipo, il quale può darsi che non fosse in una copia calli-
(1) Son. XIII, 2 posto in alto fra le due parole ne furor un f, forse perchè
saltato; XVII, 1 tra mie mentre un belli; XIX,8 un p su op di Radopiare;
XXIII, 7 cancellato un che perchè ripetuto; cap. VITI, 47 il verso è scritto
su di un verso cancellato, perchè per una svista il copista aveva copiato il
v.50; cap. XII, 71 aggiunto in alto a fr: un r omesso (fruir); cap. XIII, 12
aggiunto legno, omesso tra Col o piombo; cap. XIV, 43 lacunoso, riempito
con la frase, d'altro inchiostro, e mas no abbasto (lezione mancante in Fi):
cap. XIX, 28 aggiunto sir, omesso tra 0 cara.
(2) Canz. IV, 49 aggiunto e lieto tra dolce Riso; le parole Riso estinto
sono segnate da un frego di cancellatura (Fa, tra dolce e lieto riso); 62 ag-
giunto un r su lr di sera (Fy serra); 74 posto un o d’altro inchiostro su
Va finale di lusciata (F, lasciata); 83 frapposto un a d'altro inchiostro in
che sentir (F) che sentire); canz. V, 78 al è corretto in #0 o viceversa (F, i:
131 avgiunto in alto mano, omesso, tra della 22 (Fa bella mano til); 133 verso
mancante, aegiunto al margine destro, con altro inchiostro, ma della stessa
mano: son. II, 11 posto un vot in alto tra andar sciolta (F, andar voi sciolta):
son. XXV, 7 Vo di aureo è cancellato (F) aure); cap. IX, 2 sottolineato 1m-
portuna e al margine con altro inchiostro scelerata (Fa scelerata); cap. X, 51
un piccolo o in alto sopra « di Xrono, d'altro inchiostro; la parola è sottoli.
neata e al margine sinistro v'è inn0 (=? luomo) [Fa Auomo]. Si noti che la
buona lezione è appunto 7220.
Più gravi i seguenti casi: son. IX, 8 verso lacunoso, riempito d'altro in-
chiostro, con la parola ferimi (Fa ferimmi); cap. V, 67 sottolineato con altra
mano il verso aspettando di furar un sguardo, al margine godendo dil soare
(sguardo) {F, godendo del soave squardo).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 179
grafica, senza mende e cancellature. D'altra parte non si può
neppure escludere che F,, scritto più elegantemente e privo,
quasi, di correzioni, sia una copia derivante da F, anzichè figlio
come F, d’uno stesso archetipo (1).
Comunque ciò sia — e la questione non è di grave momento
perchè nell’uno e nell’altro caso si ammette l’identità della
fonte (2) —, peri caratteri grafici, della carta, ecc. si può affer-
Inare con un certo fondamento che risalgono alla prima metà
del Cinquecento (3).
Uno dei due o il loro archetipo ha nessuna relazione col
gruzzolo di rime ariostesche mandate, come si legge in un do-
cumento già ricordato, nel 1532 a Guidubaldo della Rovere ?
Impossibile la risposta e vana ogni congettura, mancando col
testo ogni notizia su questa silloge, andata forse dispersa nelle
fortunose vicende della libreria d’Urbino (4). Con tutta sicurezza
invece si può asserire che diverso da F, e F, fosse il manoscritto
adoperato dal Modanese per le sue edizioni del 1546 e 1547.
(1) All'opinione, già da me espressa, che F, sia una copia di F,, nell'arti-
colo Per un'edizione critica, pp. 4-5, propende pure il Bertoni nel ricordato
volume’ L’« Orl. Furioso » e la Rinascenza a Ferrara, p. 309; non Vac-
cetta invece il Virat, che nell’opuscolo Di alcuni documenti riguardanti
A. Benucci, Conegliano, 1901, p. 8, n. 1, aveva già detto i due codici « pa-
« ralleli e derivati da un medesimo archetipo ». Certo le varianti di F,,
cap. XIV, 43, F,, canz. V, 133, son. IX, 8, cap. V, 67 non si spiegano troppo
facilmente se si ammette la dipendenza di F, da F,.
(2) L'identità inoltre è confermata da lezioni nuove che non sì trovano in
altri codici nè nelle stampe, taluna delle quali è solo un errore; p. es. so-
netto VII, 10 0 d’ per od; son. X, 9 sia per sian; son. XXVIII, 9 /onte
per fronte; cap. X, 57 huomo per inno, ecc.
(3) Il Vital molto tempo fa mi comunicava che il prof. Rajna, esaminato F,,
lo faceva risalire al 1530-50. La data 1590 (se pur è una data) che si trova
nel fascicolo della Lena in F,, non può riferirsi che al solo fascicolo della
Lena; qualcuna delle correzioni di F, può darsi che sia del Barotti, come
l'o di canz. IV, 74, l’a di canz. IV, 83, scelerata di cap. IX, 2, inno di
cap. X, 57.
(4) Vedi pp. 137-38, e per altri schiarimenti su la questiune puramente
Storica vedi Per un'edizione critica, pp. 5-6.
180 G. FATINI
Tutti i componimenti di F, e F,, eccettuati i num. 2 e 33, si
ritrovano in Cp, ove, oltre al primo frammento in ottave, com-
paiono in più 7 poesie. Per quanto notevole sia la concordanza
dei due gruppi è difficile ammettere una dipendenza tra loro:
l'archetipo di F, e F, è opera d’un raccoglitore desideroso di
dare le poesie con un certo ordine, distribuendole in gruppi
(canzoni, sonetti, madrigali, capitoli); il Coppa, al contrario,
seguendo probabilmente il ms. onde traeva la sua edizione, ov-
vero di sua testa, ha disposto i 63 componimenti con un criterio
diverso, frammischiando, su l'esempio del Canzoniere petrar-
chesco, le canzoni ai sonetti e ai madrigali, tenendo a sè rag-
gruppati solo i capitoli.
Ma, anche se prescindiamo da questa diversità di criterio,
l'indipendenza dei due codd. ferraresi dal ms. coppino risulta,
a noi pare, tanto dal fatto che nel gruppo del Modanese, più
copioso dell'altro, compaiono 8 poesie che in F, e F, mancano,
e, viceversa, due poesie che sono in questi non trovansi in quello,
quanto dalla diversa lezione che s'incontra, con una certa fre-
quenza, nei due testi.
L'editore Modanese si servi, come già dicemmo, del disordì-
nato ms. che i fratelli dell’Ariosto trovarono o misero insieme
di tra le carte lasciate dal poeta; i copisti di F, e F, ebbero
davanti un gruzzolo di poesie, raccolte con cura o da qualche
amico di messer Ludovico o da qualche buongustaio di cose
ariostesche. Certo è che accanto alla raccoltina avuta dal Coppa
(.1°) dovevano andare per le mani dei contemporanei altre rac-
coltine più o meno copiose (41) (47, A”, A”, A”””......), formate
di quelle poesie che il cantore d'Orlando non riuscì, come desi-
derava, a custodire gelosamente nel suo scrigno. E come fu pos-
sibile a Marco Pio procurarsene un gruzzoletto (.1”), così altri
mise insieme i componimenti (7) che formarono poi F, e F..
(1) Una di queste è data dal cod. ferrarese F,, di cui parleremo fra poco,
dalle carte beccadelliane (B,), ece.; su le quali v. la mia Vota dibliogr., ove suno
succintamente descritti tutti i mss, che raccolgono poesie dell’Ariosto.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 181
Ecco dunque l’albero genealogico, per dir così, delle liriche
volgari ariostesche; indicato con A l’archetipo comune a tutte
le raccolte, il ms. cioè che avrebbe dovuto portare tutte le poesie
e che in realtà non è mai esistito se non a frammenti, sparsi
qua e là, ad A debbono risalire non solo tutti i componimenti
di 4° e di A”, ma anche tutti gli altri che, relegati in rarissimi
opuscoli o dispersi in mss. miscellanei, meritano di essere con-
siderati autentici.
A
A’ b isade
A'”' (F)
(cod. di G.
della Rovere) F, F,
(Cp)
Chi tenga presente l’indipendenza di A’ da 4” e l’importanza
che hanno singolarmente Cp e F, e F,, facilmente comprende
qual contributo essi, integrandosi e correggendosi a vicenda,
portino ad ‘una edizione delle 772€, non solo per una ricostru-
zione presumibilmente critica del testo, ma anche per accertare
l'autenticità di non poche poesie e ricostituire così, per quanto
sia possibile, quel gruppo A che sfortunatamente non ci è per-
venuto.
Meno importante è il ms. ferrarese F, dal titolo: A/cwne
rime italiane originali di Me Lodovico Ariosto; cart., in parte
del sec. XVI e in parte della fine del sec. XV; di cc. 9 n. n,
già fogli volanti, ora riuniti, di varia misura (1).
Carta I} nel recto: Alcune rime italiane originali di Lo-
dovico Ariosto.
Carta II, mm. 150 x 210; nel recto: Epicedio De morte Im
Limore estensis | de Aragonia Drciss ferrariene (2) Lodorvici
<Eriosti (sic):
Rime disposte a lamentarvi sempre (cap. I).
_——— ——
(1) Furono riuniti dal Barotti (v. AxtoNELLI, Indice, p. 21), che vi appose
Il titolo Alcune rime, ecc.
(2) Il secondo s di Duciss è d'altro inchiostro ; il we di ferrarigue è can-
cellato.
Giornale storico — Suppl. n° 22. 12
182 G. FATINI
Al margine sinistro della carta, 1493, indicante la data della
poesia e della morte di Eleonora.
L’epicedio si distende perla c. II (vv. 1-27 in IIa, 28-54 in IIb),
III (55-81 in III a, 82-111 in IIId), IV (112-118in IVa, IVO bianca);
segue dello stesso formato un’altra carta bianca nel recto, mentre
nel verso in alto porta scritto, in carattere minuscolo,
Lodouicus ariostus fecit . etatis annorà 19.
Questo fascicoletto, scritto in bella calligrafia, con molte cor-
rezioni interlineari e marginali (1), è stato a lungo tenuto per
autografo (2); alcune somiglianze della scrittura, le copiose cor-
rezioni che fanno pensare alla 27720 dell’autore, le cancellature
e la firma apposta nel verso dell’ ultima carta, hanno formato
questa opinione, che l’Agnelli però, peritissimo di calligrafia
ariostesca, recisamente rifiuta e per ragioni paleografiche e per
altre considerazioni, fra le quali la differenza fra la mano che
ha copiato la poesia e quella delle correzioni (3).
Carta VI, mm. 150 X 220; nel vecto i due sonetti (XXXIX, XL):
Primo
Mag°° fattor Alfonso trotto (4)
(1) Per es. il v. 84 è tutto cancellato; corretti i versi 104, 106, 110,
112, 114, 116, ecc.
(2) Vedi AxtoxeLLI, Indice, p. 21; Saza, 36 n.; il Barotti con la parola
originali ha inteso forse dire autografe.
(3) I frammenti, ecc., pp. 8 sgg.; egli nota, per es., che l’indicazione del-
l’età è un’aggiunta posteriore dovuta a qualcuno che voleva richiamare l’at-
tenzione su la data giovanile dell’autore. Vera quest’osservazione, a noi però,
nonostante il parere autorevole dell’Agnelli, non sembra possibile negare re-
cisamente l’autografia del fascicoletto, prima perchè un criterio molto sicuro
non si può avere dal confronto della calligratia di due epoche diverse ; quella
cioe di 20 anni e l’altra superiore ai 40 (autografi del Furioso), poi perchè,
se l’etatis è un’evidente aggiunta, non si deve infirmare l’autogratia della vera
firma che è di diversa callisrafia, e, infine, perchè le correzioni, anch'esse dì
differente calligrafia, potrebbero essere d'un periodo più tardo della vita dell’A.,
che, maturo d'anni, sarebbe tornato alla sua giovanile poesia per emendarla.
(4) In margine, ma del Baruffaldi o del Barotti, questa nota: « Questo
I e
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 183
Secondo
Non ho detto di te ciò che dir posso.
Alla fine della carta:
Di Ms. Lud°° Ariosti.
Oltre il formato, anche la calligrafia differisce da quella delle
carte precedenti; il Barotti la vuole autografa, come la firma
che è della stessa penna.
Carte VII-VIII; mm. 215 x 310, scritte solamente sul r°eclo,
con una calligrafia in tutto diversa da quella delle precedenti
carte, forse del sec. XVII. Vi sono otto stanze:
Qual fiero sdegno a si gran sdegno mossa
Luoco muttai, ne muttarò in eterno.
Carta [X, mm. 190 X 270; nel rec/o, scritto di mano accurata,
non calligrafica, e senza titolo, il madrigale o la ballatetta (1):
Deh se sempre vi sia piatoso Amore.
V.
Su l’autenticità delle poesie di L. Ariosto.
Trascurate dall’autore e accolte con diffidenza dai critici, le
poesie dell'Ariosto hanno, per un motivo o per l'altro, talvolta
ber un capriccio, suscitato dei dubbi su la loro autenticità. Se
dei 55 componimenti comuni a Cp e a F, e F, ben 14 sono ap-
Parsi sospetti, nessuna meraviglia che su la restante lirica
=— lente)
‘ Cognome se si stampasse il Sonetto si potrebbe tralasciare ed anche il nome ».
Il consiglio fu seguìto dal primo editore, certo per un riguardo ai discendenti
dei Trotti (Pitteri, 1766, IV, 761).
(1) Vedi AoneLLI, I frammenti, p. 8; la poesia è senza nome e didascalie.
184 G. FATINI
ariostesca, che non ha il beneficio di questa comunanza e talora
neppure l’autorità della tradizione o del raccoglitore, i dubbi
si siano così facilmente accumulati da far pensare senz'altro a
tante attribuzioni false o, per lo meno, assai sospette. Si ag-
giunga che la dispersione subita da una buona parte delle Ri,ne
favoriva non solo coteste false attribuzioni ma anche la confu-
sione di esse con la produzione di altri poeti noti e oscuri: onde
più d’una volta ci capiterà di vedere col nome dell’Ariosto com-
ponimenti non suoi e, al contrario, riferito ad altri quel che
spetta a lui.
Perciò è opportuno fermare un po’ la nostra attenzione su
ogni poesia di sospetta paternità, comprese quelle che per la
prima volta entreranno da opuscoli a stampa o da manoscritti
a far parte di una edizione delle R7me, per valutare caso per
caso il peso di questi dubbi e di queste attribuzioni e con-
chiudere, quando non manchino sufficienti elementi di giudizio,
a favore o no dell’autenticità loro.
Incominciamo dalle liriche che si trovano in F e Cp, non
senza premettere una volta per sempre, che, dopo quanto ab-
biamo detto di queste due raccolte, la loro autorità non può
nè deve essere tanto leggermente infirmata.
Del mio pensier che così veggio audace
(F, 7; Cp, 8; son. VIII).
Attribuito a Ludovico da Canossa (1) nel Terzo Libro della
raccolta giolitina (2), uscita nel 1552; a parte le inesattezze in
(1) Su questo vescovo di Baieux, ambasciatore di Leone X e uno dei primi
personaggi del Cortegiano, v. un succinto profilo biografico di V. Cray nel
suo commento a 1 Cortegiano, Firenze, Sansoni, 1910, pp. 508-10.
(2) Kime di diversi illustri signori Napolitani e d'altri nobiliss. intelletti,
In Vinegia appresso Gabriel Giiolito de Ferrari et Fratelli, MDLII, p. 391:
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 185
cui incorsero spesso i frettolosi compilatori di queste antologie
poetiche (1), tanto il Dolce che il Giolito, l’uno il raccoglitore,
l'altro l'editore, riportando il sonetto in una raccolta dell’anno
seguente (2) e poi nella prima giolitina delle rime ariostesche,
lo hanno restituito al legittimo autore, correggendo implicita-
mente l'errore in cui erano caduti.
Non fu qui dove Amor tra riso e giuoco
Quando prima i crin d'oro e la dolcezza
(F, 16, 24; Cp, 16, 18; sonn. XII, XIV).
Ambedue incerti nel Libro secondo delle Riine di diversi (3),
onde poi passarono nelle successive ristampe (4), solo il son. XIV
è dato dal Ruscelli al Benalio (5). Senza riportarsi alla poca
l'errore si ripete nella ristampa dello stesso anno, che si considera pure come
Libro Quinto della raccolta giolitina; in quella del 59 (p. 454), sempre con la
dicitura « del Vescovo di Baiusa ». Il primo ad avvertire questa attribuzione
fa il Mazzucuetti (I, 1082-83).
(1) Per un esame di queste raccolte v. FontANINI nelle annotaz. allo ZENO,
Biblioteca dell'Elog. Ital., II, 69 seg. e Boxci, I, 89 sgg., 3865-66.
(2) Rime di diversi eccellenti uutori raccolte dai libri da noi altre volte
unpressi tra le quali se ne leggono molte non più vedute. In Vinegia ap-
presso Gabriel Giolito de Ferrari et fratelli, MDLIII, p. 115. Su questa
edizione fatta dal Dolce di su le precedenti edizioni giolitine v. Boxci,
I, 403-04. Il sonetto è dato all’A. anche nell’antologia giolitina del 1590
fp. 114), in quella del Baseggio (Scelta di sonetti, ece., Venezia, 1727, vol. IV,
parte prima, p. 288), ecc.
(3) In Vinetia Appresso Gabriel Giolito de" Ferrari, MDXLVII, p. 1373
sconosciuto è il raccoglitore, la cui fretta o disattenzione si può rilevare pure
dall'omissione delle due poesie nell’Inlice, ove non sono ricordate neanche
nel gruppo dei compon. /ncerti; v. Boxci, I, 143. In una copia della Biblio-
teca Estense un lettore a lato di Incerto del son. XII ha scritto « M. Lud.
Bonamico », nome di rimatore a noi sconosciuto, se pur non sia un Lazzaro
Bonamico, ricordato dallo Zeno (Lettere, V, 263, VII, 243) come autore di
liriche latine. Il Softici nella sua edizione ha fatto cenno dei dubbi su questo
sonetto, ma senza occuparsi della questione.
(4) Nella ristampa del 1548 (p. 132), nell’edizione del Baseggio (p. 310), ecc.
(5) I Fiort Delle Rime de’ Poeti illustri, nuovamente raccolti et ordinati
da GimoLamo Rusceri, In Venetia, Per Giovambattista et Melchior Sessa
186 G. FATINI
autorità di queste raccolte, si può trovare la conferma di F e Cp
in B, (pp.6e 5), importante silloge di poesie italiane, raccolte
nel Cinquecento.
Mal si compensa, ahi lasso, un breve sguardo
La rete fu di queste fila d'oro
Oh se quanto è l’ardore
(F, 20, 9,35; Cp, 2,9, 36; sonn. II, IX, m. V).
Trovansi riferiti in N,, il primo ad un certo L. Fusco (1), il
secondo al Bembo. il terzo ad un Giraldi. Il raccoglitore non
solo non va d'accordo con nessuna delle tante miscellanee
poetiche che nel Cinquecento inondarono il mercato librario, ma
nelle stesse sue affermazioni si dimostra incerto e talora igno-
rante. Per esempio, riferendo il madrigale al Giraldi, scrive solo
Giral, senza indicare a quale dei due rimatori con cotesto nome
voglia alludere (2); riportando la canzone pseudoariostesca III*
avverte con volubile dicitura che ne è autore Epicwro (3), anzi
fratelli, 1558, p. 399. Il Ruscelli non da alcuna spiegazione di questa attri-
buzione al Benalio, un oscuro rimatore, la cui misera produzione è dispersa
nelle raccolte del tempo; v., p.es., a p. 199, De le Rime di diversi nobili
Poeti Toscani raccolte da M. Dioxiar AtANAGI, Libro secondo, Venezia, 1565.
(1) Chi sia costui è difticile sapere: forse un Lattanzio Fosco della famiglia
dei Tolomei, ricordato in Furioso, XLVI, 12, che, secondo il Fornari, sarebbe
stato il precettore d'Ippolito d'Este (Barvrratpr, 121); per il Tiraboschi pero
il precettore aveva nome Francesco Negri, un veneziano detto Zosco dal suo
cognome. Un Fusco è ricordato nel Furioso, XLVI, 89, ma pare che sia quel
Tommaso, che fu segretario di Ippolito; su questo Tommaso e sul Negri
v. G. Bertomi, L'«0. F.» e la Rinascenza a Ferrara, Modena, Orlandini,
pp. 1831, 133, 300. L'A. indirizzo ad un Fuscwm un carme latino (LX);
costui è un nipote del menzionato Tommaso (v. Casini in Rivista critica
della letterat. ital., VII, 150-52) ed è quello stesso di cui si fa parola in una
elegia di G., Postumo (R. RexieRr, Dalla corrispondenza di G. P. Silvestri -
Spigolature in Miscellanea Cian-Sappa-Flandinet, p. 256, n. 2).
(2) Cioè, se a Lilio (rreworio, autore del De poetis nostror. temp., o all'altro,
più noto, Giovan Battista (Cintio).
(3) È Marco Antonio Epicuro, sul quale v. Pekcopo in questo Giornale, 12,
1-76, e PaLmaRINI, in Scelta di curiosità letter., disp. n. 221 (Bologna, Ro-
magnoli).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 187
il s.l. Gonzaga (1). Inoltre, togliendo all’Ariosto il sonetto IX,
mentre non ha il sostegno di nessuna edizione delle poesie del
Bembo, al quale non è stato mai assegnato (2), urta nell’attri-
buzione ariostesca di sei codici, F,, F,, M, S,, B,, R,.
. Il madrigale poi, che è adespoto in P,, dove da un amanuense
del Varchi furono trascritte altre rime dell’Ariosto,- col nome
di messer Ludovico comparve nella raccolta bolognese del Giac-
carello (3), la quale, stampata nel 1551, è forse anteriore alla
compilazione di N,.
Chiusa era il sol da un tenebroso velo
(F, 17; Cp, 26; son. XX}.
I dubbi che possono sorgere su questo sonetto riecheggiante
nel Furioso, XVII, 142, perchè trovasi, senza nome e in mezzo
a un gruppo di poesie del Barignano (4), in C,, svaniscono senza
difficoltà appena che si sappia che con F e Cp s’accordano
P.. S., S, e la raccolta giolitina del Pri;20 Libro, comparsa
nel 1545, un anno prima della edizione principe (5).
(1) Questo nome è scritto in nero, mentre Epicuro in rosso; di Luigi Gon-
zaga ce n'è più d'uno (Tiraroscar, Storza, VII, 67 n.), ma forse è quello so-
prannominato Rodomonte, del quale alcune ottave (12 in lode dell’Ariosto,
16 in lede della moglie sua) accompagnano qualche edizione del Furioso (Gio-
lito, 1542, 1543, ecc.).
(2) Anche il Seghezzi (Rime di m. P. B., in Bergamo, 1753, p. 287)
esclude il sonetto dalla raccolta bembina, per quanto un ms. del Moreni, che
probabilmente s’identifica con N;, lo dia a lui.
(3) Parte quarta delle Rime di diversi, ecc., in Bologna, presso Anselmo
Giaccnrello, M.D.LI, p. 277, in compagnia di altre poesie dell'A. Il Trucchi
(Poesie inedite di dugento autori, ecc., III, 304) lo pubblicò da Nj, come
inedito e appartenente al Giraldi. In P, il madrigale ha subito un cambia-
Mento, essendo rivolto ad un Signor anziche ad una Madonna.
(4) Di Pietro Barignano, uno dei tanti rimatori del Cinquecento, che ebbe
l'onore di essere ricordato anche nel IF urioso, XLVI, 16, s'incontrano molte
Poesie, specialmente nadrigali, nelle raccolte a mano e a stampa del tempo;
v. oltre a C,, Ng, B, ed altri mss., Quanrio, Istoria della volgar poesia,
I, 350 è MazzucneLLi, 3859-61.
(5) Rime diverse di molt. Eccellentiss. Auttori nuovamente raccolte. Libro
188 G. FATINI
Un arbuscel ch'in le solinghe rive
(F, 13; Cp, 7; son. VII).
« Questo felice componimento dovrebbe... appartenere a quel
medesimo che scrisse la canzone V tra le attribuite al nostro
poeta »: così il Polidori (I, 473 n.). Il quale, dubitando, e non
a torto, come vedremo, dell’autenticità della canzone III*, è tratto
a sospettare anche del sonetto, che all’Ariosto vien dato dal
Priino Libro della raccolta giolitina (1545, p. 137), da tutte le
edizioni di rime ariostesche (1), da F, e F,, da N,,, anteriore
al 1545 (2), da N,, che la riporta con altre due poesie dell’Ariosto
sotto la dicitura « Son. et Cap. di messer L. Ariosto »; e da B,,
ove è trascritto da un codicetto del sec. XVI, oggi irreperibile (3).
Questi codici poi, pur trovandosi d’accordo nel nome dell’au-
tore, non risalgono tutti alla stessa fonte; il che avvalora, per
chi possa ancora avere qualche dubbio, l'autenticità, contro la
quale oggi non si può addurre neppure la difticoltà della inter-
pretazione che dipendeva dal testo oscuro e, in qualche stampa,
mancante (4) del verso 7.
D'altronde arbitraria è la parentela tra il sonetto e la can-
zone su menzionata, per la quale, seguendo il Sansovino e il
primo, ecc., p. 136; così nella ristampa del 1546 (p. 186), nella raccolta
del 1590 (p. 121), in quella del Baseggio (p. 289), ecc. Il sonetto è anonimo,
come tutti gli altri componimenti del codice, in R;.
(1) Anche nelle Rione scelte di Poeti ferraresi, Ferrara, Pomatelli, 1713,
p. 653; nella ristampa del Primo Ledro (1546, p. 196).
(2) Il raccoglitore è così coscienzioso che ha enumerate tutte le poesie
adespote e per qualcuna, della eni paternità non era sicuro, ne indica il nome
con un prudente dicono; v. la mia (Vota dibliografica.
(3) Vedi la Nota bibliografica. U, lo riporta adespoto (c. 219 a), dopo certe
ottave anonime, sotto la didascalia « Perugia a Papa Paolo »; il nome di
« Ms. Gregorio » messo sotto al sonetto o è il nome del trascrittore 0 è una
cervellotica indicazione.
(4) La diversità di lezione e la mancanza del v. 7 è notata dal copista
di B,; l'edizione del 52 manca di tutto il v. 7; le altre hanno solo Né può
da...; in generale la lezione è scorretta.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO ‘© 189
Turchi (1), nel « ginebro » della poesia si vide un’allusione ad
una donna di nome Ginevra, cantata pure nella canzone. I
due componimenti, ravvicinati, dai sostenitori d’un amore del-
l’Ariosto per una Ginevra, furono portati a sostegno della loro
opinione (2); da quelli invece che, negando cotesto amore 0
dubitandone, li hanno considerati strettamente connessi, sono
stati entrambi presi per dubbi (3), se non per apocrifi. Gli uni
e gli altri però non si sono avvisti che il ravvicinamento del
sonetto con la canzone è solamente casuale, per cui dalla falsa
attribuzione di questa non si deve dedurre il carattere apocrifo
di quello. Chè, o nei 14 versi si allude ad una Ginevra e allora
costei non ha nulla di comune, fuori del nome, con la donna
della canzone; la Ginevra ariostesca potrebbe essere anche la
Correggio che il Campanini asserisce essere stata una delle
sentili fiamme del poeta (4), mentre quella della canzone è di
sicuro una donna amata, e non celestialmente, da uno dei tanti
pretendenti alla paternità della poesia. Ovvero il sonetto, come
pensa il Salza, è un piccolo componimento « encomiastico, fatto
nelle solite formule di quel secolo »; e allora scompare con la
canzone anche la fortuita concordanza del nome (5).
Perchè simil le siano e de li artigli
(F, 23; Cp, 4; son. IV).
(1) Il Sansovino (Le Rime, ecc., Venezia, 1561) annota: « Dice che }a sua
«donna avea nome Ginevra, ed alcuni dicono che fu fiorentina e de’ Lapi,
«ed era vedova » : il Turchi (Le Rime, ece., Venezia, 1567): « Descrive tigu-
« ratamente con leggiadria il nome della donna amata da lui chiamata Gi-
« nevra... »j; anche il Fornari nella Vita dell'A. ha la stessa opinione; vedila
riferita nell’edizione dell'Orlandini (I, 5).
(2) IMustrazione popolare di Milano, XII, n. 5, p.115; A. De GurersatIS,
L. Ariosto, Roma, Loescher, 1905, pp. 144-46; PirazzoLi, nel nostro Gior-
nale, 48, 142-44.
(3) PoLipori, I, 473 n.; ediz. di Trieste (1858), p. 108.
(4) Nell'articolo Ariosto Innamorato, in Miscellanea Crocioni- Ruscelloni,
Reggio nell'Emilia, Notari, 1908, p. 24; per la Ginevra Rangoni, sposata a
Giangaleazzo da Correggio, e ricordata nel Furioso, XLVI, 3, v. Trraposcni,
Storia, VII, 67 n.
(5) Il Salza (Studi, 102-05) lo crede diretto a Ginevra Malatesta, escludendo
190 G. FATINI
Contro l'autenticità del sonetto, suftfragata da P,, sta la sola
voce del Ruscelli (1), raccolta dall’editore Orlandini e da altri (2).
per ì quali la poesia apparterrebbe all’aretino Bernardo Ac-
colti (3); il Molini poi (ediz. 1824, p. 727 n.) nel pubblicarla os-
serva che «è tanto studiata e di pensiero e di stile, che neppur
« noi la possiamo credere dell’Ariosto »; e il Polidori (I, 472 n.)
pet le stesse ragioni « volentieri l’abbandona » all’Unico Aretino.
Qual valore abbiano le parole del poligrafo Ruscelli di contro
alla esplicita ed unanime attribuzione si può rilevare pur dalla
semplice lettura del passo delle /:prese, ove si parla del so-
netto. Il Ruscelli, passando in rassegna i simboli rappresenta-
tivi delle /miprese, racconta come l’Accolti, innamoratosi d'una
signora che rispondeva assai freddamente al suo affetto, pren-
desse per insegna « un’Aquila, la quale a i figliuoli nel nido
« attige gli occhi verso il sole », accompagnandola con questi
versi: 3
Mai non si (sic) nutrisce il Corvo i figli nati,
se negra piuma in lor nascer nun vede,
nè l'Aquila, se al Sol non son restati,
i polli suvi esser suo’ figli crede;
che sia una poesia amorosa; non ammette però che nel < ginebro » si possa
vedere, come a noi pare, il simbolo della costanza e della fermezza. Eppure
questa interpretazione trova appoggio nei vari esempi del Boiardo, del Bembo,
di B. Tasso, di V. Colonna, della quale ecco tre versi opportunamente adatti
all’arsomento (Itimne di V. C., Venezia, Giolito, 1560, p. 66, canz. CXIII):
Quel bel Ginebro, ove d’intorno cinge
irato vento.
l'animo stabil mio Donna depinge.
(1) Dnprese di G. RusceLui, Venezia, Franceschi, 1583, pp. 339-42; U; lo
riporta adespoto, come il son. VII, ma confuso sotto la didascalia « Perugia
<a l’apa Paolo », che non può riferirsi se non alle ottave « Saggio, et almo
« sisnor, io son colei ».
(2) Ortanpini, I, 333; Barorri (1741), p. 728; Bortoti (1739 e 1759), ecc.
(3) È il famoso « Unico Aretino » dall’Ariosto cantato nel Furioso, XLVI,
10: vedine nel Cortegzino la bibliografia data dal Cran (pp. 503-04).
Luni aan reiezione ia | Cammina
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 191
però non stimo segni sì ’nfiamati,
se pria, Donna, non provo vostra fede,
perchè amor senza effetto è fonte asciutto,
nè mi può piacer l’arbor senza il frutto (1).
Il Ruscelli, trovando nell’ottava più di quel che era neces-
sirio a spiegare l'impresa, ove non si fa cenno del corvo, sog-
giunge che « parendoli (42 Acco/ti) che in effetto essendo nel-
«l'Impresa solamente le figure dell'Aquila, e non quella del
«Corvo, non si convenisse per sua dichiaratione nutricarvi i
«Corvi altram ente, fece questo Sonetto
« Ben che simili sieno e de gli artigli ».
Non par di sentire il Ruscelli che, tutto contento di aver tro-
vato fra le rime ariostesche la poesia che andava cercando per
la sua tesi nelle antologie liriche del tempo, fra sè e sè osserva:
— Qui si parla soltanto dell’aquila e non dei corvi; la corrispon-
denza tra l'impresa e il sonetto è esatta; perchè dunque la
Mesia non deve appartenere all’Accolti, anche se nei suoi versi
non si trova? — Ecco che il critico, non potendo nascondere la
Vera paternità del sonetto, a lui nota, memore forse del tratta-
Mento altre volte fatto al cantore d'Orlando (2), si appiglia al-
larzomento della meschinità artistica che gran favore incon-
trerà più tardi. Così infatti continua: « Il qual sonetto fu poi
«da alcuni tolto in fallo, come suol farsi molto spesso, e attri-
«buito a Lodovico Ariosto. Del quale chi non avesse altra cer-
«tezza per conoscer che non sia suo basterà pienamente lo
«stile, essendo questo Sonetto troppo diverso dall'altezza, che
‘quel divino scrittore ha mostrato ne gli etletti aver in colmo
n.
—_
(1) Questo strambotto, sotto il nome inesatto di Niccolò Accolti, trovasi
nella raccolta giolitina del 1550, Zerzo Libro a cura dell’Arrivabene, p. 13,
‘0 qualche variante e col primo verso non ipermetrico (Mai non nutrisce...).
1) Oltre al Boxcr, I, 36, al Tamara, 8-9, vedasi pure BarteraLpi, 218;
"llesattezza critica del R. dubita pure il Nalza (Studi, 87.88), che crede
datentico il sonetto; v. a pp. 241 cgg. quel che dice sul RL rassettatore del poema.
192 G. FATINI
« della Natura e dell’arte insieme » (1). Ma questo appellarsi
alla meschinità della poesia, come fa il Ruscelli e con lui il
Molini e il Polidori (2), per la quale assurdamente si vorrebbe
che da un genio, sia pure nel periodo di preparazione tanto più
lenta quanto più mirabile, sia pure in un momento d'ispirazione
poco felice, non debba sgorgare che oro di zecca, non basta a
risolvere la difficoltà dell’attribuzione: tanto meno nel caso pre-
sente, nel quale l’autorevole testimonianza dell’edizione prin-
cipe trova conferma in una stampa anteriore all'edizione cop-
pina (3) e nei tre autorevolissimi codici, F,, F, e P,, provenienti
da due fonti diverse; onde si ha pure la possibilità di ricostruire
un testo che, immune di quelle oscurità che erano nella lezione
tradizionale, rende il sonetto « e per fattura e per verità d'os-
« servazione e per arguzia, non indegno dell’Ariosto » (4).
O più che 1 giorno a me lucida e chiara
O ne' miei danni più che ’1 giorno chiara
Chi pensa quanto il bel disio d’ Amore
(F, 46, 50, 56; Cp, 51, 52, 60; cap. VIII, IX, XVIII.
Il primo dei tre componimenti può essere un esempio di quanto
cervellotiche possano talora essere le attribuzioni. Contro il com-
pilatore di R,, il quale l’ascrisse al Tansillo, indotto forse dalla
singolare contenenza a giudicarlo più degno dell'autore del Pe
(1) Imprese, p. 342; si noti che, se il R. avesse avuta qualche buona ra-
gione per dimostrare altrimenti le sue affermazioni, non l’avrebbe, certo,
trascurata.
(2) Anche il Carpecer, 28-29; il Teza (Propugn. N. S., I(1888), p. 430),
parlando incidentalmente del sonetto, lo riferisce senz'altro all’Accolti.
(3) Nel Promo libro della raccolta giolitina, p. 137; la cui prefazione, di
I... Domesieni, è del 1544; il sonetto è pure nella ristampa del 1546 (p. 136)
e nelle Zime scelte di Poeti ferraresi.
(4) Il verso 6 « Fa ch'esser l'altre sue non si presume » ricorda « Fa che
«con chiaro indizio si presume » del Fiwrioso, XLI,8. Quanto al significato
nulla vieta di credere la poesia del genere letterario delle imprese, di cui
TA. ha lasciato più d'un esempio; v. Sarza, 141 sgg.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 193
dere che del cantore d'Orlando, e contro l’asserzione di L,, im-
pugnata anche nel margine del ms. (1), ne affermano in coro la
paternità ariostea (2) un copioso gruppo di codici, F,, F,, F,,
N,, N,, N, P.,, A, B., D,, E,, I, S,, insieme con Ippolito,
Giulio Ferrarese e il Toscano coi loro vari opuscoli (3).
Del secondo, l’annotatore di D,, tratto in inganno da altre
poesie, crede, ma molto a malincuore, autore un oscurissimo
Tacca (4); ma non si è accorto che il Capitolo in contrario
— così è intitolato — è dello stesso autore del precedente ca-
pitolo, cioè del notissimo VIII, il quale pur dal compilatore del
codice è dato all’Ariosto.
Del terzo, solo di recente e forse per la mediocre fattura, ha
dubitato uno studioso (5); ma tanto questo quanto il secondo,
oltre che in F e Cp, si trovano in P.,.
O lieta piaggia, 0 solitaria valle
(F, 47; Cp, 54; cap. XII).
Questo componimento, pubblicato la prima volta nell'edizione
principe, ebbe varia fortuna; omesso dallo stesso Modanese
nella ristampa e però in quasi (6) tutte le edizioni del Cinque
e Seicento; ricomparso nella raccolta del Rolli, ma non in quella
(1) Al margine della pagina c’è scritto « Dell’Ariosto »; anche il Bandini
(Indice dei codici della Laurenziana, p. 143, col. 2) in nota richiama la pa-
ternità ariostea.
(2) Un gruppo di codici riporta la poesia adespota: così K, N,, 0;, R,.
(3) A questi è facile che se ne possano aggiungere altri, giacchè il capitolo ‘
ebbe una grande fortuna presso gli imitatori (v. SaLza, 6% sgg.) e presso i
raccoglitori lirici.
(4) Disperso tra le rime di un Baroncini lucchese, dopo la copia di esso,
trovasi questa nota: « Questo capitolo ancor che sia fra queste poesie del
Tacca (il Baroncini) inserto non è suo, e chiunque ha giuditio può conoscere
che non havrebbe fatto simil coglioneria ». Il cap. è adespoto in Ry.
(5) Barone, Un presunto madrigale di L. A. e « Le due cose belle » di
G. Leopardi nel nostro (Giornale, 55, 519 n.
(6) Eccetto cioè quelle che risalgono alla prima coppina (Varisco, 1558,
Pagan, 1558, Dalla Barba, 1559).
194 G. FATINI
dell’Orlandini (1), lo inserì nella sua il Barotti e, con lui, in
seguito la maggior parte degli editori.
Tra i mss. la poesia si trova in N,, N, 0,, $,, dei quali N,
la riporta senza nome, mentre una mano più recente ha segnato,
in margine alla pagina, il nome del « Sannazzaro » (2); 0, la
attribuisce, ma per un evidente errore del copista (3), a Giro-
lamo Verità; N,, S,, d’accordo con F e Cp, la danno all’Ariosto,
al quale la contende solo qualche edizione delle Rime sannaz-
zariane, che riferisce la poesia all’autore dell’Arcadia.
Occupandoci del son. VII e del cap. VIII (e per altri compo-
nimenti avremo in seguito la conferma) abbiamo visto quanta
esattezza e veridicità presenti il raccoglitore di N,, tanto meti-
coloso da tener distinte in piccoli gruppi le poesie spettanti ad
un solo autore (4); non lieve peso ha pure l’affermazione di S,,
che riporta il ternario con altre rime senza dubbio dell’Ariosto (3),
mentre la testimonianza di N,, posteriore alla compilazione del
codice e molto probabilmente derivante da qualche edizione del
(1) L’omissione dell’Orlandini, che raccolse quante poesie riuscì a trovare,
non si può spiegare se non con l’ammettere che non abbia conosciuto nè la
prima del Coppa, nè quella del Rolli; fu seguìto nella omissione dall’editore
Bortoli (1739, 1755).
(2) L'unico nome che compare nel codice, in gran parte adespoto, è quello
del Sannazzaro, ma tanto l’inchiostro che la mano sono di qualità e di epoca
posteriore al ms.
(3) Primo a rilevare, negandole ogni valore, l'attribuzione di 0,, fu il
BrocsxoLico (‘time inedite di G. Verità, in Studi di letterat. ital., VII, 99,
n.5). IV codice è quasi tutto dedicato al Sannazzaro; solo nella seconda parte
il compilatore raccoglie poesie « sanza ordine e sanza nome », e fra queste,
adespoto, anche il cap. VIII; dopo il quale viene il nostro (IX), l’unico che
porti il nome di G. Verità. Su questo rimatore v. V. Cian, Varietà poetiche
del 500, Messina, 1904, pp. 16 e sge.; Carcini, G. V. filosofo e poeta vero-
nese del sec. XVI, Verona, 1905 e il cit. BroexoLiso.
(4) Così si hanno gruppi di poesie di G. Muzzarello (ce. 1-7), del Bembo
(ce. 7-11), del Sannazzaro (c. 11 e sgg.) e, fra gli ultimi, dell’Ariosto (125 d,
Son, et Cap. di m. L. Ariosto); questa distinzione non è però mantenuta
costantemente.
(5) Su questo ms. che ha quattro componimenti indiscutibilmente ariostei,
v. la mia Nota bibliografica.
PER LE LIRICHE DI LUDUVICO ARIOSTO 195
Sannazzaro (1), ha un valore molto relativo, giacchè sarebbe
subordinata all'autorità di questa fonte, che è appunto la rac-
colta lirica del poeta napoletano, comparsa poco dopo la sua
morte, nel 1531, quando ancora viveva l’Ariosto (2). In essa
furono fatte, come dichiara l’editore, alcune aggiunte « dal suo
« proprio originale cavate nuovamente » e nella « giunta » fu
inserito il capitolo, che nella pubblicazione, curata l’anno in-
nanzi dallo stesso autore, manca (3).
Ora perchè, ci si domanda, il Sannazzaro avrebbe trascurata
una poesia che nel suo Canzoniere poteva fare bella mostra in-
sieme con le altre? Non è più probabile che lo Zoppino, attratto
dall’argomento e dalla parentela del capitolo con altre liriche
sannazzariane, s'inducesse a raccogliere nella nuova edizione
anche la poesia ariostesca, la quale o poteva fortuitamente tro-
varsi nei mss. dell'autore dell'Arcadia, oppure, andando come
altre sue sorelle dispersa (4) qua e là, era capitata nelle mani
del novello editore? (5). Il Sannazzaro, con le sue prose e poesie
arcadiche, aveva rimesso in voga il genere pastorale; egli era
il lodato maestro di quel mondo fittizio, così caro ai nostri poeti
(1) Si deduce dalla circostanza che le sole poesie intestate, sempre d’età
più recente, sono date al Sannazzaro; forse, qualcuno, su la scorta delle stampe,
vi pose il nome.
(2) Ztime di M. Jacopo Sannazaro, Nobile Napolitano, con la giunta
dul suo proprio originale cavata nuovamente, e con somma diligenza cor-
retta, e stampata. Per Niccolo d’Aristotele, detto Zoppino, Venezia, 1531:
dallo Zoppino le nuove poesie passarono in una edizione del 1532, s. n. e |,
pp. 50-51; poi nell’edizione fiorentina del 1533, fatta da B. Giunta, che fu
il primo a chiamarle Terza parte nuovamente agginuta... ai due libri di cui
è formata l'edizione del 15:30. °
(3) Sonetti e Canzoni Di M.JSacoho Sunnazaro Gentilhuomo Napolitano,
Roma, Antonio Blado, 1530; il Sannazzaro dedicò la raccolta a Cassandra
Marchese.
(4) Non è difficile che qualche poesia dell’A., che aveva molta stima del
poeta napoletano (Furioso, XLVI, 17), si trovasse fra le carte del Sannazzaro,
cui — ricordiamoci — fu attribuito dell'A. anche il cap. VIII.
(5) Si pensi che nel dicembre 1550, poco dopo la morte del Sannazzaro,
lo stesso Zoppino fece una edizione delle Ame, con un sonetto e due canzoni
in più che in quella procurata dallo stesso autore, ma senza il nostro capitolo.
196 G. FATINI
del Cinquecento, nel quale si rifugiavano volentieri per cantare,
in veste di pastori e al suon della zampogna, ciò che s’ illude-
vano di sentire. Il genere piacque e come ai maestri spesso si
attribuiscono a torto le opere dei seguaci — caso non raro nella
nostra storia letteraria, che ha l’esempio di Iacopone per le
laudi, del Giustiniani per le poesiole che da lui hanno preso il
nome, del Poliziano per le gentili e briose ballate — così forse,
e pare non una sola volta, è avvenuto anche al Sannazzaro (1).
Di tale opinione è appunto il Volpi, il primo degli editori delle
Opere volgari dello scrittore napoletano che abbia notata e
dichiarata illegittima la presenza della nostra poesia nelle edi-
zioni sannazzariane (2).
Del resto, fin dalla pubblicazione dello Zoppino, quando le
rime dell’Ariosto erano ancora inedite, correvano insistenti dubbî
su la « giunta » zoppiniana, che fu rifiutata dal Giolito nel ’33,
dagli eredi di Aldo nel "34, con un avviso « Alli lettori » per
giustificare l'esclusione dei nuovi componimenti, e poi ancora
dal Giolito, dal Sansovino, dal Dolce (3), ecc. Perciò la poca
attendibilità dello Zoppino, sospetto perfino agli editori delle
opere del Sannazzaro, non può seriamente infirmare il valore
di F, Cp, N e S,. |
E vero che un dubbio nasce dal fatto che il Modanese nella
ristampa del ’47 omise la poesia; ma la mancanza dipende o
dalla frettolosa compilazione (4) del Coppa, che in tal caso se
(1) Per questa ambìta paternità sannazzariana si può leggere un passo del
Cortegiano, libro II, XXXV.
(2) Le opere volgari di M.J.S., in Padova, 1723, presso G. Comino (con
prefaz. di G. A. VoLri), pp. 418-19, e pp. Lvii-LIx. Al Volpi deve avere attinto
il Barotti che nell’edizione del 1766, primo fra gli editori dell’A., notò che
falsamente « dal suo principio fino alla decima sesta terzina fu attribuita
a I Sa.
(3) Il Giolito la trascurò nelle ediz. sannazzariane del ‘43, 752, ‘59, ‘59;
il Sansovino nel ’61, il Dolce nell'81; per costoro v. la prefazione del Volpi
e Boxar, I, 255-056 e passim.
(4) Il Coppa, esaurita la prima edizione, per entrare, pare, nelle grazie di
Cosimo dei Medici, preparò frettolosamente la ristampa; v. p. 159.
__ cizmncezi iii ni ni
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 197
ne sarebbe dimenticato, oppure dai dubbi che, sorti in lui per
avere visto, nel frattempo, tra la prima e la seconda edizione,
il componimento nella raccolta zoppiniana, l'avrebbero spinto a
tralasciarlo; in questa ipotesi, il suo rifiuto, partendo dalla
stessa fonte infida dello Zoppino, non può avere per noi un peso
maggiore di quel che non abbia la « giunta » delle Rime del
Sannazzaro.
Non basta: il testo datoci da F e Cp è assai più lungo (vv. 109)
di quello che è nello Zoppino, in S,, N,, 0, (vv. 49). Delle due
lezioni, che dànno alla poesia anche un contenuto diverso, quale
dovrebbe appartenere al Sannazzaro ? Non la più lunga, perchè
nelle stampe di lui non conoscendosi che l’altra, si esclude
implicitamente, almeno per gli altri cinquanta versi, la pater-
nità sannazzariana; non la più breve, perchè si dovrebbe am-
mettere che l’Ariosto, avuto tra mano il ternario e innamora-
tosene, abbia sentito, come un poetastro qualsiasi, il bisogno di
continuarlo (1), sostituendo al tono e al contenuto pastorale il
soffio caldo e sensuale della sua anima. Invece, a parer nostro,
anche questa duplicità di testo conduce, sia pure indirettamente,
a confermare l’autenticità ariostesca; giacchè, mentre nel testo
di F e Cp non si scorge alcun indizio della doppia elaborazione,
nell'altro si avverte un brusco troncamento nella conclusione
anticipata e infelice (2), dovuto o al ms. imperfetto di cui si
servirono lo Zoppino e i raccoglitori di N,, $,, 0,, oppure al
capriccio di qualche pudibondo copista, che volle troncare il
(1) Anche il Volpi (p. 418) crede inverosimile « che l’A., poeta ingegnosis-
‘simo, e fecondissimo d’invenzioni, abbia voluto rubare alquanti versi al $.,
‘per comparire adorno dell’altrui penne ».
(2) Fin dai primi versi si notano trasposizioni e cambiamenti di parole;
dal v.22 al 30 le varianti proseguono più distinte, dal 31 al 45 crescono,
Închè coi vv. 46-49 il testo più breve rompe, anzichè dare, la conclusione
Îella poesia. Così, mentre al v. 22 il poeta avverte che e pria che del mio
«mal oltra ragioni — dirò chi io sia», il componimento si chiude appena
svenuta la presentazione del povero amante, che si dimentica di parlare del
Suo nale,
Giornale storico — Suppl. n° 232. 13
198 G. FATINI
capitolo là dove incominciava la parte più viva e affettuosa,
nella quale l’idillica vita dell’ Arcadia sì sarebbe trovata molto
a disagio. Ed è proprio la sensualità calda, via via, di verso in
verso, sempre più ardente, fra i baci, gli abbracci, le lotte amo-
rose, le minacce, gli abbandoni, che svela maggiormente l’ìim-
pronta di messer Ludovico: frasi, espressioni, colorito, concetti
che rivelano un nesso spirituale tra questo capitolo e l’altro più
noto (cap. VIII), tra questi e il Fei0so, in modo che non si
può seriamente parlare di concomitanze casuali, tanta intimità
fra i capitoli e il poema non potendo scaturire che da una stessa
fonte, l’anima di messer Ludovico (1).
Spirto gentil che sei nel terzo giro
Giorno a me sol più che la Notte oscuro
(F, 2,33; canz. IV, son. XXX}.
Di questi due componimenti che non hanno riscontro in Cp, il
primo comparve nelle edizioni ariostesche con l’Orlandini (II,361),
il quale avvertiva però che « si trova attribuito in alcuni libri
«a V. Colonna ». E infatti, con molte varianti e senza il com-
miato, già da tempo veniva stampato fra le rime della Marche-
sana di Pescara (2), che se ne credeva l’autrice, anche perchè,
considerata la poesia, dai più, come scritta in morte del marito,
pareva inconcepibile che una poetessa quale la Pescara avesse
sentito il bisogno di affidare ad altri, fosse pure un Ariosto,
l’affettuoso e mesto incarico. Quei pochi che la credevano an-
cora di messer Ludovico, per giustificare la presenza della poesia
tra le rime della Colonna, ricorrevano alla leggenda che egli
l'avesse composta in nome della grande scrittrice (3).
(1) Vedi su questi raffronti il mio art. Per un’edizione critica, pp. 29-32
e Sanza, 59-61.
(2) Per es., Kime della s. Vittoria Colonna, Marchesana Illustrissima di
Pescara, di nuovo ricorrette, per M. Lonovico Dotce, In Vinegia, Appresso
Gabriel Giolito de’ Ferrari, MDLX, pp. 65-74.
(3) Così il Barotti nell’ediz. del 1741 (IV, 753-54), il Bortoli (1739, 1755),
il Pezzana (1776), il Molini (1822 e 1824), ecc.; il Barotti nell’ediz. del 1766
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 199
Ma fin dal Cinquecento si vociferava che ne fosse autore
l'Ariosto e che altra fosse la persona compianta. Il Corso, nel
commento alle liriche della Pescara, toccando della canzone,
ricorda di aver sentito « dire ad alcuni, ch’egli non è stato frutto
« della divina V. N., ma di M. Lodovico Ariosto, ìl quale a’ preghi
«d'una Gentildonna Romana, a cui il marito era morto, la com-
« pose. Io, come che sia, perchè la truovo fra gli altri compo-
«nimenti della divina V. mescolata, e parmi assai conforme, e
«allo stile, e al soggetto suo, mi sono deliberato più tosto dare
«a leggere cosa, la quale quantunque di V. non sia, nondimeno
«sia bella, che tacerla; essendo di V. lascio stare, di quanto
«grido sia l’A. fra i novelli scrittori » (1). Il Corso, la cui testi-
monianza è d’una certa gravità perchè la sua parola è rivolta
alle nipoti della Colonna, propende per l’Ariosto.
E non a torto, perchè a lui la riferiscono il Giaccarello nella
Parte quarta delle Rime (pp. 280-84), uscita nel 1551 — dalla
quale parrebbe averla ricavata l’Orlandini (2) —, F, B,e 0,.
Quest'ultimo, anzi, accompagnandola con questa didascalia:
«Del Ariosto in la morte del Magn.°° Giuliano in persona di
«sua consorte (Canzone p.ì, la 2.3 è stampata) », ci dà modo di
cogliere la giusta interpretazione della poesia, eliminando così
quel legame apparente che la metteva in relazione con la Colonna.
E chiaro che con la seconda canzone l’annotatore allude, come
altri (3) osservò, alla canz. V (F, 1, Cp, 33), composta appunto
si corresse in parte, accennando alle varie lezioni e tentando di trovare fra
i Colonna, Fabricio, Marc'Antonio e Pompeo il capitano cui più si addicesse
‘pp. 138-39).
(1) Tutte le Rime della Illustriss. Et eccellentiss. Signora Vittoria Co-
lorna... Con V Esposizione del Signor RisaLpo Corso, In Venetia, per Gio-
van Battista et Melchior Sessa fratelli, 1568, p. 350.
(2) Diciamo parrebbe, perchè tra il testo del Giaccarello e quello dell’Or-
landini c'è qualche diversità, che però potrebbe dipendere dall’avere l’Orlandini
tenuta presente la lezione di qualche stampa delle rime della Colonna.
(3) MancHISI, Dell’autenticità di una canzone dell'A. e della persona per
cui fu scritta, Città di Castello, 1916; articolo già comparso in Itassegna
ent. d. letter. ital., III, 1898; vi sono rilevate le varianti di 0, e pubblicate
le due canzoni (IV, V).
200 G. FATINI
dall’Ariosto in occasione della morte di Giuliano dei Medici;
per la stessa funerea occasione egli dettò Spirtfo gentil, che
sarebbe la prima. |
A questa interpretazione non s'’oppongono le parole del Corso,
allusive ad « una gentildonna romana »; chè Giuliano, divenuto
per opera di Leone X, nel 1513, patrizio romano e nominato
capo dell’esercito pontificio, in mezzo all’esultanza dei cortigiani,
che celebravano in lui il vero campione di Roma, emulo nella
gloria e nelle imprese degli antichi cittadini dell’ Urbe (1), po-
teva essere tenuto dal poeta come dai contemporanei per cit-
tadino autentico di Roma; onde in parte s’addiceva anche alla
moglie Filiberta di Savoia il titolo di gentildonna romana (2).
Fra le due canzoni poi v'è, come ha rilevato il Manchisi (3),
una correlazione intima, perchè alle affettuose parole che il
poeta fa rivolgere dal marito alla vedova nella prima, rispon-
dono quelle, improntate a non minore affetto, che la vedova
dirige a Giuliano nella seconda; per questo forse l’amanuense
o il raccoglitore di F volle che l’una seguisse immediatamente
all'altra.
L’altro componimento, il son. XXX, che è riportato da F, e F,,
trae conferma alla sua autenticità dal valore indiscutibile della
(1) Vedi Le feste pel conferimento del patriziato romano a Giuliano e
Lorenzo der Medici narrate da Puolo Palliolo fanese (Scelta di curiosità
letter., disp. 206), Bologna, Romagnoli, 1885; vedi pure Giornale, 7, 269-70.
I concetti espressi dalle ultime due strofe rispondono in realtà a quella specie
di fanatismo mediceo, da cui furono presi i Romani, e non essi soli, per Giu-
liano e Lorenzo, mentre Leone X era nel fulgore della sua potenza. Su Giu-
liano v. V. Cian, Musa Medicea: Di Giuliano di Lorenzo dei Medici, To
rino, 1895 e nel commento al Cortegiano, pp. 521-22.
(2) Per questa espressione e per l'intonazione delle ultime due strofe
(vv. 91-120), P. E. Visconti (Le rame di V. C. corrette sui testi a penna, ecc,
Roma, 1840, p. xx), prima ancora che fosse noto il codice 0,, negò l’appar-
tenenza della poesia alla C.
(3) Dell’autenticità, ecc., pp. 9-13; al Manchisi, cui spettano alcune delle
mie osservazioni, sono sfuggiti B,, il Giaccarello e E,, del sec. XVI, che a
c. 60 riporta senza nome, come tutti gli altri componimenti, la canzone, indi-
cata come « Terzia » del gruppo.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 201
sua fonte, che, oltre alla presente, comprende 56 poesie, tutte
appartenenti all’Ariosto.
Qualche sospetto, a prima vista, può sorgere da F,, ove il
sonetto è trascritto in un foglio mal numerato; ma la spiega-
zione di questa errata numerazione ci par tanto facile (1) che
non vale la pena di soffermarcisi più a lungo, anche per rispetto
alla testimonianza di F,, che non presenta l'errore. Pur l’argo-
mento suffraga la paternità ariostesca (2); chè, se non erriamo,
l' «acerbo e duro mal » pianto dal poeta perchè atlligge la sua
donna, è quello stesso, forse, che offre all’Ariosto affettuosa ispi-
razione di dolore nel cap. XVII; anzi nei due codici ferraresi
il sonetto s'accompagna ai tre sonn. XXVHI, XXVII, XXIX, nei
quali il poeta piange i capelli tagliati alla sua -donna malata.
(11 Vedi Per un'edizione critica, pp. 35-37 e indietro p. 177, n. 1.
(2) Il primo verso ricorda il primo dei capitoli VIII, IX, la parola atturo
del v. 4 ci ricorda l’atturar del Furioso, XXXIII, 121, XLV, 75, del cap. XII,
vr. 62; come l’ingano del v. 11, richiesto dalla rima, ricorda l’inganan del
Furioso, XLII, 74, che però nelle edizioni del 16 e 21 è ingannan, e Vl /ngan
dell’egloga I (v. 120). Anche in F,, 51, v. 36 si ha inganar. Qualcuno po-
trebbe: domandare se l’omissione fatta dal Barotti nelle edizioni da lui curate
non significhi che il critico ferrarese dubitasse dell’autenticità della poesiola.
Non lo escludiamo; ma l’omissione ci pare spiegabile per altro motivo. Il
Barotti, preparando l'edizione del 1766, collazionava il ms. con una stampa
del 1741, sui fogli della quale faceva via via le sue correzioni {v. Nota biblio-
grafica, cod. Ferr. F,) quando i mutamenti non erano troppo profondi; chè
in tal caso ricopriva il testo stampato con un foglio ms. su cui riportava la
Foesia o parte di essa. Dopo la collazione d’un componimento, si curava di
porre a lato di esso, sul codice, un segno col lapis o con la penna; così pro-
cedendo secondo l'ordine della stampa, alla fine del lavoro, si trovò ad avere
esaminate soltanto le poesie che erano nella stampa che gli serviva di guida.
Per questo al margine del sonetto non c'è alcun segno, come invece avviene
per gli altri. A compimento dell’esame di F, dall’Indice di F, si avvide della
presenza del sonetto, ma o pensando che mancasse nel ms. come altri due
indicati nell’Indice (n. 44, 58) 0 per eccessivo scrupolo o per dimenticanza, non
lo pubblicò, per quanto nell’edizione del 1766 avesse annunziato delle norità
che si riducono solo ad alcune ottave. Del resto, il Barotti tanto nel 1741
quanto nel 1766 si servì con una certa fretta di F; tanto è vero che erro-
neamente dà come mancante nei codici il son. VIIT, perchè nell’indice il suo
capoverso s’iniziava con un Del nuo..., mentre nella stampa è con Nel mio...
202 G. FATINI
Del gruppo coppino non hanno riscontro in F otto componi-
menti; la quale mancanza, come non può stupire chi ponga
mente alla dispersione delle rime ariostesche, così a chi valuti
equamente Cp non può, senza il sostegno di altri elementi,
offrire motivo di dubbio su l’autenticità di essi. Perciò, come
non abbiamo esitato, per le ragioni addotte, di escludere dal
patrimonio lirico dell’Ariosto la canzone trissiniana (1)
Amor da che ’l ti piace
(Cp, 34; canz. I°),
così non possiamo non comprendervi gli altri componimenti,
contro la paternità dei quali non ci paiono validi i motivi di
dubbio addotti.
Intanto sul son. XI (Cp, 15)
Benchè il martir sia periglioso e grave
e sul primo frammento in ottave (I-II, Cp, 63)
La gentil donna che da questa figlia,
riportati in tutte le edizioni, nessuno ha mai messo innanzi dei
dubbi; anzi le 84 ottave vennero alla luce nel 1546, oltre che
in Cp, nello stesso Or/ando Furioso, per opera del Giolito, ìl
quale dichiarava di dare a leggere « ottanta e più stanze » del-
l’Ariosto, « le quali stanze habbiamo havute dal Nobile e virtuoso
« M. Virginio suo figliuolo insieme con alcune cose sue » (2);
n
(1) Vedi pp. 156-58.
(2) Orlando Furioso di M. Ludovico Ariosto, ecc. Con gratia et Privi-
legio. In Vinegia appresso Gabriel Giolito de Ferrari, MDXLVI, p. 259-64:
« Stanze di M. Lodovico Ariosto nelle quali seguitando al canto la materia
«del Furioso, si descrive la rotina di Roma et d’Italia da tempi di Costan-
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 203
alcune di esse sono riprodotte in un foglio di A,, che è, a quanto
pare (1), autografo. Si tratta delle prime 20 ottave del fram-
mento, cui seguono le 76-81 e 97-109 del canto XXXII, tutte
accompagnate da cancellature e correzioni marginali e interli-
neari, onde è lecito inferire che rappresentino una stesura an-
teriore a quella definitiva data dal testo e forse un primo ab-
bozzo dell'episodio di Ullania quale appare nel frammento rifiutato.
Da queste carte, su una delle quali (c. 283 a) si legge questa
nota interessante: « Questo foglio scrisse de propria mano quella
« felice memoria di m. Lodoxico Ariosto nel tempo ch'egli com-
«ponea il suo Furioso e fu donato a me Cornelio Pigna in Fer-
«rara dal m.° n. Agostino Mosti », si ricava che il cosiddetto
Primo Framinento è costituito, come sospettò il Pirazzoli, di
due o più gruppi d'ottave, uno dei quali (le prime 20) è stato
poi dal Coppa e dal Giolito aggregato ad altri gruppi per for-
mare le Slanze su la storia d’Italia (2).
Per i due sonetti (V, XXXII, Cp, 5, 40)
Felice stella sotto ch’il sol nacque
Lasso, $ miei giorni lieti e le tranquille
«tino per insino alla nostra età ». .Su questa edizione v. Boxer, I, 126,
14445. A queste ottave, riportate da tutte le edizioni — eccettuate alcune
del 700, Lambert, Merigot, ecc. — potrebbe riferirsi un privilegio del 1544,
sul quale v. il mio ZErbolato, p. 5, n. 4, e qui a p. 155, n. 1; e forse l’accenno
contenuto nella istanza degli eredi Ariosti diretta al Senato Veneziano
nel 1535 (v. p. 138). Il Ruscelli poi asserisce di aver visto le « stanze su la
storia d’Italia » tra le carte di Galasso Ariosti; v. SaLza, 241 sgg. e G. Lisro,
Note ariostesche, in Atti del Congresso internaz. di scienze storiche, Roma,
1904, IV, p. 147, ove però con eccessivo riserbo il L. scrive che le ottave
sono « assai probabilmente dell’A. ».
(1) Vedi in Nota bibliografica il ms. Ax, il cui sesto fascicolo comprende
Versi dell’Ariosto copiati da un originale del Pigna.
(2) Tra la fine della ottava 20 e le seguenti c'è un brusco distacco di pen-
siero che fa pensare ad una fortuita riunione dei due gruppi; tra la 21 e la 84
invece il pensiero corre filato. Il PirazzoLi (nel nostro Giornale, 45, 317-18)
avvertì il distacco e congetturò che le prime 20 ottave rappresentino un ab-
bozzo « abbandonato sul nascere », le altre un secondo abbozzo « condotto un
‘buon tratto innanzi e lasciato pur esso da parte ».
204 G. FATINI
e la canzone (II, Cp, 23)
Quante fiate t0 miro
i dubbi, di data recente, muovono solo dalla fattura poco felice
e dalla lezione, in più punti, oscura, quando essi non si deb-
bano al gusto schifiltoso di qualche critico, come nel caso della
canzone.
La quale, mancando nei mss. ferraresi, suggerì al Barotti, fin
dal 1741, questa curiosa avvertenza: « Ad alcuni non sembra
« piena di quello spirito e fantasia, di cui abbondano le altre
« Canzoni dell’Ariosto; laonde a giudizio di essi non è lavoro
« di lui » (IV, 732). Chi siano questi censori non sappiamo; forse
non lo sapeva neppure il Barotti, che anche nel 1766 ripete lo
stesso concetto. Certo per queste parole solamente il Polidori,
seguito dall’editore di Trieste (1858) e dal Soffici (Lanciano, 1911),
ha messo la poesia fra le dubbie (I, 463 n.); ma senza ragione,
perchè, a parte la nebulosa critica del Barotti, che naturalmente
non poteva trovare in essa lo stesso spiri/o e la stessa funtasia
delle altre canzoni, di diverso argomento, a parte anche il testo
più chiaro che dalle stampe e da R, (1) si può ricavare, ne
assicurano la legittima attribuzione la raccolta del Giaccarello,
che sì dimostra veritiera anche per altre poesie dell’Ariosto, e
quella giolitina del ’53 (2), provenienti da diversa fonte, ma
ambedue col nome di messer Ludovico.
Anche sul son. XXXII il Barotti, a causa della sua imperfe-
zione « specialmente nel 7 e 8 verso », osservò nella edizione
del 1766 che « non sarebbegli parso di mal giudizio chi nol te-
« nesse dell’Ariosto »; per cui, il Polidori, pur considerandolo
« gagliardo di stile e tessuto di nobili concetti, ma sconnessi
(1) La canzone è adespota e anepigrammatica, come tutti gli altri com-
ponim. del codice, compresi quelli dell’Ariosto; la presenza in Ry di altre
poesie sicuramente ariostesche può essere una lieve riprova dell’autenticità
della canzone.
(2) Parte prima delle Rime scelte, ecc., Venezia, Giolito, 1553, p. 121.
PER LK LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 205
«alquanto, e poco chiaramente espressi, forse per difetto di
« lima », e pur trovando nel giudizio del Barotti « troppo rigore »,
lo escluse dal gruppo genuino delle rime ariostee (1).
E difficile, per mancanza di mss., presentare il sonetto in una
lezione più chiara; ma. anche nel testo lasciato dalle comuni
edizioni, corretto un po’ nella capricciosa punteggiatura (2), esso
riesce discretamente intelligibile, senza che si sollevi dalle bas-
sure della imitazione petrarchesca, donde pullulano, come male
erbe, tanti freddi Lasso... (3). :
Alla stessa merce avariata appartiene pur l’altro sonetto, che,
risparmiato dai dubbì del Barotti, cadde però sotto quelli del
Polidori, che vi desidera « maggiore chiarezza ». Eppure esso
vale quanto altre poesie insospettate e insospettabili dello stesso
Ariosto, il quale, scaldandosi artificiosamente per gareggiare
col dolce cantore di Laura, ha voluto stemperare trite imagini
e concettuzzi lambiccati in 14 versi, per non restare indietro a
(1) PoLipori, I, 474; il Molini (1824, p. 729) per questa poca chiarezza
lo riferisce alla gioventù dell’A.; il Soffici par che dubiti della sua autenticità.
(2) Le due quartine sono sufficientemente chiare quando s'intenda dipen-
dente e retto dal Come del v.5 il v.7 Son volti a stato (Come sono cam-
biati di condizione!); la prima terzina, nel primo verso della quale alla lezione
comune 0 mai al merto, accompagnata dall’altra 0 non al merto, è bene
sostituire o maî, no, al merto, conciliando così le due varianti senza otten-
dere la metrica, ha il compimento del concetto nel v. 1 della seguente terzina:
Come beato e miser fate altrui!; perciò il v. 11 che si chiude generalmente
con un punto e virgola, vuole una sola pausa: in tal caso VE del v. 15 ha
valore rafforzativo, come se si dicesse: « Voi, cupidigia e libertà, fate beati
«e miseri gli uomini; ecco che l’una è morte dell’altra... Perchè, dunque, io
* piangendo penso a quel che fui? Non lo sapevo forse? ». Accolta questa
interpretazione, l’argomento può avere aftinità col son. XIX e cap. V, cioè
può essere ispirato al poeta da una forzata lontananza «dalla sua donna, per
seguire Ippolito o disimpegnare qualche utticio; perciò non è necessario riferire
la poesia alla gioventù dell'A. come pensa il Molini, nè interpretarla col
Sansovino come un semplice lamento per servitù amorosa: più conforme al
vero può essere invece l’interpretazione data dal Turchi (ediz. Orlan. II, 365),
(3) Molte liriche dei petrarchisti prendono le mosse dal Canzoniere, CCIII
(Lasso, ch'i’ ardo, et altri non me crede), CCXXXV, CI, CIX, ecc.
206 G. FATINI
tanti altri poeti, anche di grido, come il Bembo (1), il Bro-
cardo (2), il Tansillo, autori anch'essi di simili componimenti.
Si legga il seguente sonetto del Tansillo (8):
Felice l’alma, che per voi respira,
porta di perle, e di rubini ardenti,
e gli onesti sospiri e i dolci accenti,
che per sentir sì dolce Amor ritira.
Felice l’aura, che soave spira
per sì fiorita valle, e l’aria e i venti
veste d’odor; felici i bei concenti
che suonan dentro, e fuor tolgono ogn'’ira.
Felice il bel tacer, che s’imprigiona
entro a sì belle mura, e ’1 dolce riso
che di sì ricche gemme s’incorona.
Ma più felice me, che intento e fiso
al bel che splende, a l'armonia, che suona,
gli orecchi ho in cielo, e gli occhi in paradiso.
Come in questa, e in altre consimili, così nel sonetto del-
l'Ariosto la poca chiarezza è frutto dell’artificio che ha preso
il posto alla sincerità, delle freddure, delle contorsioni d’anti-
tesi che vorrebbero sostituire il calore, il sentimento. All’Ariosto
poi è capitato di peggio, perchè il testo del sonetto dal Moda-
nese forse malamente riprodotto, a cagione della poca intelligi-
(1) Vedi i ternarì Dolce mal, dolce guerra e dolce inganno; Amore è,
Donne care, amaro e fello, ecc., per il loro tono e contenuto di centone
petrarchesco, che il gran dittatore della lingua non rifiutò di comporre; il
Ruscelli, riferisce il Seghezzi (Opere di P. B., Bergamo, 1753, pp. 288-89),
afferma che il B. compose dei centoni con versi del Petrarca.
(2) Vedi il son. Felice carta, che felicemente in Dom. VitaLianI, Ant. Bro-
cardo, Lunigo, 1902, p. 115.
(3) Nei Ziori del Ruscelli, p. 486, e nella Raccolta di rime napoletane,
1555, p. 23. Volendo spigolare nei canzonieri del Cinquecento, ben ricca messe
di poesie potremmo raccogliere che pedissequamente si svolgono su la falsariga
del Canzoniere, LXI (Benedetto sia "1 giorno e ’l mese e l’anno), da cui
deriva il sonetto dell'A. |
PRR LK LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 207
bilità del ms., per opera dei successivi editori ha subito capric-
ciose correzioni, 0, se vogliamo, scorrezioni (1). Senza questo
peggioramento e con qualche lieve modificazione alla lezione
coppina, la poesia, che non ha la pretesa d’essere un gioiello
d’arte, potrà, con altre dello stesso valore, mostrare che anche
messer Ludovico, più d’una volta, non si rifiutò al petrarchismo
imperante.
Più gravi invece appaiono i dubbî sui due madrigali (VIII,
IX, Cp, 43, 44)
La bella donna mia d'un sì bel foco
Occhi, non vi accorgete
entrambi contesi all’Ariosto da un gentile rimatore cremasco,
Niccolò Amanio (2), uno dei tanti amici che attesero, festosi, il
ritorno del cantore d'Orlando dal suo fantasioso viaggio per il
mondo cavalleresco (Furioso, XLVI, 16).
(1) Una forma, se non perfetta, un po’ più intelligibile si può dare al su-
netto, modificando leggermente la lezione tradizionale. Il Turchi avverte che
VA. « celebra per felici quei luoghi dove nacque ed abita il suo Sole: cioè
« la sua donna»; con qualche cambiamento nel testo, si può ricavare il senso
seguente: « Felice stella, sotto la quale (sotto ch'i!) nacque la donna (s0/) che
« (chi= che, come in Furioso, XXXV, 80,2; XXXVII, 5, 2) m'accese, ecec.;
« felice la casa (chiostro), ove il primo nido (culla, dimora) in cui nascendo
« giacque, ricevè i bei raggi del suo splendore...» [Con una virgola dopo prese,
si avrebbe una spiegazione non bella, cioè « Felice la casa in cui il sole (la .
« donna) prese i bei raggi (di chi?), felice il primo nido, ecc.]. E continuando.
« Felice quel primo nutrimento vitale (quell'iomor) che ebbe, felice il petto
« onde discese quel nutrimento, cioè felice la madre che la allattò: felice poi
« la terra ove ella mosse i primi passi, con lo sguardo inebriò di gioia tutto
«il creato (il fuoco, ecc.). Felice la patria che, superba di tanta bellezza
« (lui = sole), assurge tant’alto da contendere con l’India e col cielo; anzi
« più felice della stessa donna che custodisce questo sole (parto che Zo serba).
« Ma beato chi prende vita da questo sole (da quel), o nel suo splendore, ciuè
« nel suo sguardo rende meno amara la morte (disacerdba), poichè l’uno (prender
« vita) giova molto e l’altro (morire) è di poco danno ». Per il verbo disacer-
bare v. Furioso, XIII, 32 e PetRARCA, Canzoniere, XXIII, 4.
(2) Sul’Amanio v. MazzucueLti, Scrittori, 575-76; Crescimeni, Zstoria, 80 ;
Fini, Scielta degli uomini di pregio usciti di Crema, Crema, 1711, pp.166 e 184.
208 G. FATINI
Il secondo, mancante nei codici, comparve nel Primo libro
della raccolta giolitina del ’45 (p. 41), con esplicita attribuzione
all’Amanio; il primo (1) con lo stesso nome è trascritto in N,,
N,, U,, tutti del secolo XVI. Il valore delle antologie liriche
che per i tipi giolitini si pubblicarono nel Cinquecento è. in
genere, assai discutibile, mirandosi con esse più allo smercio
che alla esattezza; ma in modo speciale è pieno di inesat-
tezze il primo volume, tanto che la ristampa fattane l’anno
appresso ebbe numerose correzioni (2), dalle quali, se non
altro, risaltano la fretta e la poca serietà del raccoglitore, il
Domenichi.
Di N, avemmo già occasione di rilevare le cervellotiche attri-
buzioni in cui è caduto il copista (3), accanto a gravi inesat-
tezze e a insufficiente conoscenza delle liriche copiate. Non vale
di più N;, ove le cancellature di nomi con le relative sostitu-
zioni sì susseguono con tanta frequenza che sorge spontanea la
domanda se il compilatore non abbia messo insieme questo co-
pioso gruppo lirico senza alcuna preparazione, ma disposto a
dare un nome a casaccio, per correggersi magari subito (4). D'al-
tronde, i due codici non acquistano maggiore autorità dal tro-
varsi d’accordo nel riferire all’Amanio il madrigale, giacchè,
come si ricava dalla lezione, diversa da Cp, ma uguale nell’uno
(1) Nelle raccolte del tempo non siamo riusciti a trovarlo; è invece nel
Truceni, Poesie inedite di dugento autori, II, p. 158, la cui fonte è ap-
punto N.
‘ (2) Vedi Bonel, I, 88-89; 114 sgg.; 118-19, ove il Bongi riporta dallo Zeno
alcune delle tante divergenze fra le due stampe e indica qualcuno dei nomi
sostituiti nell’ediz. 46 a quelli già comparsi nel ’45.
(3) Vedi p. 186.
(4) Per es.: a c. 15 al nome del Barignani, al quale era stato assegnato
un sonetto, viene sostituito il nome di Tepol:; a c. 2d allo stesso Barignani
il nome di Francesco Guidetti fiorentino; a c. 50b il nome dell’Amanzio è
cancellato ma non sostituito; a c. 535 il nome del Sannazzaro subentra a
quello dell’Amanio, cancellato, il quale parimente cede il posto a c. 67 al-
l'Aurispa, a c. 700 a Carlo Agnello, mentre a 110 Sannazzaro è cancellato
per Bonaccorso da Montemagno, ecc.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 209
e nell’altro, discendono, almeno per la nostra poesiola, da una
fonte comune, o forse l’uno è copia dell’altro (1).
Un giudizio più favorevole non si può dare neppure sul com-
pilatore di U,, che si dimostra molto confuso e incerto; per es.,
oltre il madrigale in questione (c. 622), esso riporta una « Can-
«zone di Nicolò Amanio », la quale non è se non il madrigale
stesso, fuso e confuso, perciò, con altri versi formanti altri com-
ponimenti; uno di questi, che il copista darebbe all'Amanio, è
il son. JII?, di indubbia appartenenza al Molza. Il madrigale, poi,
« Veramente, Madonna, in me l’ardore » parrebbe dato al Molza,
mentre è del Barignano; sotto la didascalia « Perugia a Papa
Paolo » si trovano le ottave « Saggio, et almo signore, io son
colei » e di seguito i due sonetti dell’Ariosto (VII, IV, Cp, 7, 4),
che nell’intenzione del raccoglitore dovrebbero forse assegnarsi
all'autore medesimo delle ottave (2), che potrebbe anche essere
quel « M.* Gregorio », indicato in una nota posta sotto il son. VII;
ma tanto questo quanto l’altro sonetto appartengono a messer
Ludovico.
A dubitare inoltre dell’affermazione dei tre codici ci consiglia
anche il sapere che all’Amanio, autore di molte graziose ballate,
che occupano un bel posto nella lirica italiana del Cinquecento,
per quanto le più siano disperse nelle raccolte a mano e a stampa
del tempo, si attribuivano con facilità questi gentili componi-
menti, nei quali ì raccoglitori credevano di ritrovare più del-
l'Amanio che dell’Ariosto. Perciò non esitiamo a prestar maggior
fede alla voce autorevole di Cp che non a quella di frettolosi
e inesatti compilatori (3).
(1) Così riso (Cp v. 2) è cambiato, senza senso, in mondo; è sì come n'ap-
pare (v. 13) diventa è come n’apparisce; l'onda tranquilla (v. 15) onde (!)
tranquilla, ecc.
(2) Vedi MazzatintI-SoRBELLI, Inventari, XXI, pp. 9 sgg., 15, 16 e Nota
bibliografica. Nel codice vi sono anche certe ottave pseudoariostesche della
Principessa di Bisignano, che L. Frati pubblicò in questo Giorn., 59, 422-233,
enza avvedersi che in questo stesso Giornale, 65, erano state pubblicate da
me, di su un libercolo (estr., pp. 21-22).
13) Il BroaxoLico (Rassegna critica della letterat. ital., XVII, 1-8) ricorda
210 G. FATINI
Nell’ediz. Orlandini, oltre la canz. Spiro gentil, di cui già
facemmo parola (1), comparvero sei componimenti, cioè:
Se senza fin son le cagion ch'io v'ams
Quel fervente desio, quel vero ardore
Poich'io non posso con mia man toccarte
Lasso che bramo più, che più vogl'io
Lasso, come potrò chiudere in versi
Rapido Po, che con le torbid’onde
(son. XXXIII, cap. XX, cap. XXI, cap. XXII, cap. I!, canz. I‘).
Il sonetto, per quanto l’editore non lo dica, fu preso dal Libro
secondo della raccolta giolitina (p. 47), uscito nel 1547, come
rilevò il Barotti nella edizione del 1766. Per la mancanza di
ogni contestazione da parte di altri autori e di ogni dubbio
di editori e critici, lo aceogliamo senza esitare tra le rime del-
l’Ariosto, anche per una certa relazione con altre poesie (vedi,
ad es., i sonn. XII, XXV). D'altronde, non può sembrare strano
che manchi conferma della sua autenticità in Cp o nei mss. (2),
perché il Modanese ebbe solo un gruppo, e poco copioso, della
lirica ariostesca e i raccoglitori dei codici trascrivevano soltanto
quelle poesie che capitavano loro nelle mani o che avevano un
particolare interesse per la scelta.
i due madrigali come attribuiti all’Amanio; il Baroxe (Giornale, 56, 309,
considera apocrito il primo, riportandosi al PirazzoLi (Giornale, 48, 135),
il quale però non ne fa menzione; il Bertoxi, che non è molto propenso a
dare all’A. molte delle poesie che gli vengono attribuite (Orl. Fur. e la
Kmascenza, pp. 309-10), considera il I° madrigale con altre liriche « degno
« preludio alle bellezze di che è costellato il poema » (p. 40).
(1) V. pp. 198-200.
(2) Tra le raccolte solo il volume giolitino con le ristampe porta il sonetto;
la fonte, a dire il vero, non è molto autorevole (v. p. 185, n. 8), ma la ripe-
tizione del nome dell’A. nelle ristampe può costituire un elemento di conferma.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 211
Sul due capitoli XX, XXI, che sono il quinto e il sesto della
raccoltina messa insieme, nel 1537, da Ippolito Ferrarese, mosse
dei dubbì il Barotti (1), che sospettò perfino dell’esistenza del-
l'oscuro raccoglitore, cui regala il titolo di buffone impostore (2);
ebbe anche l’idea di cancellarli dall'edizione del 1766, ma essa
fu attuata solo più tardi dal Molini, il quale, dopo averli rac-
colti nella stampa del 1822, « da forti ragioni convinto — di-
chiara nella prefazione — non essere i medesimi opera del-
l'Ariosto », li omise nella edizione del 1824.
Quale peso hanno le osservazioni del Barotti, cui si riportano
il Molini e il Polidori (I, 444 n.) |
Intanto, che il Ferrarese non meriti tutto il disprezzo con cui
lo presenta il Barotti fu dimostrato da V. Rossi (3), il quale
raccolse interessanti notizie su questo improvvisatore, poeta e
cantastorie celebre, che non si contentò di dare al pubblico rime
dell’Ariosto, ma se ne fece anche imitatore e temerario conti-
nuatore. A lui, ferrarese, non fu difficile raggranellare i sei ca-
Pitoli, che con altri di più autori pubblicò sotto il mirabolante
titolo: Forze d'Amore. In quest’opuscolo, nella prima parte,
distribuì quattro poesie ariostee, sulle quali non è lecito alcun
dubbio (4); ad esse fece seguire, sempre con esplicita dichiara-
zione dell’autore, come per le prime quattro, le due di cui ora
ci occupiamo; poi, con un distacco, dal quale appare chiaro l’in-
(1) «Non so io persuadermi, senza far torto al valore di quell’incompara-
‘bile e maraviglioso Poeta, ch'egli ne fosse l’A.; troppo essendo, e sconcia-
* mente diversi (per favolare moderatamente) dal carattere del suo immaginare,
‘€ comporre, non solamente nella più soda, ma nella più giovanile età ».
Così all’incirca anche nell’edizione del 1741 (IV, 752).
(2) Mentre nel 1741 tacque il nome del Ferrarese, nel 1766 annotava:
* Quell’Ippolito... che li pubblicò, per le conghietture che possono farsene, o
«fu un buffone impostore, se visse mai, o lo fu chi si prese tal nome. Per
molto che sieno, e manifestamente scorretti. non meritano che s’impieghi un
‘momento in emendarli ».
(3) Vedi p. 141, n.1.
(4) Sono i cap. VIII, sul quale v. pp. 192-93; III, che oltre in F e Cp,
trovasi in P,, C,; IV, che è in F, Cp, F,, P3; XVI, che è in F, Cp e P..
212 G. FATINI
tendimento di non volerli confusi con le poesie dell’A., trascrisse,
a c.7b /Incomincia] li capitoli de varij authori, adespoti, di
contenuto amoroso, di cui più d’uno, certo, meriterebbe mag-
giore attenzione dei due appartenenti a messer Ludovico. A questi
nove capitoli Seguitano li Sonetti di più Auttori, sopra varii
& diversi propositi, dove troverai cose piacevoli & belle, tutti
anonimi, infine le Terze Rime Piacevoli di M. Quinto Ghe-
rardo (1).
Ora, se Ippolito con tanta meticolosità vuol tener distinto il
gruppo ariostesco dagli altri, se di sei componimenti da lui espli-
citamente riferiti a Ludovico, quattro non ammettono dubbì, non
si comprende perchè non gli si debba prestar fede anche per
gli altri due. Quale interesse poteva muoverlo a gabellare il pub-
blico, attribuendo all’Ariosto sei poesie invece di quattro ? Se il
desiderio di spacciare col nome del Grande merce apocrifa, gli
era facile scegliere fra i nove capitoli anonimi quelli che per
fattura potevano comparire meno indegnamente con la paternità
ariostea. E poi le false attribuzioni le avrebbe limitate a due sole?
A noi appare evidente l’esattezza di questo modesto poetastro,
se non nel testo, nella indicazione dell’autore; l’aver lasciati
anonimi gli altri capitoli dà ancor più risalto al desiderio che
egli aveva di offrire al pubblico produzione genuina dell’Ariosto,
la quale, messa insieme per il popolo, rimase così ignorata
— ciò può spiegare la mancanza dei due capitoli nelle raccolte
a stampa e a mano del tempo — da sfuggire per oltre due se-
(1) Per l'autenticità delle due poesie non va trascurato che anche un altro
opuscolo, in parte uguale al presente, ma differente per il nome dello stam-
patore e della città, e perchè in luogo delle Terze Rime del Gherardo porta
strambotti d'amore d'un certo Orfeno Gentile, comprende i sei capitoli del-
l’Ariosto. E l’opuscolo della biblioteca Cavalieri (p. 142, n. 1), il quale proba-
bilmente ha un'origine diversa da quello d’Ippolito. Il titolo dell’opuscolo è
rifatto a mano e dalla sola indicazione del catalogo della libreria Cavalieri,
passata al libraio Hoepli, non è possibile dire in che cosa realmente differisca
l'opuscolo dalle due copie della Civica di Ferrara e della Trivulziana.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 213
coli agli editori (1); oggi stesso l'opuscolo è una rarità di due
o tre biblioteche.
Il Barotti accampa la meschinità (2) delle due poesie; vero
è che ad accrescere codesta miseria, propria, come già avver-
timmo, di queste povere esercitazioni poetiche, ha contribuito
l'opera deformatrice dell’editore o del copista, che per ignoranza
o per capriccio, talora per sodisfare il mal gusto del pubblico
lettore, ben poco si preoccupavano di rispettare, se pure ciò era
loro possibile, la genuina lezione dell’autore. Appunto per questo
il testo dei due capitoli in qualche punto è oscuro e senza senso,
come, del resto, oscuro si presenta talora, qualche volta scor-
retto, il testo degli altri quattro capitoli ariosteschi, compresi
nello stesso opuscolo del Ferrarese. Se anche per codesti non
avessimo altro che la lezione del nostro raccoglitore, i dubbi su
la loro autenticità non sarebbero mancati; per es., chi avrebbe
osato dare per poesia ariostesca questi versi ?
Grave fu il lor martir, ma breve spacio
di tempo di lor fin, ah crudo Amore
che da crescermi il cor non ne mai sacio.
Io nomi chel mal hor li trahen fuore
del mal, perchè si grave era, che presto
finì la vita insieme col dolore.
(1) Il Barotti interpellò pure lo Zeno su le rime aggiunte dall’Orlandini;
egli il 20 luglio 1740 (Lettere di A. Z., Venezia, 1785, VI, p. 59), rispon-
deva che i due capitoli erano stati copiati dall’opuscolo delle Forze d’ Amore,
ma nulla sapeva dire su Ippolito Ferrarese nè se i capitoli appartenessero
veramente all’A.
(2) Per questa meschinità e non per altro il PirazzoLi (Giornale, 45, 328)
esclude il capitolo dalle rime dell'A. « Chi sa, egli dice, qual povero poeta
«si è appropriato queste immagini di guerra e di potenza, lui, forse, tutto
‘pace e tutto miseria ». Il P. però dimentica non solo che il linguaggio
d'amore, per la natura stessa di questo sentimento, è ricco d'immagini bel-
liche, ma anche trascura tanti passi del Z'urioso risonanti di preparativi e
assalti guerreschi e il cap. XIII, col quale il nostro cap. XX ha stretta
relazione.
Giornale storico — Suppl. n° 22. li
214 G. FATINI
Il mio mi pon fin su le porte, e questo
medesimo ir mi lascia e torna adrieto
ch'a mal mio grado in vita resto (1).
Ma la fortuna ha voluto che essi ci venissero tramandati per
altre vie in lezione più corretta; il che non avviene per i due
capitoli che il solo Ferrarese ebbe modo di affidare alla stampa
con quella cura con la quale straziò i versi che or ora abbiamo
riportati. Perciò la meschinità di questi componimenti, dovuta
soprattutto alla scorretta lezione, non ci sembra motivo bastante
per non accoglierli tra le liriche dell’Ariosto.
Quanto il Barotti mal s’apponesse, rifiutando di credere l’A.
autore dei due precedenti capitoli, può dimostrarlo pure il ca-
pitolo XXII, che egli stimò apocrifo per le stesse ragioni (2).
Giacchè alla raccolta del Giaccarello, che fu fonte all’Orlan-
dini (3), fanno sicura testimonianza l'autorevole B,, il cui nucleo
ariostesco è insospettabile, il Maraviglia, che sino dal 1545 aveva
diffusa la poesia fra i suoi lettori popolari (4) e un codice mar-
ciano (V,), che lo ripete due volte. Dal confronto delle lezioni
(1) Cap. XVI, vv. 49 sgg. Altri esempi: cap. Ill, 10 lieta e feconda di-
venta l'eta feconda; 21 Di Gnido e d’Amatunta ridotto in de gurido e
damathonte; 32 bruma in brun; 49 Vertumno e Pomona in Nettuno e Po-
mena; cap. IV, 12 avide e... curiose in invide e... cruciose; 28 asconder vuol,
spiar in asconde vol spiare; 37 Non fora oltra ragion in Nun fuora altra
ragion; XVI, 32 Mi dovesse il contrario, 10 venni in Mi divisi il contrar:o,
10 vivi; ecc. Spesso i versi sono dodecasillabi o decasillabi; i monosillabi,
specialmente se voci verbali, scompaiono. Di tutto ciò va tenuto conto nel
leggere i due capitoli, il primo dei quali ha, p. es., i versi 22-30 oscuri,
specialmente 25-27.
(2) Il Molini l'ha rifiutato nell’ediz. del 1824, senza addurne ragione; il
Polidori (I, 446 n.) si riporta al Barotti.
(3) Non lo dice, ma il testo uguale dà la prova della derivazione dalla
Parte quarta delle Rime, ecc., Bologna, Giaccarello, 1551, p. 276; lo Zeno
nella ricordata lettera del 1740 non seppe indicarne la fonte al Barotti.
(4) Opera venuta... ecc., c. 6. Capitolo secondo de gelosta. Tanto il Lisio
(Jtarità artostesche, p. 378) quanto il Salza (Studi, 40 n.) lo considerano
autentico.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 215
date dalle due raccolte a stampa e dai due codici (1), si ricava
un testo più chiaro e, perchè i codici e le stampe discendono
senza dubbio da fonti diverse, anche una nuova conferma del-
l'autenticità della poesia.
Il cap. I‘ fu edito dal Coppa nel 1545 in PRIEST all’Erbotato,
ma, omesso nella edizione delle Rime, fu trascurato da tutti gli
editori, finchè con l’Orlandini entrò a far parte delle edizioni
liriche ariostesche e fu accolto da tutti i moderni stampatori,
compreso il Polidori, che si limita a dire che « per lo stile è
«da annoverarsi tra le cose del nostro più giovanili » (2). Ep-
pure motivi di dubbio ce ne sono, non per la meschinità che il
Carducci adduce a ragione del suo ostracismo (3), non per l’as-
senza dai mss. e dalle edizioni, ma per la voluta omissione del
Coppa nella prima e seconda stampa.
Il Modanese, escludendola dalla edizione che preparò un anno
dopo averla pubblicata nell’Erdo/ato, tacitamente intende ne-
garne la paternità ariostesca ? Questa omissione, che non può
essere fortuita, parrebbe in rapporto all’intendimento che il
Coppa e la Barbaro avevano di offrire al pubblico «rime non
« più viste », cioè non mai stampate; onde neppure il terzo.
frammento in ottave che era comparso con l’E;dolato e con la
nostra poesia trovò posto nella raccolta coppina. Però, anche
trascurando le obiezioni che si potrebbero fare a questa osser-
vazione (4), un esame più minuzioso dell’Erbolato fa dubitare
(1) Vi si aggiunga il cod. E,, con il capitolo adespoto, come adespote sono
tutte le sue rime.
(2) Il Barotti (IV, 752- 53) dichiara di non aver « tanto fondamento di du-
« bitar del suo autore, come l’ha avuto ne’ tre antecedenti » ; il Boxui (II,
32, n. 2) lo stima una composizione giovanile. Prima dell’Orlandini, comparve
solo nelle due edizioni dell’Erbdoluto, uscite a Ferrara nel 1581 e 1609.
(3) Il Carducci dubitò della sua autenticità sin dalla prima edizione del
suo studio ariostesco e chiama una scappatoia il dir del Polidori che sia un
componimento giovanile.
(4) Il Salza (Studi, 40, n. 2), cui non sfuggì questa osservazione, resta ©
incerto su l'attribuzione. La frase « non più viste » può darsi che non vada
presa alla lettera, perchè anche se il Modanese pubblica poesie già date dal
216 G. FATINI
che il Modanese abbia proprio inteso di riferire all’Ariosto la
poesia. Il libretto, della cui autenticità è sufficiente garanzia
il privilegio concesso dal Senato Veneziano (1), porta nel fronte-
spizio: Erbolato ecc.... con alquante stanze del medesimo
(Ariosto), nuovamente stampate; ma del capitolo nessuna pa-
rola (2); le ottave, che, come vedremo in seguito, sono certa-
mente dell’Ariosto, seguono alla diceria del Faentino, portando
nuovamente in testa il nome dell’autore, mentre il ternario, che
vien subito dopo, con un po’ di distacco, anzi con un Finis che
chiude le stanze, porta la nuda intestazione Capitolo.
Se il Coppa ritenne superfluo aggiungervi il nome, perché
non lo trascurò anche per il frammento, che, a differenza del
capitolo, era già stato annunziato nel frontespizio 2 Questo si-
lenzio ha rapporto con l'omissione dell’anno seguente ? In altre
parole, il Modanese accodò all’Erdoluto e alle ottave un capi-
tolo che egli stesso sapeva o sospettava non essere dell’Ariosto,
per cui nella grande raccolta dell’anno seguente non volle com-
prenderlo ? A queste domande, per mancanza di altri elementi,
non ci è possibile dare una decisiva risposta; onde il capitolo
prudentemente crediamo debba essere relegato fra le poesie
dubbie, e con qualche sospetto che sia dello stesso Coppa.
La canz. I°, adespota in tre codici (3), è attribuita all’Ariosto
da S,, col titolo Eridania dell’Ariosto, e dalla Parte ter:
delle Rime, uscita nel 1550 a cura dell’Arrivabene (4), mentre
Maraviglia e da Ippolito Ferrarese di cui forse ignorava i due opuscoli, do-
veva conoscere invece il Promo Zbro giolitino del 1545 che riporta rime
ariostesche entrate anch'esse nell’edizione principe.
(1) Vedasi il mio ZErbolato (p. 5).
(2) Solo il Baldini nelle edizioni ferraresi dell’opuscolo, modificando il fron-
tespizio, scrisse « con alcune rime »; ma al capitolo non ebbe neppur lui il
coraggio di apporre il nome dell'A.
(3) In K, R;, N,, ove tutte adespote sono le poesie,; N, la riporta parzial-
mente (vv. 107-62), essendo bianche le cc. 2992-5300, destinate forse alla
prima parte della poesia. Nel ms. senese H. X. 28, mutilo d’una carta in
principio, la canz., mutila delle prime due strofe, non si sa se era adespota,
(4) Venezia, per Bartolomeo Cesano, pp. 179-81; da non confondersi col
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 217
il cod. N, la riferisce all’Amanio, con lo stesso nome Eridania.
Tenendo presente che almeno due raccoglitori (1) ne fanno
autore messer Ludovico, mentre un solo codice, d’autorità molto
discutibile, è per l’Amanio, parrebbe facile, anche per certa pa-
rentela con altre liriche e col Fwrioso (2), riconoscerne nel-
l’Ariosto l’autore, nonostante i dubbî del Barotti e del Molini,
il primo dei quali non sapeva trovarvi « alcun segno dello spi-
« rito del pensare e dell’esprimersi dell’Ariosto », specialmente
per quel parlare così aspro dei Medici, dai quali, egli dice, « fu
« sempre ben veduto ».
Invero ìi Medici, in particolar modo Leone X, non riscossero
troppo le simpatie del Poeta; anzi, questi, mentre lascia intendere
la sua dolorosa impressione per la vile spogliazione del ducato
d’Urbino e non cela i suoi sentimenti affettuosi per i Gonzaga,
di Leone o parla con amara ironia o mette in risalto l’insolente
nepotismo o grida, con fiero accento, l’inesorabile condanna che
il Cielo gli prepara, attossicandogli la vita con la morte di tutte
le sue più care creature (3). Nella canzone l’accento antimediceo
Terzo Libro del Giolito, uscito nel 1552, che invero è il Libro Quinto,
perchè il Giolito era stato preceduto dall’Arrivabene (Terzo) e dal Giaccarello
(Quarto); v. Boxsar, I, 143, Dall’Arrivabene la prese l’Orlandini, che, secondo
il solito, ne tace la fonte; la canzone è pure in Versi alla patria di Lirici
italiani dal sec. XIV al secolo XVIII, a cura di F. L. Potipori, Firenze,
1847, ma solo come attribuita all’A.; così pure ne I Canti della Patria. La
lirica patriottica nella letter. ital., a cura di A. Bini e G. Farini, Milano,
Sonzogno, I, pp. 108-12.
(1) In $, la canzone, frammentaria forse perchè tinita la carta, segue im-
mediatamente al cap. XII (v. p. 194) con l'esplicita paternità dell’A.; nella
stampa dell’Arrivabene si trovano il son. XXIV, e il madr. I d’indubbia auten-
ticità; in N, il frammento è preceduto dal noto cap. VIII (La lucerna); il
che fa pensare che il raccoglitore prendesse ambedue le poesie dalla stessa
fonte, trascurando, come pel resto del codice, il nome dell'autore.
(2) Cfr. i vv. 1-5 con Furioso, III, 34, 2-6, e son. XX: la chiusa d'ogni
strofa ricorda Furioso, XLV, 35, 36, 37, vv. 7-8; per altri raffronti v. Fu-
rioso, XVII, 73-80, XXXIII, 1-3, ecc.
(3) Vedi il mio studio Italianità e Patria in L. A. (estr. dagli Atti e
Memorie della R. Accademia, ece., N. S., v. I, pp. 17-82, Arezzo, 1920), tanto
per i Gonzaga (p. 41) quanto per i Medici (pp. 46 sgg.).
218 G. FATINI
è più aspro, l’accusa più rovente, perchè dettata dal saccheggio
dei lanzichenecchi e dalla strage di Roma e diretta a quel Cle-
*mente VII che tentava di continuare la politica di Leone, senza
averne nè l’accortezza, nè l’energia: contraddizione dunque
non c'è.
Ma il vivo interesse che il Poeta manifesta per le cose man-
tovane, il ricordo del Mincio e de’ nostri paschi nei quali i
lanzichenecchi avrebbero portato lo spavento e la desolazione,
il richiamo al sole con cui forse s’'adombra la casa Gonzaga,
male adattandosi a chi di Mantova non era o almeno a Mantova
non aveva vissuto a lungo, hanno fatto sospettare al Polidori
che « l’autore... fosse di patria mantovano ». In tal caso la poesia
apparterrebbe, almeno secondo l’annotatore della edizione trie-
stina, al Castiglione, del quale conoscesi un sonetto sul sacco
di Roma (I).
Se però le allusioni alla usurpazione del ducato d’Urbino non
sconvengono all’autore del Corfegiano, la descrizione della scia-
gura mantovana e del saccheggio di Roma che paiono animate
dal terrore e dall’odio di chi fu presente alle crudeltà dei lanzi-
chenecchi — il Castiglione trovavasi in Ispagna sino dal 1525 —,
le aspre rampogne contro Clemente VII, il quale invece ebbe
“in lui un difensore contro Alfonso Valdès (2), rendono poco pro-
babile la paternità castiglionesca, non fondata, d’altra parte, nè
su mss. nè su stampe. Nemmeno l’estrema invocazione alla
Diva Ippolita mia, lontana, che farebbe pensare alla moglie
del Castiglione, Ippolita dei conti Torelli, mortagli nel 1520, sta
a suo favore; perche, come il grido è del Reno, codesta Ippo-
lita deve essere la pronipote di Ludovico Sforza, moglie di Ales-
(1) I Canti della Patria, I, pp. 112-13. Il son. è attribuito anche al Gui-
diccioni, dalle cui rime però lo ha escluso il più recente raccoglitore della
lirica del G., cioè E. CurorsoLi (Itime di G. Guidiccioni - F. Coppetta- Beccuti,
Bari, Laterza, 1912).
(2) Vedi C. Martivati, Notizie stor.-biogr. intorno al co. B. C., Firenze,
Te Monnier, 1890.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 219
lessandro Bentivoglio, la quale, dopo la cacciata dei Bentivoglio
da Bologna, passò i suoi anni fra Milano e Mantova (1).
Di costei, ricordata pure dall’Ariosto (Furioso, XLVI, 4), sap-
piamo invece che furono molto familiari Matteo Bandello e
Niccolò Amanio (2).
Il primo, per la consuetudine che ebbe con la Bentivoglio,
ad ispirazione della quale compose il suo Novelliere, indirizzan-
dole, con molti termini laudativi, la prima novella, per la fami-
liarità sua coi principi e diplomatici più autorevoli della lega
contro Carlo V, per le sciagure che personalmente subì nel sac-
cheggio milanese dei lanzichenecchi, mostra d’aver qualche di-
ritto alla canzone.
Il titolo Eridania si ritrova pure in una sua opera poetica,
ove egli ricorda il sacco di Roma con accenti ed espressioni
che ritornano nella canzone, perfino con la invocazione lamen-
tevole rivolta al Sole (3). In essa si esalta la casa Bentivoglio,
specialmente Ippolita; anzi il Poeta, come nell’ ultima stanza
della canzone, imagina che Bologna rimpianga la lontananza di
Alessandro e d’Ippolita, che erano tanto amati
che s’ode ancora
gridar le ninfe, e '1 Reno ogn'hor con quelle:
(1) Vedi E. Masi, Vita italiana in un novelliere del Cinquecento, Bologna,
Zanichelli, 1900.
(2) Oltre il Masi, vedi gli accenni nelle Novelle di M. M. Bandello, a
cura di G. BroanoLIco, Bari, Laterza, 1910, I, 1, II, 55, III, 9, ecc.
(3) Canti XI composti dal Bandello de le lodi de la S. Lucretia Gonzaga
di Gazuolo, e del vero amore, col Tempio di Pudicitia, e con altre cose per
dentro poeticamente descritte, in Guienna ne la città di Agen per A. Re-
boglio, MDXLV, c. 8d. Vedi tutto il primo canto; ove singolare questo
lamento:
Come potesti allora, almo Figliuolo
di Delo, mirar sì fiera crudeltade ?
Come non ti levasti irato a volo
celando il lume a quelle scelerate
genti feroci, a tanto crudo stuolo,
colmo di rabbia e privo di pietate,
che scherzando e bevendo l'human sangue
di velen gonfia qual pestifero angue?
220. G. FATINI
— Perchè, coppia gentil, non sei qui meco,
ch'ogni mia pompa, ahimè, portasti teco? — (1).
Inoltre una Mercia, pseudonimo, pare, d’una mantovana, amata
d’un amore non corrisposto dal Bandello (2), che scrisse per lei
anche dei versi, ricorda la mia Mincia della canzone, nella
quale non è ben chiaro se si adombri Mantova o una donna
mantovana. Si ricordi poi che al galante monsignore non si dis-
conviene il lamento per la devastazione che sì teme del Man-
tovano, quando due anni prima gli Spagnuoli avevano sfogato
il loro odio perfino su la sua casa, sui libri e manoscritti in
Milano; e infine che egli non fu nelle grazie nè di Leone X
nè di Clemente VII: tutti elementi che rendono sostenibile la
paternità del Bandello, per quanto senza il suffragio di ms. e
di stampe.
D'altra parte, l’Amanio, che ha dalla sua la testimonianza, sia
pur debole (3), d'un ms. del tempo, visse nella familiarità di
Ippolita, con la quale — ci fa sapere il Bandello (4) — era solito
discuter di poesia. Occupato nelle questioni politiche (5), podestà
a Cremona e a Milano, passò alcun tempo presso i Gonzaga a
Mantova; a lui il codice N,, fra numerose poesie che gli attri-
buisce, dà pure una canzone intitolata Eclissi :
Luce eterna del ciel,
(1) Canti XI, cit., cc. 33-34. Non mancano in questo poemetto accenni
alle sciagure d’Italia, lodi ai Gonzaga, deplorazioni ai Tedeschi e a Lutero,
parole di sdegno contro la viltà degli Italiani, ecc.
(2) Vedi in AKime di M. M. B., pubblicate da L. Costa, Torino, 1816,
i sonn. VIII, XXVII, XLII, il quale ultimo ci richiama al son. XX dell’A.;
v. pure E. Masi, Op. cit.
(3) Su le malsicure attribuzioni di questo codice v. p. 208; è doveroso però
notare che la canzone è tra poesie dichiarate dell’Amanio, alcune delle quali
senza contestazione. l
(4) Novelle, II, 55; v. pure E. Masi, Op. cit.
(5) Notizie biografiche in G. BrocxoLI6o in Rassegna crit. d. letter. ital.,
XVII (1-8), pp. 26 sgg.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 221
d’argomento politico e con accenti e pensieri molto affini a
quelli dell’Er'idania; essa anzi segue immediatamente quest’ul-
tima tanto in N, (cc. 276-310 e 324-340) quanto in R, (c. 1430-
1460, 1460-1480), ove compaiono ambedue adespote.
Per la loro affinità il Trucchi giudicò comune l’autore d’en-
trambe le poesie, spettanti, secondo lui, all’Amanio (41). E vera-
mente, come il loro susseguirsi in N, e R, può darsi che non sia
causale, così notevoli appaiono le concordanze tra le due can-
zoni (2), per quanto non sia difficile sorprendere una certa di-
versità di spirito e di passione: l’una — pare a noi — freme di
rude e vigorosa sincerità nella dolorosa descrizione dello strazio
inflitto al Paese dai soldati imperiali e nell’aspra invettiva contro .
i papi medicei; l’altra con voce che sa d’artificio e di retorica
s'infiamma di odio contro il Papato in genere e lamenta gene-
ricamente le devastazioni dell’Italia; sicchè par meglio lo sfogo,
alquanto freddo, di chi pensatamente s’è armato di santa indi-
gnazione per comporre dei versi (3).
È questa proprio dell’Amanio? Il raccoglitore del ms. che
gliela attribuisce, è tanto sospetto, che è impossibile rispondere
affermativamente senza esitazione. Ma anche ammesso ciò, non
(1) Truccai, Poesie inedite, III, 155. « Ha la stessa energia di sentimento
«e la stessa grandezza di concetto; lo stesso brio, lo stesso colorito, la stessa
« magnificenza di stile. Ond’io sono indotto a credere che l’autore della can-
« zone dell’Eridania sia ancora l’autore dell'Eclissi, e che l’autore di queste
« due stupende canzoni sia Messer Nicolò Amanio >».
(2) Si allude alla desolazione dell’Italia, forse, di quel triste periodo degli
anni 1527-30; s’invoca il Sole, s'incolpa la Curia romana della sciagura provo-
cata dalla sua cocciutaggine; si accenna qui, come nell’Er:dania, al mito di
Fetonte; nell’Eridania si descrive il gettarsi dei lupi su le belle contrade
(strofa III), nell’altra si riproduce la fase successiva con le conseguenze del-
l'invasione; si ricorda in ambedue la luna, Apollo con l’aurate corna, ecc.;
ma le allusioni sono sempre generiche, non mai circostanziate e determinate.
(3) Il Brognoligo (Op. cit., p. 39) nega l’identità dell'autore e però del-
l’Amanio, perchè, con una certa esagerazione a parer nostro, giudica l'Aclissi
« una rifrittura di motivi petrarcheschi, specialmente della canzone Spirto
«gentil »; e vi nota poi « con uno spirito che direi luterano, una forte avver-
« sione contro i papi... ».
222 G. FATINI
sì potrebbe senz’altro assegnare al rimatore cremasco anche
l’Eridania, la quale, finchè nuovi elementi decisivi non ver-
ranno a risolvere la questione della triplice attribuzione, tra il
Bandello, l’Amanio e l’Ariosto — debolissima è l’attribuzione
al Castiglione — vuole essere compresa nel gruppo ariostesco
delle poesie dubbie, mentre l’Ec/issî merita di essere relegata
fra le apocrife perchè il lettore abbia modo, raffrontandola con
la prima, di giudicare su la pretesa identità dell’autore.
Nel 1741 il Barotti pubblicò per la prima volta un epicedio
in terzine e due sonetti:
Kime disposte a lamentarvi sempre
Magnifico Fattor . . .. .
Non ho detto di te ciò che dir posso
(cap. I, sonn. XXXIX, XL).
L'epicedio è sicuramente autentico, trovandosi in un fascico-
letto, che, se anche di dubbia autografia (1), risale alla fine del
sec. XV, al tempo cioè della composizione; inoltre certi carat-
teristici riscontri col Furioso escludono qualsiasi dubbio (2).
« L'Originale dei Sonetti — scrive il Barotti — di mano
« propria detl'Ariosto fu già del signor Baruffaldi, ed ora è
« mio per suo dono ». Qualche critico però, desideroso di libe-
rare il poeta da questi due « trascorsi » (così qualifica le due
poesiole, a causa del loro contenuto mordace), ne ha messa in
dubbio l'autenticità, per riferirli invece all’autore dei Carmina
maledica In Cosnicum, di cui fra poco parleremo. « Chi con-
(1) V. p. 182, n. 3. Il Bertoni (Op. e:t., p. 297), basandosi solo su la dubbia
autografia della tirma, è il primo a scrivere che « con tutta probabilità non
« appartiene al nostro poeta ».
(2) Cfr. Furioso, XIII, 68, per l'elogio di Eleonora; vv. 16-24 con Fur.,
XL, 31, XLIII, 53, 63, 155.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 223
« fronterà questi ultimi — dice il Cappelli (1) — coi due cre-
« duti dell’Ariosto, speriamo che assolverà il nostro autore dal-
«l'attribuitogli trascorso ».
Non sappiamo dire quanto valga la testimonianza d'un codice
della biblioteca Boncompagni (R,) (2), che potrebbe essere una
copia dell'originale appartenuto al Baruffaldi; ma l'affermazione
delle carte ferraresi (F,), sincrone, e con qualche dubbio che
siano proprio originali (3), non perde valore per le osservazioni
del Cappelli, il quale, per infirmarne l’attribuzione, si basa su
d'una supplica presentata dagli Ariosti ad Ercole II, su l’analogia
dei due sonetti con quelli contro il Cosmico e, infine, su l'ac-
cento aspro e scurrile di essi.
Della inimicizia tra Alfonso Trotti e Ludovico fa parola il Ga-
rofalo (4), che probabilmente allude alla questione sorta nel 1519,
fra gli eredi di Rinaldo Ariosti e la Camera Ducale, di cui era
(1) Prefazione alle Lettere di L. A., LXXVIII, e 33 n., e in Rime ed.
ed ined. di A. Cammelli, ecc., per cura di A. Carverti e S. Fexnari, Li-
vorno, Vigo, 1884, p. 223.
(2) Vedi la mia Nota bibliogr.; il sonetto XXXIX è pure in V,, ma di
mano del Baruffaldi, che deve averlo copiato da F,.
(3) V. p. 182-83. Vitt. Rossi (Giornale, 13, 116) avvertì che la firma
Di M. Lud. Ariosti per la forma che ha non può essere autografa; inoltre
l'epiteto Primo, Secondo, in testa ai due sonetti, fa pensare più ad una
copia che all'originale. Il Percopo (Propugnatore, N.S., I, p.I, p. 281) li
crede autografi; così il ProvenzaL (Bullettino pistoiese, II, 147), che inesat-
tamente ne fa editore il Cian. Il BeRrtONI (Op. cit., p. 297) li giudica, senza
discutere, spuri.
(4) Vedine la Vita di M. L. A. in Opere di L. A., Venezia, Orlandini,
1730, I, p. v (n. n.); al Garofalo non erano noti i sonetti. Di Alfonso Trotti
una lettera confidenziale a Federigo Gonzaga, del 24 giugno 1550, è in
A. Luzio, Isabella d'Este e il sacco di Roma, Milano, Cogliati, 190%, p. 105;
a lui diresse una lettera Bartolomeo Ferrino (AxtoxeLLi, Indice, 178), pro-
babilmente quella stessa che trovasi, come dedica, in Lettera di .M. Alberto
Lollo, nella quale rispondendo ad una di M. Hercole Perinato, egli celebra
la villa, ecc., Venezia, Giolito, 1544. Il Cammelli lo ricorda nel son. 192 e
forse nel son. 29 (v. A. PeRcoro, I sonetti faceti di A. Cammelli, Napoli,
Jovine, 1908), e gli indirizza un sonetto per la morte del Cosmico (ediz. Cap-
pelli-Ferrari, p. 59).
224 . G. FATINI
gran parte il Trotti. I beni di Rinaldo, essendo morto ab înte-
stato, furono, per deliberazione del Trotti, incorporati dalla Ca-
mera: di qui una lunga lite che si trascinò sin dopo la morte
del poeta (1), tanto che gli eredi nel 1544 si rivolsero ad Er-
cole II con una Supplica perchè rendesse loro giustizia, accu-
sando del sopruso subito il Trotti, il quale, senza ragione, ma
gratis perseguitava Ludovico e i congiunti (2). Da questa affer-
mazione il Cappelli deduce che l’Ariosto, se non ha mai dato
motivo di odio al fattore ducale, non può essere neppure l’au-
tore dei sonetti.
Non vogliamo rilevare che gli eredi, nel loro interesse, pos-
sono aver taciuto le ragioni dell’inimicizia fra Ludovico e il
Trotti per addossare a quest’ultimo la colpa della ingiustificata
persecuzione; ma è bene ricordare come di vecchia data fosse
in Ferrara l’avversione tra le due famiglie, Ariosti e Trotti (3);
questi, odiati dal popolo per le loro angherie e i loro ladroneggi,
rappresentavano, nelle pubbliche cariche, i più temuti rivali per
varie famiglie, fra le quali quella del poeta. Che meraviglia se
l’Ariosto, prima ancor di vedersi contrastato dal Trotti il diritto
alla successione, o per vecchia ruggine di casa, o per qualche
e I +
(1) Barcrraupi, Vita, 181-82; A. Frizzi, Memorie stor. della nobil fa-
miglia Ariosti di Ferrara, in Raccolta di opuscoli scientifici e letterari,
Ferrara, 1779, per G. Rinaldi, III, pp. 107, 128-29; Bari-Cinti, Vita di
L. A., Ferrara, 1874, p. 93; CappeLti, Prefazione, LXxviI-vui; lo stesso A.
fa cenno dì questa controversia in Lettere, XVIII.
(2) Fu pubblicata dal CappeLLi, Documenti, XVIII; il quale pensa che il
vero motivo della spogliazione venisse dagli eredi simulato per coprire gli
ordini del Duca, dandone la colpa al Trotti.
(3) L’accenno al Trotti nel poema (XL, 4) è insignificante; secondo una
tradizione però, raccolta pure dal Barotti, l’A. lo avrebbe ritratto nella vol-
gare figura di Martano, il falso fratello della corrotta Origille. Su le relazioni
non buone tra gli Ariosti e i Trotti vedasi l’opera cit. del Frizzi (p.107 sgg.),
il quale riferisce dall’Equicola che nel 1485 tutta Ferrara era divisa in due
partiti, con a capo rispettivamente i Trotti e gli Ariosti. Documenti dell’odio
popolare contro la potente famiglia dei Trotti sono i sonetti 85, 157, 376, ecc.
del Pistoia (ediz. Percopo), e vari passi del Diario ferrarese in R. 1. SS.,
XXIV, 242, 245, 364.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 225
sopruso, ha colpito amaramente il potente avversario? E ciò è
tanto più probabile, quanto è meno ammissibile che i due so-
netti uscissero liberamente dallo scrigno del poeta o dalla limi-
tata cerchia degli amici; come le satire, anch'essi non erano
destinati, almeno vivo l’autore, alla pubblicità. Perciò, o non
hanno relazione — come invece i più pensano — con la sen-
tenza del Trotti, ovvero, se questi li conobbe per qualche indi-
secrezione, lo indussero a ricordarsene al momento opportuno.
Se poi le due poesie sono posteriori al 1519 (1), stanno a rap-
presentare lo sfogo poetico del mite Ludovico, che dalla prepo-
tenza del Trotti si vedeva così gravemente danneggiato. Amico
del Cosmico, sul cui conto se ne dicevano delle belle, il fattore
è bersagliato cor lui, senza pietà, perchè l’Ariosto, come asse-
risce il Garofalo, « siccome onorò e portò rispetto a tutti, così
« all'incontro sostenne con mal’animo d’essere ingiuriato da altri,
«e procedeva in quel caso verso di chi si fosse con maniere
« risentite... ». Ma, obiettano alcuni, l’Ariosto, che alla memoria
del rimatore padovano aveva dedicato un garbato epitafio (2), non
può essere caduto nella contradizione d’insolentirlo.
Lasciamo andare che le due manifestazioni sarebbero avve-
nute a distanza di tempo l’una dall’altra; ma che gli epitafi,
per giunta poetici, rispecchino davvero l’opinione di chi li com-
pone non è cosa troppo frequente: il Pistoia, per non andare
lungi dall’argomento, dopo avere infamato con un gruppo di
violenti componimenti il Bellincioni, ne piange la morte (3).
(1) Non mi nascondo però che l’accenno al Cosmico deve essere verosimil-
mente non troppo remoto dall'epoca della sua morte (1500) e che il ricordo
di Benedetto Bruza (Brusa), morto, pare, nel 1515 — si deduce da un’Ora-
zone anonima in morte di B. B. recitata nel Duomo di Ferrara nel 1515
(AxroweLLI, Indice, 119, n. 205) — si confà meglio ad un periodu anteriore
alla sua morte.
(2) Carmina XII; il Barotti (IV, 761) nega che nell’epitafio si tratti del
Cosmico vilipeso nel sonetto.
(3) I sonetti faceti di A. C., ediz, Percopo, CKI-CXXX; vedi pure V. Rossi
in Giornale, 13, 134, n. 4.
226 G. FATINI
Del resto, l’Ariosto, che si limita nei versi dell’epitafio a lodare
lo scrittore (1), non ha mai manifestato grande simpatia per
l’uomo (2), che non risparmiò dei suoi strali nelle Salire (VI, 61).
L’analogia poi coi sonetti /n Cosmicum non ha per noi che un
peso: quello di avvalorare, se mai, l'attribuzione dei due com-
ponimenti a Ludovico (3). Al quale non siamo alieni dall’ascri-
vere, con prudenti dubbi, anche i 23 sonetti maledici
In Cosmicum patavinum — Carmina maledica (4).
(sonn. I'-XXIII!).
Ai più, strana, se pur non irriverente, parrà la presenza di
questi componimenti in una raccolta lirica dell’Ariosto; ma chi
avrà la pazienza di riandare con noi la storia ‘di questo gruppo
vedrà che il posto loro assegnato in essa, fra le poesie di dubbia
paternità, non sarà né illegittimo nè capriccioso.
Dopo la pubblicazione del Cappelli e del Ferrari, che li rife-
rirono al Pistoia perchè si trovano, adespoti, in un codice
estense, ma in compagnia di altri cammelliani, ai quali si asso-
(1) Lo dice « pater elegantiarum », « romanae pater eruditionis »; nella
prima stesura dell’epitafio queste lodi sono un po’ meno ampollose; il terzo
verso, p. es., suona « Et cultae simul eruditionis », invece di « romanae patris
« eruditionis »; v. Carpucci, 207. Sul Cosmico scrittore vedi, oltre al Car-
ducci, V. Rossi, .V. L. C., testè cit., 101-58.
(2) Su le accuse lanciate contro il C. (mal costume ed eresia) v. 'UirABOSCHI,
Storta, VI, III, 926-27, e PatktTA, in Giornale, 22, 461-63, ove sono pub-
blicati seri documenti. Il Rossi esclude l'accusa di mal costume, fondandosi
su la difesa del Gonzaga, il quale però, desideroso di stornare dal capo del
suo protetto la tempesta della condanna, era portato a nascondere la verità,
che d'altra parte, fatta palese, non ridondava neppure a onore della famiglia
Gonzaga.
(3) Nessun dubbio ebbe lo Zeno, il quale ricevè dal Baruffaldi il son. XXXIX
fin dal 15 ugosto 1708 (vedi il codice Vy), e in Giornale dei letterati, art. XII,
v. NI, pp. 274-75 alla voce Cosmico dice che l’A. « gli dà tacce molto più
« enormi in un son. ms. ad Alfonso Trotti ».
(4) Così indicati nel cod. estense X* 234, c. 61 sgg., nn. 100-122; sul quale
ms. v. G. Rossi, in Geornale, 30. 35-38; furono pubblicati in Hime edite
ed inedite di A. C., ediz. Cappelli-Ferrari, pp. 223-45.
ERI e e — tes
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 227
migliano per forma e acutezza (1), sorsero da più parti le
contestazioni: lo Scipioni, per l'amicizia e la stima del Pistoia
verso il Padovano (2), il Renier, il Cian e il Provenza], per altri
motivi, ne combatterono l’attribuzione. Primo il Cian, riportando
il passo d’una lettera dello Zeno al Parisotti (3), mise innanzi
il nome di Ludovico. « Alcuni sonetti sommamente satirici e
«sanguinosi dell’Ariosto contro di lui (if Cosmico), veduti da
«me in un codice antico di rime di diversi, mi han fatto cono-
«scere — dice lo Zeno — che l’Ariosto non era molto amico
«di lui ». Questi sonetti, secondo il Cian, potrebbero essere
quelli attribuiti al Pistoia, tanto più che, per quel che scrive il
Mazzuchelli (4), presso lo Zeno «esistevano mss. varî sonetti
«burleschi » ariostei; dei quali il letterato veneziano « dopo la
«lettera al Parisotti, poteva essersi procurato copia, e... il Maz-
«zuchelli, che non conosceva quella lettera, sembra avesse sol-
«tanto una vaga notizia ».
Il Renier dalla somiglianza del sonetto Magnifico Fattor porta
«raffermato il sospetto che dall’Ariosto movessero i fieri sonetti
«del codice Estense e che siano da identificarsi con quelli che
(1) D Cappelli (Rime, ecc., X) dice che « si presentano come tutti scaturiti
«da una medesima vena, e da certa concezione organica procedente dall’ar-
«gomento sono bene legati insieme, in modo che par certo si debbano attri-
‘buire ad un solo autore »; e siccome il son. 18° nel magliabechiano, II, 11,
109, c. 345a, è riferito al Pistoia, non gli pare improbabile che costui sia
l’autore di tutti; spiega poi la contradizione tra le lodi delle rime e le ingiurie
dei sonetti supponendo che il P. lodasse il C. « per ammenda, o meglio per
‘allontanare da sè l'accusa di averlo così vilipeso » (XXXI).
(2) Giorn., 5, 228, lo S. ricorda che il P. ha sempre elogi per il C. uomo
* serittore; vedi pure E. PercoPo, A. C. e # suoi sonetti fuceti, pp. 176-77,
ore cita i componim. che parlano bene del C.
(3) Lettere di A. Z., Venezia, 1785, VI, 68; è del 2 settembre 1740; il
passo della lettera è riportato dal Ciax nel suo Decennio della vita di
P. Bembo, Torino, Loescher, 1885, p. 231 n.
(4) Gli Scrittori, I,:1083; lo Zeno potrebbe aver presa notizia e poi copia
dei sonetti dai codici Soranzo di Padova, cui pa--arono vari mss. del Becca-
delli. possessore di mss. ariosteschi; v. ZENO, Lettere, V, 56; v. pure la mia
Nota bibliografica.
228 G. FATINI
« con attribuzione all’Ariosto vide lo Zeno » (1). A questa con-
gettura opposero obiezioni il Pèrcopo e il Rossi; quegli, sospet-
tando nello Zeno una confusione, avverte pure che « le stesse
« difficoltà, che impedirono e impediscono, secondo molti, di at-
« tribuirli al Pistoia, rimangono e forse diventan maggiori, se li
« diamo all’Ariosto » (2); V. Rossi (3), sempre propenso per la
paternità cammelliana, mettendo in relazione la lettera dello
Zeno con la notizia intorno ai due sonetti contro il Trotti, co-
municatagli nel 1708 dal Baruffaldi (4), ritiene « non inverosi-
#
(1) Prefaz. ai Sonetti del Pistoia giusta l’apografo trivulziano, Torino,
Loescher, 1888, pp. xLui-xLvit; e Rivista storica mantovana, I, 79. Il R.
aggiunge che il son. 18 trovasi pure in cod. marciano it., cl. IX, 113, c. 34,
col nome del Pistoia, ma solo i primi 7 versi, poi cancellati, forse perchè
il copista s’accorse dell’errore (p. xLm).
(2) Propugnatore, N. S., I, 278 sgg.; il P. insiste nella testimonianza, che
è però molto tardiva — il nome sul sonetto 18° vi fu apposto due secoli
dopo —, del cod. magliab., e spiega il silenzio del codice trivulziano che non
riporta i Carmina maledica, dicendo che, dovendo esso andare nelle mani di
Isabella d'Este, era sconveniente inserirvi sonetti così ingiuriosi e volgari,
ma dimentica che altri sonetti non meno volgari sono nel codice trivulziano.
Senza addurre nuovi elementi, il Gabotto pure (La letteratura, IV, n. 9)
sostiene la paternità del Pistoia.
(3) Giornale, 13, 131-32. Il R. trova in un sonetto del Cammelli un prin-
cipio di lieve scissura fra lui e il Cosmico, onde potrebbero essere nati i Car-
mina maledica; si appoggia alla testimonianza del cod. corsiniano 44 C. 22,
che riferisce il son. 18° al Pistoia, come il magliab. VII, 877, c. 99. Giusta»
mente il ProvenzaL (Dei sonetti contro il C. attribuiti al P., in Bull. stor.
pist., Il, pp. 146 sgw.) osserva trattarsi sempre del son. 18, che è esplicita-
mente dato al C. da qualcuno che per isbaglio poteva crederlo l’autore. E
infatti il raccoglitore del cod, magliab. è il Magliabechi, che attingeva al
cod. corsiniano, donde la stessa paternità passava al marciano it. IX, 113;
come appunto ha provato il Percopo, ricredendosi su la paternità del Pistoia
(Prefazione ai Sonetti faceti di A. C., xxv-xxvi, e nello studio A. C. e è
suoi sonetti faceti, Roma, 1913. pp. 176-77). Un altro codice che porti col
nome del C. lo stesso sonetto è D, (c. 5 d), ma pare che la fonte sia sempre
la medesima. Al Pistoia, del resto, sono stati falsamente attribuiti altri so-
netti, come quelli contro il padre dell’Ariosto e altri ancora; v. PERCcOPO,
A. Cammelli, cit., p. 177 n. e 222 n.
(4) La lettera, nel cod. marciano ital., X, 74, cc. 142-44, è del 15 agosto 1708
e riporta la copia d'un sonetto del Pistoia e quello dell'A. (n. XXXIX); v. Va
in Nota bibliografica.
Pi cdietioni
PER LR LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 229
«mile che lo Zeno confondesse ì due sonetti ariosteschi con i 23
«da lui forse veduti ». Rileva, inoltre, per l’analogia che essi
hanno coi componimenti contro Niccolò Ariosti, la stranezza
che «il giovane Ludovico, se autor di questi, avrebbe imitato
«quegli strani componimenti che sì ferocemente insultavano il
«padre suo » (1).
Contro costoro e a favore dell’Ariosto portò qualche buona
osservazione il Provenzal, rilevando anzitutto da un sonetto la
differenza d’età tra il Cosmico ed il suo detrattore, molto più
giovane, come era Ludovico (2), poi dal silenzio di due codici
contenenti rime cammelliane (3) deducendo l’improbabilità che
al Cammelli appartengano i Carmina maledica.
Allo stato presente delle cose sarebbe un presuntuoso chi vo-
lesse dire l’ultima parola su la questione, la quale però, sgombra
dall’attribuzione del Pistoia (4), anche per la differenza d'età,
si presenta sempre più favorevole all’Ariosto. È da escludersi
infatti che lo Zeno sia caduto nell’errore di confondere; egli
parla di alcuni sonelti sommamente satirici e sanguinosi
contro il Cosmico, mentre i due (e non più) ariosteschi ricor-
dati e avuti nel 1708 dal Baruffaldi hanno di mira soprattutto
il Trotti e non il Padovano, chè è attaccato solo in una quar-
(1) Sono nel cod. estense a, W, 2, 11 (VI, C. 84), adespoti e ugualmente
sdespoti nel cod. sessoriano 413 Vitt. Emanuele, c. 26a sgg., sul quale v.
R Rexier, Poeti sforseschi in Rassegna Emiliana, I, pp. 15-26.
(2) Bull. stor. pistosese, II, 146-51; per la differenza d'età vedi i son. 8° e 11°.
(3) Sono i codd. della Forteguerriana di Pistoia B. 176, che ha il son. 18°
tdespoto e D 813 (codice Tonti), nel primo dei quali il Panciatichi, ponendo
ll nome del Cammelli alle rime raccolte, trascurò il nome pel son. 18°, nel
secondo omise pure il sonetto. Sul cod. B. 176 v. E. Binpi in Pievano Arlotto,
I( 11858), p. 221.
(4) Il Cian, recensendo l’edizione del Renier nella Rivista stor. ital., V,
78-80, ritornò su l'argomento per aggiungere altre notizie contro l’attribuzione
X C. e in favore dell'A.; il Percopo, come s'è detto, abbandona la tesi cam-
melliana per avvicinarsi a quella ariostesca; G. Rossi (Giornale, 80, 61 sgg.),
6. Benton: (Giornale, BB, 455- -57) ed il RENIER (Giornale, 63, 378) negano
lisslutamente l'attribuzione al Pistoia.
Giornale storico — Suppl. n° 22. 10
230 - G. FATINI
tina del primo sonetto. Come confondere quattro versi con al-
cune poesie? Nè d’altra parte è ammissibile che lo Zeno si rife-
risse alla comunicazione del Baruffaldi, dal quale aveva avuto
la copia dei sonetti (V,); chè, se così fosse, non avrebbe asse-
rito d’aver visto le poesie in un codice antico di rime di dt-
versi (forse quello stesso ricordato dal Mazzuchelli), contenente
componimenti che avevano di mira il Cosmico, non il Trotti,
mentre i due sonetti sono trascritti in due carte.
Provata, come a noi pare, l’esistenza di questi sonetti satirici
ariostei, nella mancanza del codice Zeno, è possibile identificarli
coi Carmina maledica adespoti nel codice estense? I dati cro-
nologici delle poesie contro il Cosmico sono compresi tra il 1494
(nel sonetto 22° si ricorda Ermotao Barbaro come morto e come
tali forse il Pico e il Poliziano, che d’un anno seguirono la
scomparsa del Barbaro) e il 1500, anno della morte del Pado-
vano; ma paiono più vicini al primo termine, perchè il ricordo
dei tre letterati sembra suggerito dalla circostanza della loro
recente scomparsa. Il rimatore è un giovane che, solito a scri-
vere d’amore; ha interrotto /’usato sti/ (1) (îl che, se calza per
l’Ariosto, non si può dire del Pistoia), per assalire uno che è
“già nella sua w/tima età. Di più, l’audace anonimo, insistendo
su la boria letteraria del Cosmico, su le sue presunzioni di
poeta e di dantista, ha tutta l’aria d’uno studente o, almeno,
d’un giovane studioso, che voglia per conto proprio e dei com-
pagni d’età, umiliare il saccente letterato, che probabilmente
con la sua boriosa pretesa di dittatore nel campo della poesia,
aveva mosso intorno a sè un’onda di antipatia fra i giovani (2).
(1) « Cosmico, riposar la penna intendo..... e l’interrotto stil di amor ri-
prendo » (son. XXIII).
(2) Il Giraldi (cfr. Tiraposcni, Storta, VI, III, pp. 926-27) dice che il C.
era un poeta mordace e insofferente delle altrui lodi. Nel son. 15 (1-4) si dice:
Parmi sentir che fuor la fama estende
una tua opinion, non so se è bona,
che a questa nostra età non è persona
che di compor ben versi il modo intenda.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 281
Questo giovane per più elementi pare l’Ariosto. Dal 1494 al 1500
la sua vita si svolge tra l’amore e lo studio: quello gli sugge-
riva poesie in latino e in volgare, piene di calda sensualità e
di spensierata dedizione alla bellezza e al fascino femminile,
questo lo addestrava nella conoscenza dei grandi (1), tra cui
Dante, e forse nell’arguta caricatura orale dei suoi pretensiosi
maestri, onde più tardi verrà fuori nell’Erbo/ato l’umeristica
figura del ciarlatano-medico-professore impersonato in maestro
Antonio Faentino.
Intanto nel ceto studentesco il giovane Ludovico occupava
un posto distinto, se a lui prima del 1495 era affidato il discorso
inaugurale per l’apertura dello Studio (2); perciò egli ben po-
leva unirsi ai tanti (3) che desideravano di colpire il Cosmico
, lella sua vanità letteraria e cattedratica. Si ricordi che nei
° sonn. {°, 13°, 18° s’insiste, come nel 1° sonetto al Trotti, su l’ac-
cusa di sodomia; che nel son. 7° il suo Rome è unito, con una
volgare espressione, a quello di Alfonso Trotti, qui infamato per
la stessa bruttura che l’Ariosto gli rinfaccia nei due noti s0-
netti, in uno dei quali il Cosmico appunto figura come il suo
maestro di simili lordure; che nel son. 16° il Padovano è aspra-
nente ripreso per il cambiamento del nome, indottovi da va-
| Nità e da avversione al cristianesimo: rimprovero, meno vivace,
| na sempre pungente che Ludovico muove al Cosmico nella Sa-
| lira VI, 60-66; che, infine, in tutti i componimenti par di sen-
i tire un'eco della invettiva poetica contro Niccolò Ariosti, la
fe AZ i nr
—.—P
(1) Per la cultura latina e volgare dell’A., oltre il Carpucci, XV, v. G. Ber-
ton, L'Orl. Furioso, ecc., cap. I e JI della parte 1, e una mia recensione
rgli Studi del Salza, in Giornale, 67, 421-23.
(°) Vedi Per la biografia di L. A. - Memoria di F. Torkaca (estr. dagli
dii R. Accad. di Napoli, N.8., v. VII, 1919) pp. 4-9.
(3) Son. 10 (vv. 1-4):
Io sento fabricar tanti sonetti,
tanti versi latin ch'è meraviglia;
ognun che sa parlar l’impresa piglia,
Cosmico, di scoprir i tuoi difetti.
232 G. FATINI
quale non poteva essere ignorata dal figlio (1). Anzi, avendo
essa il carattere d’un violento sfogo personale, ammantato col
malcontento del popolo, a noi fa sorgere il dubbio che i Trotti,
i quali, vedi caso!, presero il posto di Niccolò, appena cancel-
lato dall’ufficio di Giudice de’ Savi, non siano stati estranei a
quella velenosa campagna; e siccome la potente famiglia godeva
tutte le simpatie del Cosmico, che le era stato caldamente rac-
comandato dai Gonzaga nel fuggire da Mantova, non è impro-
babile che la famiglia Ariosti credesse o sospettasse, magari a
torto, che i Trotti si fossero serviti dell'arma poetica dell'amico
rimatore, che, come si vanta nel 4° sonetto, nonostante le in-
vestigazioni di Niccolò, riusciva a mantenere l'incognito.
Vera o no questa supposizione, a Ludovico nella sua prepo-
tente giovinezza si presentò il destro, cercato o fortuito, di at-
taccare il Cosmico con lo stesso accento e con lo stesso numero
di componimenti e metro che aveva usato l'anonimo detrattore
del padre; il grossolano richiamo del Trotti nel son. 7°, di
quello stesso Trotti che nei due sonetti ingiuriosi l’Ariosto ac-
compagna al Cosmico, potrebbe essere un indizio del motivo
personale che avrebbe spinto Ludovico a colpire l’amico della
famiglia avversaria ai suoi: motivo abilmente nascosto nella im-
personalità dell’autore, che, giovane amante dello studio, si scaglia
in nome dell’arte e della morale contro di lui.
Qualcuno avrà difficoltà ad ammettere nell’Ariosto la capacità
di trattare l’arma satirica con tanta disinvoltura quando egli
(1) Risalgono, è vero, al 1487-89, ad alcuni anni prima dell’invettiva contro
il Cosmico, ma chi può mettere in dubbio che quella sanguinosa sferzata al
padre non producesse una profonda ferita nella carne del giovane figlio? Mi-
chele Catalano gentilmente mi comunica che una cronaca scritta da un cor-
tigiano di Ercole annotò che nei giorni 9, 10 e 15 giugno 1487 furono ritro-
vate varie poesie (attaccate alle porte del Palazzo ducale, del Duomo e di
alcune chiese di Ferrara) «in grandissima vergogna e obrobrio de Nicolò di
« Ariosti... e non se potè intendere lo autore e scriptore ». Però il cronista
o allude ad alcuni dei sonetti noti (i sonetti 20-28 sono posteriori al 1487)
o allude a poesie che non cì sono pervenute.
_- _ =" — Das
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 238
stesso confessa nelle Salire la sua modesta preparazione di
quegli anni. Ma l’elegia in morte di Eleonora d'Aragona, scritta
nel 1493, le liriche latine delle quali non poche vanno dal 1494
al 1500, e con le quali certo s'accompagnano poesie in volgare
che a noi sfuggono, palesano in lui non mediocre abilità nel
servirsi del volgare per colpire aspramente un avversario. I so-
netti, d'altronde, paiono composti su la falsariga di altri della
stessa natura, appartenenti al Pistoia (1) e di quelli diretti a
Niccolò Ariosti: segno che il giovane ha imitato un po’ troppo
da vicino più per inesperienza artistica che per altri motivi;
allo stesso modo che i crudi latinismi (2) dimostrano che il gio-
vane non ha ancora superato il periodo della preparazione cul-
turale (3). Tutte circostanze queste che, congiunte alla notizia
dello Zeno, ai richiami dei sonetti contro il Trotti, aumentano
la probabilità che all’Ariosto appartengano questi Carmina ma-
ledica, già falsamente attribuiti al Pistoia.
Nell’edizione del 1766 il Barotti aggiunse due gruppi di ottave:
Un non so, ch'io non so ben se rio (10 ottave)
Se voi, Madonna, già mas più veduto (12 ottave)
(Fram. III, X).
Il primo gruppo, che fece già parte del Furioso nella edi-
(1) Vedasi nell'edizione PeRcoro il gruppo dei sonetti contro il Refrigerio
il Bellincioni, il Cinzio, il Sasso ed altri (sonn. CIII-CLXX).
(2) Scelesto (son. 3°, 8°), unde (8°), previsti, consuluisti, vespertil (9°), fura,
nefario (12»), amplo (18°), scelerità (20°), subietto (23°), ecc.
(3) L'autore stesso, non importa se ironicamente, fa capire che è quasi oscuro
(15°), per quanto il suo nome possa essere ben noto al Cosmico come negro-
mante, L'affermazione del son. 4° che egli ha « già mille volte dispensato »
Dante, non va intesa nel senso che abbia esposto la Comedia, perchè è una
voluta esagerazione per batter meglio la pretesa dantofilia del Cosmico: chè,
e l'A. fu uno studioso dell’Alighieri, non ne fu mai espositore pubblico. A
chi obiettasse poi la stranezza del silenzio dei contemporanei su questi com-
Ponimenti e sul nome dell’Ariosto, non è necessario rispondere che VA. era
tn giovane ancora poco noto, perchè il carattere di questi velenosi compo-
nimenti consigliava l’autore a tenersi nascosto. Si seppe allora e si sa oggi
chi fa il detrattore di Niccolò Ariosti?
234 G. FATINI
zione del 1516 come esordio del canto XXXV, abbandonato dal-
l’autore nella seconda e terza edizione del poema (1), fu accolto
dal Barotti tra le Rime ariostee, accanto al più lungo frammento
su la storia d’Italia (Fram. I, II).
Come codesti frammenti, così conviene riunire nella presente
stampa tutte le stanze che dalle due prime edizioni del Furioso
l’Ariosto non giudicò degne di entrare in quella che fu la re-
dazione ultima dei suoi canti. Sono:
La stanza 75* del canto XXVI (2) (edizz. 1516, 1521):
Il re il primo figliuol che poi gli nacque
(Fram. IV);
che l’A. volle più tardi sopprimere perchè il racconto dell'ostiero
era già concluso con la strofe 74°.
La 34» del c. XXXII (1516, 1521):
Fece pensiero in campo tre a trovarlo
(Fram. V).
che venne lasciata (3) nell’ediz. ultima perchè sostituita con
la 32* del c. XXXV.
La 112* del c. XXXIX:
E tanto se gli diede, et egli tanto
o (Fram. VI);
soppressa nella stampa del 1532 forse perchè appariva esagerata
(1) L'esordio, precedendo la descrizione del duello tra Rinaldo e Ruggero,
quando essa passò alla fine del c. XXXIV,89-90 dell’edizione 1521 (== XXXVIII,
89-90, ediz. 1532) e fu proseguita nel canto seguente (XXXV, 2 sgg.), non
aveva più ragione di rimanere; l’ott. 10 del frammento è, con qualche modi-
ficazione, la 882 del c. XXXVIII: mentre si accresce d’un’ottava (la 1)
il XXXV (ediz. 1521), che con la 22 riattacca alla 13* del XXXV del 1516,
essendo le 11-12 passate al XXXIV, 89-90.
(2) Nella ediz. 1532 dovrebbe trovarsi nel c. XXVIII, 74 bis.
(3) L’ediz. 1532 fonde le ottave 32-34 dell’ediz. 1516 e di esse le 32-33
ritornano nel c. XXXII, 47-48.
PER LB LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 285
e inopportuna la morte di Adonio attribuita all’eccessivo con-
giungimento con la donna bramata (1).
Le ottave 5* (vv. 5-8), 7* (1-4), 10-11» del c. XL trascurate
nel rimaneggiamento (2) fatto di tutto l’esordio, prima nel 1521,
poi più profondo nel 1532; e dello stesso canto le ottave (3) 642
e 71°.
O bella compagnia che mi raccoglie
Mario Equicolo è quel che gli è più appresso
Ecco Antonio Fulgoso, ecco Latino
Al Sasso, al Molza, al mio cugin far festa
Qua con molta arte e con più forza lotta
Vedesi altrove che non pur conserra
(Fram. VII).
L'Orlandini riportò in nota due ottave:
Ma tu gran Padre, che esser dèi il primiero
Non ti diede a portar Dio questa verga .
(Fram. VIII)
(1) Le ottave 112-13 delle edizz. 1516 e 1521 passano nella èdiz. 1532.
alla 116 del c. XLIII, che riproduce meglio la 113 che la 112.
(2) Nella lunga enumerazione degli amici e letterati che l'A. finge raccolti
alla spiaggia per il suo ritorno dal viaggio cavalleresco egli portò modifica-
zioni anche nella edizione 1521, ove accanto all’Equicola della ottava 7 pose
Niccolò Tiepoli, Niccolò Amanio e il Bosso Cremonese (ott. 8) col Vida e ag-
giunse (ott. 11) il Molza; ma una più profonda trasformazione portò nell’ediz.
ultima, ove le 9 stanze della prima edizione diventarono 17; in questo cam-
biamento non trovarono più posto i vv. 5-8 della ott. 5 (16, 21) coi nomi di
molte donne, troppo genericamente indicate, i vv. 1-4 della ott. 7 con l’elogio
dell’Equicola, menzionato più brevemente nella ott. 14 (XLVI), le ottave 10-11
ampliate nelle ottave 12, 18, 14, 15, 16, 18.
(3) La prima fu soppressa forse perchè nell’elogio di Ippolito stonava l'esal-
tazione della forza; la seconda perchè implicitamente sminuiva i meriti di
Alfonso, tuttora vivente, mentre Ippolito era morto da parecchi anni.
236 G. FATINI
che egli prese dal Primo Secomdo et terzo Libro del Capriccio
di Jachetto Berchem, Con la Musica da lui composta sopra le
stanze del Furioso novamente stampati et dati in luce all’ill.
et eccell. Duca di Ferrara a quatro voci Con Gratia et Privi-
leggio. In Venezia, Appresso di Antonio Gardano 1561 (pp. 66-67
del Terzo libro). Autentiche le altre ottave ivi in buon numero
riferite (1), non c’è ragione perchè si debbano rifiutare le nostre
due, che il Poeta s’indusse a sopprimere in seguito alla morte
di Giulio II e alla elezione di Leone X, al quale più adatto si
presentava l’invito a donar pace all’Italia (Furioso XIV, 79),
mentre veniva meno l’opportunità del rimprovero al battagliero
pontefice, scomparso dalla lotta e dalla vita.
Da A, riportiamo l’ottava:
Dirò un’altra ragion: poniamo vegna
(Fram. IX)
che l’Ariosto sostituì poi con la 104* del canto XXXII, cancel-
landola nella carta (2) e trascrivendo invece quella che oggi
leggesi nel Furioso e che per concetto non è molto diversa.
L’altro gruppo pubblicato dal Barotti (Fram. X) aveva già
visto la luce per il Modanese nell’Erbolato e dal Pitteri in poi
era comparso in quasi tutte le edizioni; a torto considerato
un primo abbozzo del lamento di Bradamante, al quale invece
prestò parte di se stesso (3), non può essere tenuto come
(1) Sul libretto v. G. Fumagatti, Op. cit., pp. 322 sgg. Sono 92 ottave del
Furioso messe insieme; il libretto di cc. 48, in 4° bislungo, è chiuso da una
Tavola coi capoversi delle ottave.
(2) Vedi A, in Nota bwbliografica.
(3) Primo il Barorti nell’ediz. 1766 (non in quella del 1745, come scrive
il PoLIporI, I, 824) osservò che « molte di esse migliorò il P. e l’inserì nel
« Furioso, XXXXV, 33. In sostanza altro non sono che i Primi abbozzi del
« lamento di Bradamante ». Il PirazzoLi (Giornale, 45, 324 sgg.) con acconce
considerazioni ha rilevato l’errore in cui ad una prima lettura è facile cadere,
mettendo in relazione le ottave col Furtoso, le quali « sono un componimento
«a parte, una ‘rima’ che non ebbe al suo nascere la minima intenzione di
« suonare la tuba, ma un giorno, un buon vento... lo portò in alto » (p. 327).
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 287
un apocrifo raffazzonamento del passo del Furioso, non solo
perchè molto probabilmente gli è anteriore, ma soprattutto per
l’esplicita testimonianza, oltre del Coppa (1), dei mss. (2) R.,
H e B,; il quale ultimo attinge ad un rarissimo opuscolo popo-
lare che ci porta a discutere d’un altro, ben più numeroso,
gruppo di ottave attribuite all’Ariosto stesso.
Donne gentil, ch'a maraviglia belle
E più beato chi per lei sospira
(Fram. I).
- L’opuscolo è intitolato: Stanze amorose sopra gli horti delle
donne et în lode della menta. La caccia d'amore del Bernia (3).
Quarantadue stanze in materia d’amore nuovamente ritro-
vate e con diligenza corrette, e di vaghe historie adornate
e date in luce in Venetia, 1574, in 12° (con figure in legno),
carte 46. Le quarantadue stanze sono divise in due gruppi,
c. 37 a-39 db: Stanze del Dottissimo M. Lodovico Ariosto nobile
ferrarese (le 12 che costituiscono il 10° frammento); cc. 400-46 a:
Trenia Stanze Amorose nuovamente ritrovate, ne per la-
dietro date in luce; dopo, a c. 46 a: Il fine. |
(1) Il Coppa nel frontespizio dell’Erbolato dice « con alquante stanze del
« medesimo, nuovamente stampate », e in testa alle ottave « Stanze del Dot-
« tissimo M. Lodovico Ariosto », alle quali forse si riferisce il privilegio già
ricordato, del D’Asola (v. p. 149), o l’altro dei 27 dicembre 1544, col quale il
Consiglio dei X concede licenza fra altre opere « per le stanze novamente
« trovate di Messer Ludovico Ariosto » (Arch. Stato Venezia, reg. 33, c. 168 a,
Senato Terra).
(2) I mss. R}, H riportano soltanto le prime 8 stanze, che D. Carbone pub-
blicò come inedite nel 1872 (Rime tnedite dei Quattro Poeti..., Roma, Bar-
bèra); sono le sole che non compaiono, come le rimanenti cinque, più o meno
trasformate nel Furioso del 1532.
(3) Le stanze amorose sopra gli horti delle donne sono del Tansillo (Z2
Vendemmiatore); quelle in lode della menta sono contrastate dal Tansillo,
dal Franco e dal Marcolini, al quale ultimo, secondo il Cian (Giornale, 24,
412), apparterrebbero; la Caccia d’ Amore del Bernia è d’incerto, secondo
G. Fumagatti (Op. cit., p. 248). Le copie da me viste sono nella Trivulziana
e nella Palatina di Parma (B,). i
238 G. FATINI
Dalla dicitura del frontespizio, che indica tutte insieme le
42 ottave (1), sorge il dubbio che il raccoglitore abbia inteso
riferirle ad un solo autore; e, siccome le prime 12 apparten-
gono sicuramente all’Ariosto, se ne dedurrebbe che a lui spet-
tino pure le altre. È vero però che nel testo i due gruppi sono
tenuti distinti; è vero ancora che solo le prime portano in testa
l'esplicita paternità ariostea. Ma se la mancanza del nome può
dipendere dal raccoglitore che non abbia sentito il bisogno di
apporvelo una seconda volta perchè immediatamente seguenti
alle altre ben designate (2), il distacco potrebbe derivare e dalla
diversità dell'argomento e dal fatto che non per tutte ma solo
per le 30 era esatta la dicitura « nuovamente ritrovate, ne per
« ladietro date in luce »; onde al raccoglitore poteva apparire
necessaria la distinzione dei due gruppi con differente didascalia,
ma non la ripetizione del nome.
D'altra parte i numerosi mss. e le non meno numerose rac-
colte liriche che abbiamo esaminate (3) non ci hanno offerto
altro nome cui riferirle; onde per il contenuto che ha qualche
concomitanza col Furioso (4), per la fattura elegante e lo spi-
rito gentile che le pervade, non sconvenendo all’Ariosto, osiamo
prudentemente, per non dire timidamente, attribuirle (5) al can-
tore delle bellezze d’Alcina, non senza nasconderci che altri,
(1) Anche le bibliografie conservano l’unità delle 42 stanze; così il Melzi
il Grisse; solo il Brunet, dopo «la caccia d’Amore del Bernia » scrive « et
« altre Stanze di diversi autori ».
(2) Del resto, il nome dell’Ariosto è trascurato perfino nel frontespizio.
(3) Nulla, p. es., nelle Stanze di diversi illustri poett nuovamente raccolte
da M. Lopovico Dotcr, Vinegia, Giolito, MDLIII; nulla nelle ristampe
del 1556, 1558, 1560.
(4) Cfr. ott. 24-25 con Furioso, VII, 11-15; ott. 26 con la canz.I, ott. 29
col cap. XIII.
(5) Anche il copista di B,, trascrivendo in una edizione di Rime dell'A.
dalla raccolta del 1574, solo le cose ariostesche e tra queste le trenta stanze,
lascia pensare che riguardasse l'A. come l’autore pure di quelle. Non si trascuri
poi che l'A. dichiara più volte di voler parlare in lode delle donne; v. Fu-
rioso, XXVII, 122-24; XXXI, 1-3, ecc.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICU ARIOSTO 2839
più fortunato nelle sue ricerche, possa raccogliere elementi de-
cisivi in favore o meno della paternità ariostea.
Qualcuno nel vedere codesto gruppo di ottave, sia pure fra
le liriche dubbie, potrebbe domandare perchè non ci si comporti
ugualmente con altre dieci stanze « in lode delle bellezze d’una
donna »:
Chi dira mas di quel bel oro ardente
(Fram. I?)
che Giulio Ferrarese (1) pubblicava nei primi decenni del Cin-
quecento insieme col notissimo capitolo VIII.
La risposta è data, secondo noi, dal frontespizio stesso, nel
quale non ci pare possibile equivocare su l’estensione del nome
dell'Ariosto, che il Ferrarese, se a lui avesse inteso riferire gli
altri componimenti, non avrebbe in un opuscolo di 4 carte li-
mitato al solo capitolo tanto nel frontespizio quanto nel testo.
Certo è per lo meno curioso che il raccoglitore nella didascalia
del capitolo scriva Capitolo Primo di M. Ludovico Ariosto,
quando a quel Primo non seguono che le ottave in questione,
di fattura, se vogliamo, elegante, e di argomento che non disdice
all'Ariosto (2) e la popolaresca Canzone dell’Ortelano che nes-
suno poteva gabellare per merce ariostea.
Nella Vita del Baruffaldi furono integralmente o parzialmente
riportate le poesie:
Ecco, Ferrara, il tuo ver Paladino
Doppo mio longo amor, mia longa fede
Fingon costor che parlan de la morte
(1) V. pp. 143-44.
(2) Si confrontino con altre ottave del Furioso, VII, 11-15, VIII, 36-37,
I, 11, XI, 66-71, ecc., e per l'argomento come per la fattura cogli Stram-
Metti raccolti da Ipp. Ferrarese nel citato opuscoletto Sonetti e Strambotti,
del 1537.
240 a. FATINI
Quel fuoco ch'io pensai che fuss’estinto
Dove vai, Melibeo, dove sì ratto
Quando sl sol parte e l’ombra sl mondo copre
(son. XXXVIII, canz. III, mad. X, XI, egl. I, canz. III?).
Girolamo Baruffaldi iunior ebbe le prime quattro poesie dal-
l’erudito Morandi, che le aveva trovate « tra gli scritti di mon-
« signor Beccadelli »; nella dispersione subita dai preziosi co-
dici del colto prelato non è facile rintracciare la fonte donde il
Morandi trasse la copia per il Baruffaldi (1); giacchè non è certo
che essa sia il prezioso B, della Palatina di Parma, non tanto
perchè in questo trovasi un secondo sonetto, inedito, dell’Ariosto,
quanto per la lezione un po’ diversa. Così molto probabilmente
le quattro poesie edite nel 1807 avrebbero una duplice testimo-
nianza d’autenticità, la quale, anche se ridotta al solo B,, si
appoggerebbe sempre su solida base. Questo codice, intitolato,
Raccolta di poeti italiani (2), è una copiosa silloge di liriche
che il Beccadelli raccolse dai contemporanei, forse con l’inten-
zione di pubblicarle. Chi consideri il posto che nella critica dei
testi, nell'amore dei libri, nella passione di raccogliere, compete
al dotto prelato (3), non potrà negare valore al ms. di cui si fa
parola; delle poesie ariostesche poi non è improbabile che egli
divenisse possessore, ricevendole dagli amici o dai parenti dello
stesso poeta. Una prova poi dell’autorità del codice è data non
solo dalla cura e dall’esattezza dei componimenti riferentisi ad
altri, per ciascuno dei quali il Beccadelli dà o ripete il nome
(1) Parte dei mss. beccadelliani andarono dispersi in varie biblioteche ita-
liane (Parina, Bologna, ecc.), parte in biblioteche straniere (come Oxford),
parte fra privati, come i Sassoli di Lucca; cfr. V. Cran, Un decennio, p. 17.
(2) Nei Monumenti di varia letterat. tratti dai mss. di Monsig. L. B.,
Bologna, 1797-99, dovuti al ricordato Moranpi, si ricorda al n. 44 (I, 77)
una Raccolta di poesie di diversi insigni Poeti del sec. XVI, in tomi 2,
la quale non si può identificare con B, (un solo volume), e al n. 48 un’ Altra
Raccolta di poesie ital., ma spirituali. i
(3) Vedi i cit. Monumenti e V. Cian, nella N. Antologia, 1° luglio 1901,
pp. 90-91.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 241
o la dicitura Eiusdem, sì bene dall’autenticità delle altre poesie
ariostee ivi riportate (1). Perciò non crediamo che sia il caso
di dubitare delle rime edite dal Baruffaldi, nè, per lo stesso
motivo, del sonetto (XXXIV)
Privo d’ogni mio ben sto pur fermato,
che frammisto al gruppo ariostesco (2) e preceduto dalla dici-
tura EFiusdem, come gli altri componimenti, tranne il primo
portante la didascalia De l’Artosto, sfuggi al Morandi (3), se
pur B, è il ms. a lui noto, oppure rimase ignorato ai raccogli-
torì di liriche ariostee.
Il primo (son. XXXVIII) inoltre ha un sostegno alla sua pa-
ternità nel fatto storico cui s’ispirerebbe (4); la canzone III e
il madrigale X, i quali non hanno dal primo editore in poi pro-
vocato alcun dubbio (5), sono adespoti, come tutte le altre poesie,
compreso il notissimo capitolo sulla «lucerna » (VIII), in N,
e la canzone anche nel cod. K (6); la quarta poesiola, anch'essa
un madrigale, meno fortunata per avere, a causa della sua me-
(1) Sono la canz. IV, sonn. XVII, XIV, IX, XII, capp. VIII, XXII, su
l'autenticità dei quali v. pp. 198 sgg., 185-86, 122-23, 214-15.
(2) Si noti ancora che i componimenti ariostei sono raggruppati; il primo
grappo è di nove (pp. 2-8), il secondo di tre (pp. 49-50).
(3) Il Morandi, dato che B, sia la sua fonte, trascurò il sonetto forse per
una svista, confondendolo con rime già stampate, in mezzo alle quali si trova
nel ms.; tale congettura non è da escludersi anche perchè il sonetto è tra-
scritto dopo una canzone e quattro sonetti dell’Ariosto che si trovavano già
nelle comuni edizioni.
(4) BarurraLpi, Vita, 179; v. pure le Opere minori, scelte e commentate
a cura di Giuseppe Fatini, Firenze, Sansoni, 1916, pp. 307-08.
(5) Solo il Barone (Giornale, 565, 309) ha notato che sul madrigale esi-
stono fondati dubbî, perchè nelle carte beccadelliane vengono attribuiti all’A.
« scritti con certezza non suoi »; è vero che subito dopo si contradice, ri-
guardandolo come autentico; è vero pure che delle carte beccadelliane, almeno
di B,, mostra di non aver conoscenza. Ma forse il suo sospetto vuole riferirsi
al solo madrigale XI, incerto per il Carducci, sul quale vedi qui sotto.
(6) Vedi Nota dibliografica; il compilatore di K avverte però che è fra
le rime dell'A.
242 G. FATINI
schinità, suscitati i sospetti del Carducci (1), è una mediocre
imitazione d’una lirica del Petrarca (LV), che poco guadagna in
valore anche dalla migliore lezione del ms.
Dell’egloga che fu fatta conoscere parzialmente dal Baruffaldi,
di su una copia favoritagli da Francesco del Furia, sì occupò
il Fermi, il quale, illustrandola, nella sua parte storica e lette-
raria, ebbe occasione di darne la bibliografia e di sostenerne
l'autenticità, suffragando la testimonianza, autorevolissima (2),
di N,, l’unico ms. che abbia conservato la poesia, esplicitamente
riferendola all’Ariosto (£g/0ga de ms. lodouico Ariosto), con
evidenti relazioni col Furioso (3). Qualche dubbio può sorgere
per il differente giudizio che su la congiura del 1506 e sui con-
giurati Ludovico ha espresso nel poema; ma se nell’egloga, che
forse era destinata alla rappresentazione, egli ha colorito un
po’ vivacemente la scena, calcando le tinte anche sui personaggi,
per obbedire così all’impressione immediata del fosco tentativo
contro Alfonso e Ippolito, nel Furioso, a mente calma, lungi
dalla preoccupazione di compiacere alla corte o all’opinione
pubblica, dopo tanto tempo che una grave espiazione pesava
sui due disgraziati estensi, protagonisti della congiura, è umano
che egli invochi quella pietà che, al momento della scoperta
della congiura, per più ragioni, non poteva ammettere: la dif-
ferenza dunque proviene dal diverso stato psicologico del poeta.
Dal Baruffaldi in poi molti, prendendo per dimostrato ciò che
il Baldelli aveva fugacemente asserito (4), nel dare notizia della
canzone III° ‘da un codice del Varchi, ne hanno creduto autore
(1) Opere, XV, 29 n.; i dubbî del C. diventano, a torto, certezza per ìl
PirazzoLi (Gtornale, 48, 135 n.) e per il Barone (art. cit., 309 n.).
(2) Per le poesie ariostesche ivi riportate v. p. 194 e Nota bibliografica.
(3) Di um'egloga di L. A. e della sua allegorta storica, in Ateneo veneto,
XXV (1902), I, pp. 290-327; per la congiura v. A. Luzio, I_sadella d’ Bote
nelle tragedie della sua casa (1506), in Atti e Memorie della R. Accademia
Virgliana di Mantova, N. S., V, P. I, 1912 (estratto). Cfr. col Fuesoso,
VIII, 20; XIII, 70 per i vv. 5-9, 253-6; XLV, 39 per i vv. 22931.
(4) Rime di messer Giovanni Boccacor, Livorno, Masi, 1802, xvm-x1x e 205;
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 243
l'Ariosto, non tenendo conto nè dei dubbi già mossi dal Poli-
dori (1), nè di certi passi della poesia che avrebbero dovuto
almeno rendere più cauti i critici (2); anzi l’autenticità era
tanto più calorosamente affermata, senza nuovi argomenti,
quanto più da quei versi traevasi modo di arzigogolare sugli
amori dell’Ariosto per una Madonna Ginevra (3).
Eppure la voce cui raccomandavasi l’autenticità era ben de-
bole, nè acquista oggì maggior credito, anche se al codice del
Baldelli, fatto conoscere dal Salza, che ampiamente discusse su
la falsa attribuzione della canzone (4), a noi è dato aggiungere
altri due mss., che riferiscono la poesia all’Ariosto; perchè uno,
R,, riporta in testa alla canzone, nel codice originariamente
adespoto, îl nome dell’Ariosto messovi da mano recente e con
un significativo punto interrogativo (5); un secondo, il trivul-
ziano, n. 1037, del sec. XIX, (35 a-36 a) è una copia (6) del
il B. si limita a dire che il codice è del Varchi e comprende « molte e leg-
« giadre rime de’ suoi contemporanei e di lui, alcune del Boccaccio, ed una
: Canzone Pastorale dell’ Arsosto, che non ho veduta fra le stampate ».
(1) La inserì fra le dubbie, avvertendo che era già stata stampata nel Cin-
quecento dal Doni e dal Giolito e che per molti richiami gli pareva vedervi
la paternità del Varchi (I, 465 n.).
(2) Al v. 16 il poeta accenna a « l’iniqua mia matrigna e ’1 padre avaro »,
frasi che, se non sono frutto di fantasia poetica, non possono riferirsi al-
l'Ariosto; al v. 36 s’allude alle nozze di Zola: di Ercole o di Alfonso ? Del 1°
no, perchè avvenute nel 1479, dell’altro neppure, perchè nel 1502 l’A. non
avrebbe potuto dire di sè che « non sapea quasi gire alla cittade ».
(3) Cito fra i tanti il Barurracpi, Vita, 148, il Mazzucaetti, I, 1081,
il Morini (ediz. 1824, p. 733), che erroneamente osserva avere il Baldelli
‘ provato che è dell'A. »; il Dr GuseRNaTIS, L’Ariosto, Roma, Loescher,
1906, pp. 144-46; il Pirazzoti (Giornale, 48, 142); vedi pure G. UziELLI,
Fasroni, Parpi, tutti citati dal Sauza, Studi, pp. 110-12.
(4) D'una canzone pastorale attribuita a L. Ariosto e tmitata da
G. B. Marino, nel Giornale, 56, pp. 339-60, 452-55, riprodotto poi in
Studi, pp. 101 sgg.
(5) L’annotazione del sec. XIX deriva, forse, da una stampa posteriore al
Baraffaldi; la stessa attribuzione è in una nota del catalogo della Universi-
taria di Bologna, sotto Poeste Pastorali.
(6) A piè della poesia si avverte però che la canzone trovasi stampata nei
Marmi del Dow; vedi sul codice trivulziano il Catalogo del Porro (p. 353).
244 | G. FATINI
marchese Trivulzi, che raccolse nel ms. varie poesie del Varchi,
forse dal codice fiorentino citato dal Baldelli, nel quale ultimo,
come avverte il Salza, l'attribuzione, incerta, ne presuppone
un’altra (1).
Probabilmente l’origine di questa attribuzione, più che alle
note del Sansovino e del ‘Turchi, riguardanti l’amore ariostesco
per una Ginevra (2), devesi a due opuscoli del Furlano e del
Ferrarese, che portando il titolo Stanze tramutate dell’ Ariosto,
con una canzone bellissima pastorale e Stanze trasmutate
dell’Ariosto con vna bellissima Canzone et altre cose pasilo-
rale (3), ecc., si prestavano a questa interpretazione. Chi senza
esaminare i due rarissimi opuscoli, nel cui testo la canzone è
adespota, si fermi al frontespizio, è tratto a sospettare che pur
la canzone appartenga a Ludovico; ma il sospetto svanisce ap-
pena si pensi che le Sfanze sono una contraffazione di ottave
del poema (4) e che il cerretano non avrebbe a niun costo tras-
(1) Studi, 119; il nome dell’A. « è scritto in sostituzione d’un altro che
< prima vi era e che fu raschiato in modo da lasciare intravvedere appena
« qualche lettera del cognome De...ats ».
(2) Vedi pp. 188-89.
(3) Il primo opuscolo, a cura del Furlano, nel 1545, moto al Boxe (II, 36),
è irreperibile; v. Salza, Studi, 115-16; il secondo, per Leonardo detto il
Furlano et il Ferrarese compagni, MDXLV, fu da me descritto, di su una
copia della Melziana, nelle Cursosità artostesche, 9-10. Anche il Bonei
(II, 36 n.) cadde nell’errore di affermare che la canzone « fu attribuita all'A.
« in uno dei primi opuscoli ciarlataneschi ».
(4) Ci sono due travestimenti del Fursoso, XXVII, 117-21, XLIV, 61, sui
quali v. le mie Curiosità ariostesche, 10-11 e 21-22, ove riporto il secondo
travestimento (8 stanze), che fu riprodotto, dopo di me, anche da L. Frati nel
Giornale, 69, 422-23; il quale ha dallo stesso codice riprodotto nelle Rime
inedite del Cinquecento (Bologna, 1918) il madr. VIII (p. 91) come dell’Amanio;
le ottave « Perugia a Papa Pavolo », di cui feci cenno a p. 209, e, adespoto,
il son. VII, che ha la seguente nota: « Il sonetto del Ginebro non son certo
< che dica così a ponto com'’io l’ho scritto; ma lo saprò più per agio e lo
« corregyere[te] in tanto servitevene così come gli è... me’ ancora che son
« tutto vostro e rac[comandatemi] a "1 vostro gentiliss. m. Gregorio ». Il co-
pista non attribuisce dunque a questo Gregorio nè le ottave nè il sonetto,
contro quanto dubitai a p. 209.
Ò
ie
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 245
curato il nome dell’Ariosto in testa alla poesia, se questa fosse
stata sua o l'avesse voluta attribuire a lui. Cade con ciò ogni
dubbio su la presunta paternità ariostea e crollano così tutti i
castelli in aria che dal Baruffaldi al De Gubernatis erano stati
costruiti su la base della canzone, disputata da tanti autori
nello stesso Cinquecento in modo che riesce quasi impossibile
oggi scegliere a chi dare la preferenza. |
Mentre due raccoglitori di rime del sec. XVI (N,, N,), in com-
pagnia dei cerretani Furlano e Ferrarese, la riproducevano
senza nome (1), il Giolito per due volte la stampava sotto il
nome di Giulio Camillo Delminio (2), cui la riferisce anche un
ms. laurenziano (3); ad un Gonzaga, forse Luigi, oltre da N,,
ricordato dal Salza, viene attribuita da un anonimo annotatore
del Cinquecento, in una copia del Secondo Libro della raccolta
giolitina (4); il Ruscelli asserisce che molti la credevano del
Fracastoro, ma a torto, soggiunge, perchè « è d’autor Bresciano »,
il cui nome però è da lui taciuto (5). A questi contendenti si
possono aggiungere e l'Epicuro (6), e il Sannazzaro (7), e Jacopo
(1) Vedi Nota bibliografica.
(2) Rime di diversi nobili ecc., Giolito, 1547, p. 150; nella ristampa
del 1548 è a p. 146.
(3) La poesia porta in fine le parole Iu. Ca., che evidentemente signifi-
cano Giulio Camillo; è il ms. laurenz. Asbh. 1297 (1223), c. 7a-8a, dei
secoli XVI, XVII.
(4) È una copia dell'Estense; in margine l’annotatore ha scritto L. G. che
pere meglio indicare Luigi Gonsaga che Lelio Giraldi, quel Gonzaga che
fore è ricordato in Furioso, XXXVII, 8-9; v. p. 187, n. 1.
(5) Nelle Rime di diversi eccellenti autori bresciani, nuovamente raccolte
d mandate in luce da G. RusceLLi, Venezia, Pietrasanta, 1553, pp. 225- 29;
Il passo è riportato dal SaLza, Studi, 117 sgg.
(6) In N; l’intestazione è: Epicuro, anzi il s. l. Gonzaga; può essere
anche una svista del copista, corretta a tempo.
(7) Con questo nome nel ms. C. 219 della Bibliot. Forteguerriana di Pi- ,
ttoia, una miscellanea di rime (f. 31), per la quale v. MazzatintIi, Inven-
lari, I, p. 258, n, 152.
Giornale etorico — Suppl. n° 22. 16
246 @. PATINI
de’ Servi (1), e il Varchi (2); e forse anche un certo Timoteo
Corbellario Alessandrino (3); ben nove rimatori dunque, senza
contare l’Ariosto, che ormai va definitivamente escluso, aspirano
alla canzone (4). |
Il Molini nella prima ediz. del 1822 pubblicò il son. XXXVII
‘e il madrigale I!:
Lassi, piangiamo, cimè! che l’empia morte
Madonna, qual certezza.
Fanno parte d’un gruppetto di poesiole, conservateci in Ni,
. (1) A lui la riferisce il Doni nei Marmi (Venezia, Marcolini, 1552-53),
nel 6° ragionamento della 1% parte; si ripete nella edizione del 1609 (Ve.
nezia, Bertoni, p. 44), nelle Poeste pastorali e rusticali, Società Tipogr.
de’ Classici ital.,, Milano, 1808, pp. 84-87, nella Raccolta di Lerici ital. dal-
l'origine della lingua sino al sec. XVIII, compilata da Rosustiano GIRONI,
Milano, Società Tipogr. de’ CI. it., 1808, Serie II, n. 170. Jacopo de’ Servi
è un cieco improvvisatore, vissuto al tempo di Leone X; il Sarza (Studi,
112-14), riportando il passo del Doni, propende per lui; ma anche questa
affermazione (come altre) del bizzarro cinquecentista non mi pare che meriti
troppa fede.
(2) Al Varchi pensa il Polidori per molti riscontri con poesie sue, i quali
riscontri il SaLza (Studi, 122-283) spiega però « come ripetizioni di nomi e
« di motivi della poesia idillico-pastorale », e crede che, se il Varchi « non la
« rivendicò a sè » nei suoi Componimenti pastorali (Bologna, Salvetti, 1576),
« gli è perchè non era roba sua ». I fiorentinismi che il Polidori ha trovati
nella canzone sono elementi infidi, perchè possono derivare anche dal copista.
Certo la presenza della canzone in codici scritti dal Varchi ha un certo peso.
‘ (3) Nel cod. 8583 del sec. XVI della Biblioteca dell’Arsenale (Parigi),
e. 1706 - 172, trovo indicata una Canzon pastorale de Timotheo corbellario
Ales.»°, che ha l’inizio della nostra canzone, ma termina con un verso al-
quanto diverso (L’alte mie giore e le lodi d'amore); se la poesia è uguale,
come pare, avremmo un nuovo contendente (v. MazzatintI, I mss. italiani
della bibliot. di Francia, III, 137). o
(4) Il più quotato parrebbe Giulio Camillo, lodato nel Furioso, XLVI, 12
e apprezzato dai contemporanei (v. Giornale, 4, 230-838), sia per le due fonti
che glie l’attribuiscono, sia perchè sì sa che molti cercavano « con lo splen-
‘ « dore dei trovati di lui illustrare se medesimi »; così F. Parrizio, ne
L’opera di M. Giulto Camillo, In Vinegia:; Appresso Alessandro Griffio,
MDXXXIII, tomo 2°, p. 75. In esse c’è qualche poesia, ma non la nostra,
per una Ginevra.
PRR LE LIRICHE -DI LUDOVICO ARIOSTO 247
donde il Molini li trasse alla luce, lasciando inediti i seguenti
madrigali (II*, III!, IV!, V!):
Madonna, al volto mio palido e smorto
Madonna, s°t0 non vi veggio
Altro non è °l1 mio amor che proprio inferno
Com’avrò dunque il frutto,
i quali, compresi tra il madrigale e il sonetto pubblicati dal
Molini, sono dal compilatore del ms. riferiti all’Ariosto. Egli
infatti, dopo aver copiate nelle prime 15 carte rime del Bembo,
di Giovan Battista Strozzi, del Della Casa, del Martelli e d’altri (1),
raccoglie in un gruppo, sotto la dicitura Incerti Authori, quelle
a cui non sa dare con esattezza un nome (c. 15 d- 21 a), poi in
un altro gruppo (21 a-22) quelle, a parer suo, dell’Ariosto,
scrivendo in testa a c. 21a Messer Lodovico Ariosto; sotto,
così, riporta cinque madrigali, l’uno di seguito all’altro, quasi si
tratti d'una sola poesia (2), senza ripetere perciò su ciascuno il
nome dell’autore; così come non ha ripetuto la dicitura /Incerti
dopo il primo componimento del gruppo, il nome del Martelli
dopo il primo del gruzzolo di rime a lui attribuite, ecc.
Trascritti i madrigali, prima di copiare il sonetto ha premesso
Messer L. A., volendo, senza dubbio, riferirsi all’Ariosto, l’ul-
timo autore nominato, di cui ivi ha creduto di scrivere il nome
abbreviato (3), perchè non era possibile confonderlo con altri.
Tutto dunque il gruppo, secondo il copista, appartiene al Fer-
(1) V. l'indice in MazzatintI-Pinror, XIII, 68-70; il Pintor (p. 70) de-
scrivendo il codice pone il nome dell’A. solo ai due componimenti editi dal
Molini.
(2) Il copista, solito di lasciare uno spazio tra una poesia e l’altra, siano
adespote o col nome o incerte, ha trascritto i cinque madrigali come un solo
componimento, senza distacco, tanto che il capoverso dell'ultimo madrigale
pell’Indice e nella descrizione del MazzattntI-PinTOR è posticipato di quattro
versi (Deh, vi fussi sì nota la mia fede), i quali sono CONGISSEALI invece
come una quartina del precedente.
| (8) Così ha fatto per il Bembo; è bene avvertire che l’abbreviatura è della
stessa calligrafia del nome scritto per intiero; v. Giornale, 10, 219.
248 i G. FATINI
rarese, al quale se, su la fede di lui, si dà una di queste poesie
non c’è ragione perchè si debbano negare le altre.
Ma qual valore ha l’affermazione del raccoglitore? Costui,
raggruppando per lo più le poesie sotto ciascun autore, studian-
dosi di porre il nome quando lo conosceva, e di tener distinti
gli autori incerti, dà affidamento di oculata precisione. Questo
in linea generale; per i singoli componimenti poi notiamo:
1° Il sonetto, comparso, prima del Molini, in un opuscolo
nuziale col nome di Luigi Alamanni (1), perchè l’editore nelle
iniziali del ms. lesse senz’altro codesto nome, tratto forse in
inganno dalle parole d’un verso, «’] nostro segretario antico »,
fu creduto composto dall’Alamanni in morte del Machiavelli (2).
É questa una identificazione che contrasta non solo con la vo-
lontà del copista, ma con lo stesso concetto del sonetto. Le pa-
role « segretario antico » insieme con le altre « gentil pianta »
significano un amico giovane, cui lo scrivente era solito aprire
da tempo il suo cuore e mettere a parte dei suoi secreti. Come
riferire al Machiavelli l’allusione ad una giovinezza rapita anzi
tempo? Di lui, morto a 58 anni, poteva dirsì che
. + . Sì verde in sul fiorir si schianta
sì gentil ramo ..... ?
Il gentit ramo che si schianta sì verde non richiama il
ramo che forse era il più bello della stirpe Ariosta, la quale
riceveva da questa morte una scossa grave, fatale? (Salire,
(1) Saggio di poesie ined. di L. Alamanni, pubbl. per nozze Aldana-
Biondi, Firenze, Margheri, 1819, p. 33 (per il MoreM).
(2) Versi e prose di L. ALamanni, Firenze, Le Monnier, 1859, I, 333
(a cura del RarraetLi). È curioso che la duplice attribuzione sia sfuggita per
parecchi anni ai critici, fino al Carducci, il quale solo nell'edizione del 1881
l’avvertì (pp. 28-29) e notò che « non vi sa trovare indizio o argomento da
« riferirlo a Pandolfo, e così misero lo trova d’invenzione e di forma, che nè
« pur lo crederebbe di L. Ariosto ». Anche l’Hauverte, Un exrilé florentin
à la cour de Franco I, Paris, 1903, p. 565 lo riferisce all'Alamanni, senza
saper nulla della contestazione ariostea. |
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 249
VII, 219). Oltre a ciò, l’Alamanni, che dopo la congiura degli
Orti Oricellari aveva trovato miglior fortuna in Francia, lon-
tano dalla dimestichezza del grande storico, non poteva asserire:
Per costui m’era ’l viver fatto amico,
per costui sol temea l'aspra tua (della morte) guerra;
or che tolto me l’hai, che puo’ tu farme?
‘Tali espressioni sono più consentanee al dolore d’un amico
che nell’estinto perdeva il compagno affettuoso d’una vita ama-
bile e gioconda, il confidente cortese, come era Pandolfo Ariosti
per Ludovico (1), che amaramente rimpiangeva in lui
il mio parente, amico, fratello anzi
l’anima mia, non mezza, ma intiera
(Satire, VII, 220-21).
Onde l’affermazione del copista N, ha per me indiscutibile so-
stegno (2) nell'argomento stesso del sonetto.
Non così sicura invece sembra l’attribuzione dei madrigali;
dei quali il primo, adespoto in R, e N,, con altre rime del-
l'Ariosto parimente senza nome, dal vocabolarista Luna (3) è
(1) Per le relazioni di Pandolfo con Ludovico v. Carpucci, XV, 162 sgg.
e le mie Opere minori, 250-51, 306-7. Il Bertoni (Op. cit., p. 300) da un
documento ricava che la morte di Pandolfo avvenne dopo il 1504.
(2) Il Gentile, riferisce il PàrcoPo (Giornale, 10, 219), propenso a consi-
derare adespoti i madrigali, non ha dubbi su l'autenticità del sonetto.
(3) IN Vocabulario di cinquemila Vocabuli Toschi, non meno scuri che
vili e necessarii, del Furioso, Boccaccio, Petrarca e Dante, noramente
dechiarati e raccolti da Fasricio Luna, Napoli, 1536; sul quale v. E. Per-
‘oro, Dragonetto Bonifacio, in Giornale, 10, 218 sgg. Il Luna alla parola
Qual riporta il madrigale, soggiungendo: « Così il gran Bonifacio in questo
‘suo madrigale ». Se la testimonianza del Luna infirma quella di N,, non
diremo però col Pèrcopo che sia « più che sufficiente » per dimostrare falsa
l'attribuzione ariostea, tanto più trattandosi di un raccoglitore di vocaboli
che non doveva occuparsi dell’autenticità o meno delle poesie che casualmente
Tiferiva. Anche l’osservazione che il madrigale trovasi adespoto in R; con
altre rime di napoletani non ha gran peso. perché lo stesso R, contiene poesie
di scrittori non napoletani, fra i quali l’Ariosto stesso; v. (Vota bibliografica.
250 G. FATINI
assegnato a Dragonetto Bonifacio, noto appunto per i suoi gra-
ziosi madrigali; il secondo, adespoto anch'esso in R,, è riferito
allo stesso rimatore in un codice di Monaco di Baviera, donde
fu dato alle stampe dal Torraca (1), mentre in N, è sotto il
nome di P. Egidio (2); il quarto, senza nome in R, e N,, en-
trambi. con rime sicuramente dell’Ariosto, è attribuito a Filippo
Strozzi nel cod. 8583, f. 176 della Bibliot. dell'Arsenale di Pa-
rigi (3); il quinto, adespoto in N,, e d’incerto in N,, è dato a
Pietro Barignano (4) in N, e C,, in mezzo ad altre rime dello
stesso autore; al Navagero (5) invece lo riferisce N,,-
| Im tanta discordia di attribuzioni non è facile indicare il vero
autore, non solo perchè le fonti onde provengono le nuove pa-
ternità sono o fra loro discordanti o di per se stesse infide, ma
anche perchè, trattandosi di poesiole che paiono sgorgate da
Vedi pure del Pèrcoro, Madrigalisti napoletani ecc., Napoli, 1887 (nozze
Renier-Campostrini), pp. 10-11. Su le affermazioni del Pèrcopo, il PrrazzoLi
(Giornale, 48, 135 n.) e il Barone (Giornale, 55, 309 n.) hanno escluso
dalle rime autentiche il madrigale I!.
(1) Rimatori napolitani del Quattrocento (dall'Annuario del R. Istituto
Tecnico di Roma, 1884); il Torraca pubblica (pp. 34 sgg.) dodici madrigali
del Bonifacio, e fra questi il nostro, presi da un codice di Monaco, che non
sappiamo quale valore possa avere. |
‘ (2) Veramente in N, il madrigale manca, essendo stata strappata, con le
car‘e 16-17, la c. 18 dove era trascritto e donde lo pubblicò il Truccui
(Poesie cit., III, 300) col nome di P. Egidio; ma per la poca attendibilità
del ms. vedi pp. 186-87. L'autore, indicato dal ms., è forse il cardinale Egidio,
che scrisse pure una ('accia d'amore (Bongi, I, 224).
(3) Lo vedo citato in MazzatiINnTI, I mss. ital. delle Biblioteche di Francia,
III, 137.
(4) Il madrigale è a c. 986, dopo un gruppetto di Sonetti et Matricali
de ms. Pietro Barignano, ma il nome nel nostro è d'altro carattere.
(5) Prima (c. 22 a) il madr. Leggiadre donne che quella bellezza col nome
« del Navagero venitiano », poi (c. 22 5) « del m.° venitiano » il nostro.
Pare che lo stesso si trovi, adespoto, nel cod. oratoriano 189, p. 197, col
capoverso Del, fussi almen sì nota la mia fede, che è il 5° verso della poe-
siola; v. G. BsocxoLiao in Studi di letterat. ital., VII, p. 128; con lo stesso
capoverso s'inizia un madrigale in N,, che però è in una lezione assai mo-
dificata; vedila riportata nella mia edizione laterziana. È adespoto nel cod.
sen. H. X. 28 (c. 12).
PER LE LIRICHB DI LUDOFICO ARIOSTO 251
una sola mente, con tutta probabilità potrebbero appartenere ad
un solo poeta (1). E per quanto questa circostanza concorra in
favore dell’Ariosto, fra la testimonianza del Luna, che scriveva
nel 1536, e l'autorità di N, che dell’attribuzione al Barignano
trova conferma nel codice ravennate (C,), quasi tutto dedicato
al gentile madrigalista di Pesaro, è prudente considerare dubbî
tutti e cinque i madrigali, anche quei due per i quali non si
conoscono presunti autori (2).
Il Polidori raccolse nella sua edizione
Deh, chi sent’io, mie dolci rive amiche,
Non è più tempo omas sperar ch'io pieghi
Vo navigando un mar d’aspri martiri
Or che la terra di bei fiori è piena
(canz. IV?, capp. XXIII, XXIV, XXVI).
Da R,, ov'è adespota, L. M. Rezzi, bibliotecario della Barberi-
niana, col nome dell’Ariosto, pubblicò in un opuscolo nuziale (3)
la canzone. Nessun indizio che il compilatore del ms. abbia a
lui pensato, trascrivendo la poesia; nessun cenno in essa che
permetta neppure un dubbio su questa paternità. Ma il Rezzi,
attratto dall’a/legorico genebro, convinto dell'amore di Ludo-
vico per una Ginevra (4) e, però, dell’autenticità della canzone
pastorale, ricorrendo a speciose argomentazioni, l’ha stampata
come cosa dell’Ariosto. L'abilità del poeta nel contemperare il
concetto allegorico alla passione (5), l’unità del componimento,
(1) A favore di questa ipotesi sta. pure il fatto che alcune di esse com-
paiono quasi sempre insieme.
‘ (2) Del 3° madrigale non ci è stato possibile trovare copia nè a mano nè
LÌ stampa.
(3) Vedi p. 189.
(4) Il Rezzi è costretto, per adattare la canzone a guesto amore, a fare di
Ginevra una fiorentina, che abbandona, forse in compagnia del marito, l’Arno
Per passare in Francia,
(5) Due pagine sono consacrate alla dimostrazione di queta abilità che è
Piuttosto artificiosità; eppure anche il Puoti la reputò degna dell'Ariosto;
'. P. Picco, Op. cit., p. 39 e 108-09.
252 G. FATINI -
in cui « ogni stanza corre libera da sè e sciolta al tutto dalla
legge del dover esser l’una uniforme all’altra », provano al Rezzi
trattarsi d’un artista esimio del Cinquecento; fra coloro che
hanno cantato una Ginevra non c'è che l’Ariosto (1). Ecco dunque
una nuova poesia del gran Ferrarese. Non vale la pena d’insi-
stere oltre su questa arbitraria attribuzione, priva di ogni base
sia nel ms. (2) sia nell’argomento (3); come non è il caso di
fermarsi su due sonetti, inediti, che io mi sappia, nello stesso
codice:
Qui dove Arno ’l mio pianto amaro accoglie
O sonno, or che la notte umida, cnbrosa
(sonn. VI3, VII);
i quali, trascritti di seguito alla canzone e diretti evidentemente
alla stessa donna, hanno nel catalogo barberiniano questa nota:
«Questi due Sonetti seguono l'argomento della Canzone prece-
dente, e se questa fosse dell’Ariosto, del medesimo Autore
uovrebbero essere î due Sonetti » (4).
‘ (1) Non trova il Rezzi che un oscuro Rosello di Piacenza, che abbia can-
tato una Ginevra; eppure a lui che « senza giattanza può affermare d'aver
« letto, pressochè tutti i canzonieri e i tanti libri di rime raccolte da pa-
« recchi » non dovevano sfuggire un Varchi, un Giulio Camillo ed altri
(Bernardo Tasso lo ricorda) che dedicarono versi a Ginevre reali o simboliche.
. (2) Nel catalogo ms, della Barberiniana è indicata così: Canzone metafo
rica sovra il Genebro; nel ms. la didascalia manca; come manca quella data
nella stampa del Rezzi: Per la partenza di Ginevra - Canzone. La canzone
faceva parte del vecchio codice n. 3009, che con altri ha formato il nuovo.
(3) Il PoLipori (I, 468-69 n.) vi trova qualche somiglianza con la cansone
pastorale, onde propende a crederla dello stesso autore, ma poco dopo si dis-
dice; perchè questa somiglianza non c’è, nè la pastorella ha nulla di comune
con la fiorentina, « sostegno saldo e fido » del poeta. Vedi pure SaLza, Studi,
105-06. Quanto poi al pregio della poesia, è assai scarso e l'irregolarità me-
trica è, in quel tempo, indizio d’un mestierante, come osserva il Salza, non
d’un vero artista,
‘ (4) Portano nel catalogo questo titolo: Nella partenza della donna amata;
l'argomento è analogo, ma la calligrafia dei due sonetti non è quella della
canzone.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 253
Il capitolo XXIII, edito dal Trucchi (1), fu dal Polidori rele-
gato tra le poesie dubbie; ma si trova in N,, dove esplicita-
mente è detto Dell’Ariosto, come esplicita è l’attribuzione in
P,, D,, che presentano notevoli varianti, dovute certo a diver-
sità di fonte. Perciò con questa triplice testimonianza di codici
di per sè autorevoli non è ammissibile dubitare dell’autenticità
della poesia, che si presenta, al pari di tante altre sue com-
pagne, taluna dello stesso Ariosto, come un esercizio d'imitazione
petrarchesca (2), nel quale il poeta si è compiaciuto ripetere, su
l'esempio del Petrarca, l’emistichio del primo verso al principio
d'ogni terzina.
I due capitoli XXIV, XXVI
Vo navigando un mar d’aspri martiri
Or che la terra di bei fiori è piena
furono raccolti nell’edizione polidoriana da un opuscolo del
Veludo, che li aveva tratti da V,, di dove però non s'era cu-
rato di pubblicare il capitolo
Sì come a primavera è dato il verno,
anch'esso nello stesso codice.
. Questo codice è una ricca miscellanea di documenti letterari
e poetici, dei sec. XV e XVI (3), messa insieme certamente da
un Veneto o da persona che fu in Venezia, nei primi decenni
del Cinquecento ; egli, raccogliendo quattro capitoli, l’uno di
; Seguito all’altro, premise per tutti un'unica didascalia (c. 287 a):
M' Ludouico Ariosto da Ferrera, con l'intenzione palese di
riferire tutto il gruppetto a Ludovico (4). Chi copiò queste poesie
——_ —______
(1) Poesie italiane, III, pp. 176-78; il T. lo trasse da N}.
(2) I SaLza (Studi, 80-81) esita ancora a considerarlo autentico per lo
Karso pregio, per quanto lo annoveri fra le poesie giovanili dell'A. Del resto
k rassomiglianze da lui rilevate col Furioso (Studi, 85-86) e con altre rime
#no una conferma della sua paternità.
(8) Da qualche passo si ricava che siamo intorno al 1522.
(4) Ciò risulta non solo dal distacco tra questo gruppo e gli altri, ma
— —
354 G. FATINI
non fu certo un semplice amanuense, ma una persona colta e
degna di fede, desiderosa di raccogliere testi contemporanei per
più rispetti curiosi, una specie di Marin Sanudo letterario, la
cui testimonianza è apparsa meritevole di fiducia più d'una
volta anche a recenti studiosi (1). Nel caso nostro poi l’auten-
ticità del primo componimento (cap. XXII), già a stampa, per
altre vie accertata (2), è garanzia della veridicità del raccogli-
tore e, perciò, della esatta attribuzione dei due capitoli editi
dal Veludo e del terzo tuttora inedito (3), i quali, rifiutati pro-
babilmente dall’Ariosto, giravano dispersi già da tempo. Nè va-
lida obiezione può venire dalla meschinità loro, perchè, tranne
il secondo del Veludo un po’ più elevato di fattura, sono forse
esercitazioni giovanili, nelle quali è vano cercare, attraverso il
formulario vieto e vacuo del linguaggio amoroso, un accento di
vera passione (4). Qua e là in esse poi s’incontrano espressioni
e concetti di altre rime ariostesche, specialmente nel secondo
anche dalla dicitura: Captt. del Arioste (sic), preposta al capitolo inserito 4
c. 324 b, intitolazione che poteva essere trascurata, trattandosi dèl capitolo
già trascritto a c. 287 a (il primo del nostro gruppo). Nell’Indice che pre-
cede il codice (Tavola della Raccolta di Rime) si legge: Capitoli tre di L. A.,
cioè Lasso che bramo più..., Sì come a primavera..., Hor che la terra de
bei fiori; vi si trascura Vo navigando...
(1) Cfr. V. Rossi, in Giornale, 1, pp. 24, 34, 86, 37; 18, 144; 15, 192;
26, 82, ecc.; E. Lovarini, Antichi testi di letterat. pavana, Bologna, 1894,
pp. 49, 55, 66, 76, 84, 209; Un allegro convito di studenti a Padova, Pa-
dova, 1889; E. ZerBini in Giornale, 9, 303-04; G. MonticoLo, « Vite dei
Dogi » di Marin Sanudo, pp. 370, 379, 412; F. Novati, Carmina M. E.
Firenze, 1883, pp. 29-30, ecc.
(2) Vedi pp. 214-15.
(3) Il Veludo lo trascurò « poichè nulla ritiene, per suo avviso, di quella
« passione che nelle amorose elegie del gran Ferrarese è spesso eloquente ed
« energica; nè altro presenta, per vero dire, che un’amplificata enumerazione
« dei malvagi effetti della gelosia »; per consimili enumerazioni vedi pure i
capitoli XVIII, XIX, il centone di cui fra poco parleremo, ecc.
(4) Il capitolo Vo navigando tratta d’uno dei soliti argomenti amorosi non
sconosciuti all'A.; per il v. 8 cfr. son, XVII, 6; per il v. 24 cfr. cap. VIII, 16;
v. 28 v. cap. I?, ecc.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 255
che richiama da vicino il noto cap. XII (1), molto più di quel
che non creda il Polidori, che trovò difficoltà ad ammetterlo tra
le rime autentiche anche per l’argomento (2).
AA
Nello studio su la poesia latina dell’Ariosto il Carducci fece
conoscere le poesie:
Quando ogni ben della mia vita ride
L'arbor ch'al viver prisco porse aita
Chi di cose celesti al mondo cura
Deh, se sempre vi sia pietoso amore
IMustrissima Donna, di valore
Mentre che Daphns il grege errante serba
(mad. XII, son. XXXVI, son. VIII?, mad. VI!, son. XLI, egl. II).
Il madrigale XII, che edito già dal Carducci nelle Veglie
lelterarie (3) e dal Guasti ‘alcuni anni dopo, nel Propugna-
tore (4), traendolo entrambi da Rono., suscitò i dubbî di Luigi
Muzzi per « quelle antitesi e que’ concettini troppo bellini »,
(1) L'argomento è analogo a quello del cap. XII, ma vi s'incontrano pure
espressioni e concetti somiglianti; cfr. vv. 10-12 con cap. XII, 37-39; 19-31
con cap. XII, 1-27; vv. 40-42 con 47-48, ecc.
(2) N Polidori avverte che « nulla è che conduca a credere a questo amore,
‘«corrivo un po’ troppo e deluso, verso una fanciullina (volendo attenerci
‘alla più benigna interpretazione) che da lui fosse già tutelata e protetta
*(vr. 70-80); e meno poi al proponimento espresso nel verso 85 e seguenti ».
Senza fondamento è il sospetto lanciato con l'inciso; è chiaro che si tratta
d'un lamento rivolto ad una donna; il signore ricordato al v. 12 e 68 è
Amore. Quanto alla fanciullina, ammesso pure che non si tratti di esercita-
zione poetica, donde esuli la realtà dei sentimenti del poeta, essa non sa-
febbe tanto bambina da fare arricciare il naso ai critici; è una giovinetta,
già sviluppata, e, a quanto pare, già divenuta donna. Che ne fosse tutore
l’Ariosto nulla sappiamo; forse il poeta ha voluto dare alla frase un signifi-
tato generico; certo è che il proponimento del v. 85 non va preso alla lettera.
(3) Anno I, n. 9, p. 144; il C. lo riportò pure in tutte le edizioni del
volume ariostesco.
(4) Bologna, IlI (1870), p. 418, ove è pure il giudizio del Muzzi.
256 G. FATINI
che gli sembravano più conformi al Guarino, al Chiabrera, al
Tasso. Il Carducci però ebbe a rilevare che la data del codice
roncioniano è del 1540 e che la poesiola è « libera versione, 0
piuttosto imitazione, di un carme del Pontano... » (1). L'autorità
del ms. che riporta molte poesie di Francesco Fedro Inghi-
rami (2), il raccoglitore, ha una conferma in un gruppetto di
stanze, precedenti il madrigale, le quali ‘pure crediamo appar-
tengano all’Ariosto.
Il raccoglitore del ms., preponendo alla poesiola le parole
« Del medesimo », ci richiama appunto al componimento di sei
stanze
Qual son, qual sempre fui, tal esser voglio
(Fram. XI)
esplicitamente dette ‘« Di ms. Lodovico Ariosto ». Veramente,
essendo le ottave in istretta parentela col cap. XIII e col Fu
ri080, XLIV, 61-66, coi quali hanno in comune l’argomento
non solo, ma anche l’espressione e il tono, sembrerebbe più
naturale riguardarle come rifacimento d’un innamorato della
poesia ariostea, meglio che come un’autentica composizione ri-
maneggiata dall’Ariosto stesso di su il poema e il ternario (3).
Ma che siano il rimaneggiamento d’un estraneo viene escluso
non tanto dalla data del codice roncioniano (1540), che le ri-
porterebbe ad un’epoca in cui assai probabilmente il capitolo
non era conosciuto, quanto dalla concorde testimonianza di 8, (4),
(1) Opere, XV, 33-34; il carme è preso dagli Hendecasillabi, I, 15 (44
Batyliam); una versione della stessa poesiola in cod. magliab. II, III, 884
di Dionigi Atanagi, e in cod. Asbhur. 1073, c. 42 d. Vedi pure B. SoLpari,
La fortuna d'un epigramma del Pontano (per nozze Ferrari-Toniolo), Pe-
rugia, 1906. |
(2) È di Volterra, forse un parente del famoso Tommaso Inghirami, ìl
Fedra.
(3) Su la relazione tra il capitolo, il Furioso e le nostre ottave, v. le mie
Curiosità artostesche, pp. 1-6, 12-16.
(4) Il testo di $, fu da me riportato in Appendice alle Curiosità ario-
stesche, pp. 16-18.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 257
che, pur provenendo da fonte diversa da Rono., riferisce le
stanze all’Ariosto. Esse costituiscono un componimento lirico in
ottave, nato, con molta probabilità, da una trasformazicne del
ternario, che avrebbe abbandonato la terza rima per il sonante
e melodioso ritmo dell’ottava, non si sa se in origine con lo
scopo di passare poi nel poema o no. È certo però che come
questo non sarebbe dell’Ariosto il primo componimento lirico in
ottave, così non sarebbe neppure l’unico (1) che abbia avuto la
ventura di entrare a far parte, con opportune modificazioni,
del Furioso.
Il son. XXXVI, pubblicato dal Cappelli nella seconda edizione
delle Leffere (1866) e dal Carducci non creduto degno di molta
attenzione (2), forse per la fattura, trovasi disperso in E,, in
mezzo a poesie latine e volgari della fine del quattrocento e del
primo decennio del cinquecento, le più di scrittori ferraresi o
vissuti in Ferrara, come il Bembo, l’anonimo detrattore di Nic-
colò Ariosti, il Collenuccio, Francesco e Malatesta Ariosti, Ga-
spare Sardi, ecc. È chiara l'intenzione del raccoglitore, che pare
il Sardi, di fermarsi su scrittori, vissuti alla corte estense, coi
quali aveva familiarità o almeno conoscenza; perciò è impro-
babile che facesse una confusione di nomi, specialmente se di
coetanei, o s’inducesse a fare cervellotiche attribuzioni (3).
Quale interesse poi avrebbe avuto a dare all’Ariosto una mo-
desta poesia quando il nome del giovane Ludovico suonava an-
i
(1) Vedi Fram. X, di cui a pp. 236-37. Il Salza in una lettera mi scriveva
di credere che si trattasse del passo del Furioso « in una prima redazione
‘ dell'autore stesso ». Un sonetto con lo stesso verso iniziale Yo 80 quel che
fui sempre et esser voglio, anonimo, trovasi nell'Archivio storico municipale
di Gubbio, segn. 1. D-2, fondo Armanni, n. 45 (già Biblioteca Comunale):
v. Mizzarinei, Inventari, I, 232 sgg.
(2) Opere, XV, 31-32; ma nella prima edizione del suo studio, ove pur
dette il sonetto (p. 271), non ne fece cenno.
(3) Così il raccoglitore ha lasciato senza nome i sonetti contro Niccolò,
ha dato a Francesco e a Malatesta Ariosti componimenti d’indubbia auten-
ticità,
258 ; | G. FATINI
cora umile fra i cortigiani d’Ippolito, che da poco lo aveva
preso ai suoi servigi ?
Alla paternità ariostea s’addice pure la circostanza che sug-
gerì il sonetto, l’elezione cioè di Giulio II; il cui avvento al
papato, dopo il burrascoso periodo del pontificato borgiano, fu
salutato con auguri e con speranze anche a Ferrara, special-
mente nella corte degli Estensi, che forse trepidavano per le
loro tranquille relazioni con Roma (1). L’Ariosto, per compia-
cenza verso Ippolito o di propria iniziativa, partecipò al coro
poetico in onore del Della Rovere, del quale più tardi non ebbe,
certo, da rallegrarsi molto. .
Il sonetto VIII* fu dato all’Ariosto come inedito dal Carbone (2);
ma il Carducci osserva che « leggevasi già ‘fra le rime di Gan-
dolfo Porrino » (3); al quale ben volentieri si restituisce anche
perchè R,, onde lo trasse alla luce il bibliotecario della Casa-
natense (4), non lo riferisce affatto a Ludovico.
Il madrigale VI' comparve fin dalla prima edizione nello studio
(1) Vedi V. Cran in Giornale, 29, 422-24 per le lodi poetiche che segui-
rono l'elezione di Giulio II, fra le quali manca il nostro sonetto. Nel ms. non
c’è la didascalia apposta dal CarppeLLi nella stampa (Sonetto di L. A. a
Giuliano della Rovere eletto papa nel 1503 col nome di Giulio IT), ma la
sola intitolazione « Di M. Lodovico Ariosto ».
(2) Rime inedite des Quattro Poeti, ecc., 1872.
(8) Opere, XV, 32. Pur nella edizione del 1876 il C. avvertì l’errore
(p. 274), che era stato ripetuto dalla INustrazione popolare di Milano, XII,
1875, n. 5, p. 71; e, meno scusabile, vent'anni dopo, da A. Marrann, Illxu-
strazione di un sonetto inedito di L. A., ricordato; ove il M. presenta alla
Regina Margherita come una novità singolarissima il sonetto da lui sco-
perto (s:c) nella Casanatense, sul quale intesse pagine -piene di spropositi €
di fantasticherie, senza curarsi nè della pubblicazione del Carbone, nè di
quella notissima del Carducci; figuriamoci se poteva conoscere le Rime di
Gandolfo Porrino (Venetia, Michele Tramezzino, 1551, p. 57), che è il vero
autore. Sul modenese Porrino v. S. De Sanctis, G. P. e F. M. Molza in
Scuola Romana, IV (1885-86) e F. FLamini, 27 Cinquecento, p. 226.
(4) Il Carbone trovò a c. 18a il son. IX con la dicitura « Del Ariesto »;
nel verso della stessa carta senza nome, il sonetto del Porrino, che egli prese
senz'altro come dell’A., al pari di cinque stanze (c. 64) aventi il nome del
Ferrarese, che erano già conosciute tra le rime dell’A.; su le quali v. p. 236.
Fon calli
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 259
del Carducci, che lo trovò in F,, ove compaiono pure otto stanze
da me pubblicate (1):
Qual fiero sdegno a sì gran sdegno mossa
(stan. IV?).
Chi raccolse le poche carte ariostee che oggi formano F,, dal
titolo Alcune rime italiane originali di messer Ludovico
Ariosto, forse considerò autentici tutti i cinque componimenti
ivi compresi, l’epicedio cioè in morte di Eleonora d’Aragona
(cap. I), i due sonetti contro il Trotti (XXXIX, XL) e le due
poesie di cui ci occupiamo (mad. VI‘, stan. IV*). Ma l’indipen-
denza fra componimento e componimento risulta evidente solo
che si scorra il codicetto, che, come già osservammo (2), consta
di carte differenti di forma e per tempo. Perciò, se su l’auten-
licità dell’epicedio e dei sonetti ci siamo pronunciati favorevol-
mente per motivi intrinseci ed estrinseci alle carte che li ri-
portano, sul gruppo di stanze che nella disposizione del codice
seguono subito i sonetti, per l’anonimia, per l'argomento, per il
loro spiccato carattere di centone costruito su di un’ottava dello
stesso poema, per la calligrafia d’un tardo cinquecento, l’opi-
nione nostra è che siano apocrife (3).
Qualche dubbio invece resta su l’autenticità del madrigale,
datoci dal Carducci, il quale, trascritto nell'ultima carta del ms.,
anch'essa di misura e calligrafia diversa dalle precedenti, non
porta nè nome nè “didascalie. Può darsi che la mancanza del
nome derivi dal raccoglitore che, unendo il foglio ad altre carte
per lui sicuramente ariostee, non abbia sentito la necessità di
apporvi la paternità che forse risultava chiara nel fascicolo o
nelle carte con le quali era confuso il madrigale; certo è che,
Lr
(l) Curiosità ariostesche, pp. 18-20.
(2) Vedi p. 183.
| (3) Per questa dimostrazione, a dire il vero, ovvia, e per le relazioni tra
- e il Furioso, XLIV, 61, v. le mie Curinsità ariostesche, pp. 6-9,
260 G. FATINI
-
. se per il Barotti e il Baruffaldi esso era autentico (e non si può
assicurare, perchè è per lo meno sospettosa la mancata pubbli-
cazione da parte loro (1)), e se per il Carducci e per il Salza (2)
l'autenticità è provata, anche per l’argomento, per noi invece,
l'argomento stesso, indeterminato (3), accresce quei dubbi che
la mancanza del nome nel foglio ha provocati.
Il sonetto XLI e l’egloga II
IMustrissima Donna, di valore
Mentre che Daphni sl grege errante serba
passarono nello studio carducciano da un opuscolo del Landoni,
che li aveva rintracciati in una ignorata edizione delle Salire
del 1561 (4). Gli editori di questa stampa fin dal frontespizio
accennano a componimenti diversi dalle Satire, scrivendo « con
alcune cose Di nuovo aggiunte »; dopo infatti i sette compo-
nimenti oraziani, segue (c. 33 d) « Egloga Pastorale », poi (34 db),
(Sonetto) « Alla Signora Vittoria Colonna », infine (35 a) un
« Capitolo »: tre poesie delle quali noto fra le rime solo il ca-
(1) Invece, del codicetto dal suggestivo titolo Alcune rime originali il
Barotti dava alla luce per il Pitteri il componimento in niorte della duchessa
e i sonetti maledici contro il Trotti.
(2) Il Carducci tanto nell'edizione prima (pp. 277-78) quanto nella defini-
tiva (pp. 85-36) non accenna a dubbi; il Salza è propenso per l'autenticità
nel Giornale, 58, 421-22, e lo mette in relazione col capitolo X.
(3) Il Carducci lo crede composto « quand’era o andava commissario in
« Garfagnana », onde si lamenta della ria « fortuna », che lo costringe « a
« far... partita dalla sua donna » per andare lontano, col solo conforto
che, com’io porterò di monte in monte
voi sempre in cor tra fredde nevi acceso,
così lei lo ricorderà continuamente. Che sia un viaggio in Garfagnana è pos-
sibile, ma non è certo, perchè l’A., come ci fa sapere nelle Satire e nel ca-
pitolo X, non pochi viaggi fece per i suoi Signori; quel di monte in monte
può alludere anche agli Appennini.
(4) Le satire di M. Lopovico Ariosto con alcune cose di nuovo aggiunte,
in Pesaro, appresso gli Heredi di Bartolomeo Cesano, et Guid’ Ubaldo
Bicillo da Vrbino Compagni, l’anno MDLXI; v. p. 171.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 261
pitolo V, che era stato pubblicato fino dalla edizione del Mo-
Se consideriamo l’indiscutibile autenticità del capitolo (1), la
possibilità che i due editori, il Bicillo e il Cesano, abbiano rac-
colto le tre poesie o da qualche stampa o da qualche mano-
scritto, sfuggito fin allora agli studiosi, e per opera loro tratto
dal lungo oblio (quel di nuovo significa or ora, di recente,
non per la seconda volta, nè inedite, come intese il Landoni);
se teniamo presente che i due editori, non avendo alcun inte-
resse a spacciare per merce ariostea quella che ad essi non ri-
| sultava tale, avrebbero invece con una falsa attribuzione smi-
nuito il valore della loro edizione delle Satire, comprenderemo
che i dubbî vagamente toccati dal Carducci (2) non hanno fon-
damento. Anche l’argomento, come certe frasi, un certo modo
di colorire il pensiero, tanto nell’egloga quanto nel sonetto,
giovano, se mal non ci apponiamo, a dissiparli. In quella l’Ariosto
forse per incarico, forse per compiacere i Gonzaga, piange la
morte d'un Medici « un pastor Fiorentino » come una iattura
per Mantova (3); nel sonetto, indirizzato « Alla Signora Vittoria
Colonna », si conduole con una «illustrissima donna », cui è
morto il marito. Forse gli editori, se pur il nome non era nella
copia ms. donde traevano le cose nuove, vi ravvisarono la Co-
lonna, per l’espressione « di valore — alta colonna »; può es-
sere (4), ma può anche riferirsi ad altra gentildonna, come a
(1) Trovasi tanto in Cp (48) quanto nei due F, e F, (43, 34).
(2) Solo nella edizione definitiva (29, 34); il Fermi (Op. cit., p. 290) per
«forti motivi » che però non espone, considera spuria l’egloga.
(8) Non è chiaro se il pastor fiorentino sia Leone X che fu molto bene-
tile coi Gonzaga, specialmente con Isabella (v. Luzio-RENIER, Mantova e
Urbino, Roma, Torino, 1893, capp. V, VI), ovvero Giovanni dalle Bande
Nere; il Landoni la dice « sicuramente dettata a piangere qualche distinto
‘ fiorentino morto a Mantova », ma non sa dire né congetturare chi sia.
(4) L’A. la cantò nel Furioso, XXXVII, 16-22, XLVI, 9; anzi è fama
che la novella di Drusilla sia stata aggiunta per esaltare nell’esordio la Co-
come esempio di virtù e di fede maritale (Bonai, I, 372-73).
Giornale storico — Sappl. h° 23. 17
262 ‘ @. FATINI
Filiberta di Savoia, anch’essa orbata del marito, enfaticamente
esaltato dall’Ariosto, e pur essa esempio di' fedeltà coniugale (1).
Due volte, dall’Arlia (2) e dallo scrivente (3), furono dati col
nome dell’Ariosto i quattro componenti:
Occhi vaghs e lucenti
Tosto ch’in questa breve e fragil vita
Queste saranno ben lacrime, questi
Un bello awrato velo all’aurea testa
(canz. V*, son. III?, canz. VI®, son. IV?).
Si trovano, frammisti a rime ariostesche, in 8,, che esplici-
tamente li riferisce a Ludovico (4), ma a torto, perchè i primi
due, cioè la canzone e il sonetto, spettano a Francesco Maria
Molza, come ne fanno fede stampe e mss. (5); gli altri due,
parimente canzone e sonetto, in raccolte liriche a mano e a
stampa del Cinquecento, correvano già col nome di Niccolò
Amanio (fé).
(1) Più adatta a Giuliano l’espressione « anzi ’l cangiar del pelo », perchè
egli morì in età più giovanile del Pescara; così se nelle due terzine si allude
a figli, Giuliano lasciò Ippolito, che fu poi cardinale, mentre il Pescara non
ebbe discendenti. Il Landoni non dubita che il son. sia per la Colonna, per
quanto lo trovi poco bello, perchè l’A., « forse non troppo commosso alla
« morte del tristo Marchese di Pescara », mirava con esso probabilmente solo
a «crescere a sè grazia nell'animo della bella e valorosa vedova di lui »
(pp. 251-52 dell’ediz. 1876).
(2) Il Borghini (periodico), 1878-79, IV, V.
(3) Nella Miscellanea a V. Cian, Pisa, Nistri, 1908; v. p. 172, n. 1.
(4) Il compilatore riporta altre poesie, indubbiamente autentiche; v. la
tavola nel mio articolo Quattro poes:e, pp. 6-7.
(5) La canzone Occhi vaghi e lucenti è nelle Poessie di F. M. Molza colla
vita dell'autore scritta da P. Serassi, Milano, 1808, pp. 225-27; in N, (selo
la prima strofa), adespota in K; il sonetto Tosto ch’in questa... è nei Fiori
del RuscetLI (1558, p. 246), nel Primo volume delle rime scelte, 1590 (Gio-
lito), p. 111, in tutte le principali edizioni delle liriche del Molza, in M,;
adespoto in Rs, in H. X. 28 (c. 36), che invece riporta col nome del Molza
la canz. V? (c. 44). i
(6) La canzone è dell’Amanio in N;, nel cod. barberiniano latino 1858,
c. 194 b- 195 d come « Di Amanio Nella morte d’Hippolito suo figliuolo »;
PER LE LIRICHE DI LUDUVICO ARIOSTO 263
Il Lisio, da un rarissimo opuscolo ariostesco, pubblicò il
centone
Arsi nel mio bel foco un tempo quieto
(cap. XXVII)
e il sonetto
I dolci baci e replicati spesso
(son. I),
limitandosi a ricordare altri tre sonetti e due ottave ivi con-
tenuti:
O delscie d’amor lustro e bel crine
O bella man ch’sl fren del carro tieni
O infastidito gia col cantar mio
Se ’l fuoco ch’ho nel petto fusse foco (ott.)
Se ’1 giaccio d’Ida ove ancor Trota piange (ott.)
(sonn. XXV, Il1?, XXIV', stan. III°, II?)
Chi sia Bernardino Padovano, detto il Maraviglia, non è riu-
scito il Lisio a scoprire (1); quanto valga îl suo opuscolo per
le attribuzioni date è necessità ricercarlo negli elementi, pur
troppo scarsi, che fornisce l’opuscolo stesso. Il Maraviglia pub-
blica un’ Opera venuta nuovamente in luce nella quale si
contiene doe epistole, una amorosa e l’altra insanguinosa,
et doi Capitoli de M. Lodovico Ariosto uno tn centona, l’altro
di gelosia, un altro capitolo di beltade di M. Francesco Maria
nella raccolta giolitina del 1545 (pp. 42-44); nel cod. 8583 della Bibl. del-
l’Arsenale di Parigi, f. 172-738, adespota; è ricordata dal GiraLpI nel suo
De poetis nostr. tempor., Dialog., II, p. 416, dal Fix1 nella Scielta degli
somini di pregio usciti di Crema, p. 184, ecc. Il sonetto, anonimo in Ni,
comparve in una raccolta di rime (Libro terzo delle Rime, ecc., In Vinetia,
al segno del Pozzo) del 1550, p. 168; fu pubblicato da un codice vaticano
del sec. XVI per il TruccÙi (Poesie inedite di dugento autori, III, 156), ecc.
Anche il BrognoLIco (Op. cit.) lo riferisce all’Amanio; il sonetto è adespoto
nel cit. cod. della bibliot. dell’Arsenale (f. 174-75).
(1) Nor è certamente quel Maraviglia che il Trivulzio credette di avere
scoperto nell’anagramma d’un canzoniere anonimo della tine del sec. XV;
v. F. Novari, I codici Trivulzio- Trotti in Giornale, 9, 167-68.
264 G. FATINI
Molza Con alcuni altri Sonetti pur de lui, e de M. Ludovico
Ariosto. L'ampio titolo dunque par che annunzi componimenti
solo dell’Ariosto e del Molza; ma, se tace il nome di Luca Pulci
come autore delle due epistole (1), non lo fa forse per gabel-
larle coi nomi dei due più noti poeti, sì bene perchè non va-
leva la’ pena di ricordare l’umile rimatore fiorentino. Dopo le
epistole, a piè pagina (4) c’è scritto Sonetto, come richiamo
alla poesia della pagina seguente, nella quale invece trovasi il
capitolo in centona dell’Ariosto. È da escludersi che fra la
c. 4 e 5 manchino delle carte, ove dovrebbero apparire i so-
netti, giacchè con la c. 5 incomincia il secondo duerno; perciò
quel richiamo Sonetto prova meglio che la mutilazione del-
l'opuscolo la poca esattezza del raccoglitore. Ancora: nel fron-
tespizio si annunziano sonetti del Molza, il cui nome in vero
manca nei sonetti inseriti nel testo (2), a meno che non doves-
sero trovarsi nelle carte di cui il libretto par mutilo verso la
fine. Il testo poi delle poesie è trascuratissimo e le indicazioni
circa gli autori oscure in gran parte. Così ad un sonetto dato
all’Ariosto (7 a), ne segue (7) un altro con la sola parola So-
netto; poi (8 a) un terzo con la dicitura Sonet/o del medesimo.
A chi si vuol riferire? All’innominato del precedente o al-
l’Ariosto?
Queste oscurità, queste incertezze non avvalorano l’attendibi-
lità del Maraviglia, che al Lisio invece appare degno di fede
come Ippolito Ferrarese e Iacopo Modanese (3). Ma esaminiamo
(1) Sono la X e XVII delle Pistole di Luca Pulci al Magnifico; v. Lisio,
Op. cit., 375.
(2) Non c'è che il cap. O desir di quest’occhi, almo mio sole (6 bd - 7 a),
che va, come dice il Lisio, senza contestazione fra le rime del Molza.
(3) Il Maraviglia ha voluto onestamente tener distinte le poesie dell'Ariosto
da quelle degli altri, dice il Lisio, con una certa esattezza (p. 377); e sic-
come « ha detto la verità per il Molza » non c’è motivo per crederlo bu-
giardo per gli altri; perciò « tutte le Rime riprodotte da Bernardino Pado-
« vano sotto il nome del Poeta, come quelle di Iacopo Modanese, sono veramente
« dell’Ariosto ».
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 265
singolarmente i componimenti che secondo il Lisio sono da rife-
rirsi all’Ariosto.
Il capitolo in centone ha la paternità ariostea tanto nel fron-
tespizio quanto nel testo; è in compagnia col capitolo segondo
de gelosia del medesimo (cap. XXII), il quale per l’autorità di
due importanti codici, B,, V,, confermata dalla raccolta lirica
del Giaccarello (1551), è sicuramente dell’Ariosto (1). Collegate
nel titolo e nell'argomento strettamente fra loro, le due poesie
paiono vergate dalla stessa penna; dell’Ariosto l’una, perchè non
dobbiamo riferirgli anche l’altra? A chi osservasse che un sif-
fatto lavoro di paziente rabberciatura non s’addica al cantore
d'Orlando dobbiamo ripetere che l’Ariosto non si troverebbe
solo nel coltivare questo umile campo di poesia popolare; con
lui il Bembo (2), l’Aretino (3) e tanti tanti altri, che del resto
avevano degli esempi anche nell’antichità, fra i quali si annove-
rava lo stesso Virgilio. Si aggiunga poi che nel capitolo si ri-
trovano accenti e imagini non nuove nella lirica ariostesca (4);
onde per il centone non sappiamo negare fede al Maraviglia ;
per il solo centone però, come vedremo; anzi le inesattezze e
le incertezze che s'incontrano per gli altri componimenti ci raf-
forzano nell’opinione che almeno per quei due capitoli ricordati
pur nel frontespizio, insieme con l’altro del Molza, egli abbia
detto il vero; chè sarebbe proprio strano che si fosse presen-
tato al pubblico con merce tutta falsificata.
Il sonetto, seguente al capitolo del Molza, esplicitamente di-
chiarato « de M. Lodouico Ariosto » (c. 7 a), nella raccolta gio-
(1) Vedi pp. 214-15. La lezione del Maraviglia dà una veste più corretta
al capitolo.
(2) Vedi p. 206, n. 1.
(3) A lui viene attribuito il centone Madonna, ognun vi dice ch'io vi
faccio, che è anonimo nel codice Palatino di Firenze, 256, cc. 178-80; un
centone è ricordato dal Lisio (p. 380 n.), il quale trova quello dell'A. supe-
riore alle poetiche querele del Verini o del Sassoferrato.
. (4) Si confronti coi capitoli XV, XVIII, XIX, XXIII.
266 G. FATINI
litina del 1547 con altre rime è attribuito all’Amanio (1), mentre
in un’altra silloge a stampa del 1538, dovuta a Francesco Amadi,
con altre 25 poesie è dato al Brocardo (2); è vero che in questa
edizione del Brocardo, come nelle posteriori, ove però il sonetto
scomparve, i raccoglitori « confusero spesso liriche sue con
« quelle di altri poeti suoi contemporanei » (3); onde, pur tenendo
conto della poca esattezza delle raccolte giolitine e di quella
dell’Amadi, non sapremmo a chi dei tre autori spetti veramente
il sonetto.
A più sicura conclusione si può giungere per la poesia che
tien subito dietro ad esso (7 è) e che si presenta con la nuda
indicazione « Sonetto ». Non è facile asserire se il Maraviglia
abbia inteso riferirlo all’Ariosto o al Molza o a nessuno dei due;
ma esso un anno prima era già stampato in un gruppo di rime
del Muzzarello (4), al quale lo assegna pure il Ruscelli nei suoi
Fiori (5).
Il componimento che segue (8 a), con l’indicazione « Sonetto
del medesimo », secondo il Lisio, non può riferirsi che al-
l’Ariosto; ma la designazione del Maraviglia è così vaga che non
è facile dire a chi egli stesso abbia voluto alludere, se all'Ariosto
o al Molza; al Muzzarello forse non pensava e chi sa che nel-
l'incertezza dell’attribuzione non abbia creduto di cavarsela con
quel medesimo che non risolve nulla (6).
(1) Libro secondo, ecc., p. 167. Anche il Brognoligo nel citato articolo lo
ricorda dell’Amanio. ‘
(2) Rime del Brocardo et d'altri authori, raccolte da Francesco AmMaDi,
Venezia, 1538; di questa edizione parla D. ViraLiani, A. Brocardo, Lo-
nigo, 1892, p. 45 n.; il V. pubblica il son. a p. 183. È una stampa raris-
sima, con rime di Niccolò Delfino, Molza, Brocardo (25 sonetti), al quale attri-
buisconsi poesie del Cariteo e di altri.
(3) D. ViraLiani, Op. cit., p. 45, n. 2; nelle edizioni del Brocardo il
nostro sonetto non comparve più, dopo quella del 38.
(4) Libro primo, ecc., Giolito, 1545, p. 87 (anche nella ristampa del 46).
(5) I Fiori delle rime, ecc., 1558, p. 374. È ricordato da G. Prato pure
nello studio del Muzzarello che citeremo appresso.
(6) Nelle raccolte poetiche a stampa e a mano non sono riuscito a trovare
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 267
La stessa generica indicazione precede l’ultimo sonetto del-
l'opuscolo, « una vera gemma della lirica ariostesca », giudica
il Lisio, che s'è lasciato avvincere dalla calda sensualità che
freme nei quattordici versi (1). Invece, al contrario del prece-
dente su la cui paternità nessun lume si ricava dalle raccolte
del tempo, il sonetto è attribuito al Muzzarello in 8,, con altre
poesie dello stesso autore (2); in N,, parimente ricco di rime
del mantovano (3); in P,, ove, adespoto, segue però una poesia
data allo stesso rimatore (4). Non solo; ma poco prima del Lisio,
Il caldo componimento era fatto noto, sempre fra la lirica del
Muzzarello, dal Prato, che lo giudicava, forse un po’ eccessiva-
mente, povero « di originalità di concetto e novità di forma » (5).
Riepilogando, mentre il capitolo in centona appare del-
lAriosto, dei sonetti due sono indubbiamente di Giovanni Muz-
zarello, il secondo cioè e l’ultimo, due sospetti e contesi, uno
copia del sonetto; col primo verso presso a poco uguale incomincia un sonetto
di G. B. Giraldi « O fastiditi già del pianger mio », nel Secondo libro di
Rime scelte del GioLito, 1568, p. 424.
(1) Il Lisio che lo volle pubblicare perchè il più bello dei son. conservati
dal Maraviglia, dice che « nel primo Cinquecento » non v'era fuori dell’A.
chi fosse capace « di descrivere con tanta verità e precisione, con tanta leg-
‘ gerezza di tono, il dolce momento delLampiceo, senza cadere in nulla di
‘ vacuo e di morboso » (p. 381).
(2) Nell'articolo Quattro poesie ecc. (p. 9) accennai già a questa falsa at-
tnbuzione ‘all’A.
ni È il quarto del gruppetto di componimenti costituenti nel codice
l'« Oppere vulgare dello Ecc.mo Poeta m. Giovanni Muzarello Mantuano »
(e 25).
(4) Il Palermo e il Gentile nei rispettivi cataloghi a stampa pongono fra
parentesi il nome dell’autore Giovanni Muzzarelli, deducendolo forse dal son.
precedente « O desir di quest'occhi ulmo mio sole », dato a lui; nel codice
tna mano recente ha scritto in lapis lo stesso nome.
(5) G. Prato, Alcune rime di G. Muzztarelli nella Miscellanea Cian-
Sappa Flandinet, p. 267; il Prato ricorda pure il ms. manzoniano ($,), il
magi. (N,) e il Palatino (P,), pubblicando il sonetto come inedito. Il Lisio
notò l'infelice lezione data dal Maraviglia, ma i codici danno un testo mi-
gliore. Per confronti col Furioso v. i canti VIII, 29, XXII, 33, XXV,
68, 88, ecc.
268 G. FATINI
dall’Amanio e dal Brocardo, l’altro forse dal Molza, se pur il
Maraviglia ha inteso riferirsi a quest’ultimo.
Le ottave che sono trascritte a pie’ della c. 7 d l’una, 8 d l’altra,
adespote e anepigrammatiche, probabilmente servirono al Ma-
raviglia per occupare la parte bianca delle due carte; la man-
canza del nome e di didascalie attesta forse che neppure il Pa-
doano intendeva riferirle all’Ariosto; la prima trovasi adespota,
ma dopo alcune ottave di Adriano Franci, in P, e nel codice
urbinate 1743, ove pare data al Coppetta (1); l’altra in L, in
mezzo a varie ottave dell’Accolti (2).
Sotto il nome di Gabriele Ariosti comparve nelle Rime de'
Poeli Ferraresi (1713, p. 81) il sonetto
Miser, fuor d’ogni ben, carco di dogha,
(son. XXXV),
che il Baruffaldi giudica « più veramente composto da suo fra-
tello Ludovico allora quando trovavasi in Garfagnana ». Vi sì
parla di « aspri, selvaggi, orridi sassi », ove il poeta è obbligato
a recarsi col cuore in tempesta perchè «..... altro Cielo, altre
« mura, et altre soglia — chiude ’1 mio cor, e la mia Donna
« stassi ». L’argomento, che ci richiama alla Garfagnana e alla
forzata lontananza di Ludovico dalla sua Alessandra, mal si può
riferire all’infelice Gabriele, che, storpio di natura e nell’impos-
sibilità di muoversi di casa, non è ammissibile che andasse mai
lontano da Ferrara o almeno dal suo territorio, « che per esser
«luogo di bassa pianura... in nessuna parte offre vedute di aspri,
« selvaggi, orridi sassi... » (3). A_me pare che l’opinione del Ba-
(1) A ce. 393 c’è una nota « Il fine de sonetti Canz. e Cap. — Del Co-
< petta ». Ma la stanza che si trova a c. 357 bd, è proprio sua? Nella rac-
colta di Rime di G. Guidiccioni e F. Coppetta-Beccuti, a cura di E. Cuioz-
soLI, Bari, Laterza, 1912, non compare. È « incerti auctoris » in magliab. II,
IMI, 384, c. 159.
(2) La serie delle ottave è data allo « Accolti »; dev'essere Bernardo, sul
quale v. p. 190, n. 3.
(3) Vita di L. A., pp. 39 e 190.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO “269
ruffaldi sia ben fondata, anche perchè l’impronta di affetto e di
dolore sincero che, pur nella loro intonazione petrarchesca,
hanno i pochi versi, escludono la congettura che si tratti
d’un’esercitazione retorica di Gabriele (1). Probabilmente il so-
netto confuso tra le carte di quest’ultimo, e forse anche, come
sospetta il Baruffaldi, scritto di suo pugno, trasse l’editore
del 1713 ad attribuirlo a Gabriele, del quale si sa che fu buon
cultore di poesia latina, ma non di quella italiana.
Tra le poesie di dubbia autenticità va annoverato il son.
Spenta è d’ Amor la face, il dardo è rotto
(son. XXVIII).
Attribuito a Barbara Torelli, l’infelice moglie di Ercole Strozzi,
il Carducci, certo di questa appartenenza, lo ricorda tra «le
« pochissime belle poesie che abbiano mai scritto le donne ita-
«liane » (2). Ma di recente il Bertoni, modificando l’opinione
espressa or sono vari anni (3), non lo crede più della Torelli (4)
ed il Catalano (5) propende per l’Ariosto.
Il sonetto comparve, col nome della Torelli, tra le poesie di
letterati ferraresi raccolte da Girolamo Baruffaldi (6); ma, se si
pensa che essa forse non ha scritto altre rime nè umili nè
efficaci come quelle attribuitele e, d’altra parte, che l’Ariosto,
(1) Si sa che Gabriele si dette alla poesia all’età di quarant'anni ed ebbe
per maestro il fratello Ludovico. Sue poesie latine furono raccolte in Ferrara
nel libretto Gabrielis Areosti Ferrariensis Carmina, Ferrariae, Excudebat
Vietorius Baldinus, MDLXXXII; è interessante l’elegia In obitu Ludovici
Areosti (cc. 12-26). A Gabriele si deve pure una delle due continuazioni de
Gli studenti, che oggi si può vedere nell’edizione Salza.
(2) Opere, XV, 238; vi si riporta pure il sonetto.
(3) La Biblioteca estense e la coltura ferrarese, Torino, 1903, p. 169.
(4) L’'« Orl. Furioso » e la Rinascenza, ecc., p. 308.
(5) M. Cararano, Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, Ferrara, Taddei
(1920), p. 26.
(6) Rime scelte di poeti ferraresi (p. 55). Trovasi pure nel cod. 202 della
Civica di Ferrara (Raccolta di poesie estese da donne ferraresi con le rispet-
tive biografie), del sec. XVIII, forse di Gir. Baruffaldi iunior.
270 G. FATINI
in quel tragico e oscuro frangente dell'assassinio dello Strozzi,
può aver dato libero sfogo al dolore per l’amico così sciagura-
tamente e misteriosamente soppresso, lasciando che il sonetto
andasse col nome della disgraziata donna contro la quale l’as-
sassino, anche se potente, non poteva incrudelire, si può credere
non infondata la recente attribuzione (1).
Col nome dell’Ariosto si trova in B, il sonetto
Son questi que’ begli occhi in cui mirando
(son. V?).
L’annotatore di B, avverte « che non si trova tra quelli del-
«l’Ariosto, che io mi sappia, in nessuna edizione delle sue Rime
« e che leggesi tra le Rime del Bembo come suo; in un Codicetto
« del secolo XVI viene attribuito, non so con qual fondamento, al
« primo di questi due autori... ». L'affermazione dell’irreperi-
bile ms. è contraddetta dalle edizioni liriche del Bembo (2) e da
alcuni mss. (3), nei quali il sonetto o è dato al Veneziano o è
adespota.
In T, giacciono inediti i sonetti:
Per un'alma gentil Speme e Timore
Aspra guerra e crudele insieme fanno
(sonn. XXVT!, XXVII").
Disposti nel secondo ripiano della c. 6 del 6° e ultimo fasci-
colo e divisi con una linea dai versi copiati nella prima metà
(1) Su la tragica morte dello Strozzi v. M. Wirtz, E. S. poeta ferrarese,
in Atti e Memorie della R. Deputaz. ferr. di storia patria, XVI, 1906;
sul mandatario e su la causa v. Luzio, Isabella d’Este e i Borgia, Milano,
1916; G. Bertoni, L’ « O. F.» cit., pp. 332-333 e M. Catarano, Op. cit.,
pp. 62-65; anche la Wirtz (Op. cit., p. 94) dubita che la Torelli, alla quale
il codice cit. riferisce altri due sonetti molto miseri, « salisse d'un tratto a
« così nobile altezza nei versi in morte del marito, senza lasciare altra traccia
« del suo ingegno ».
(2) È il sonetto XVI delle Rime di M. P. Bembo con le annotazioni di
P. A. Secnezzi, p. 14.
(3) Col nome del B. è in N, (c. 7 d), N; (92), C, (c. 42d e 44a), Palat
221-(931-21, 2]; adespoto o incerto nel magliab. II, IX, 121, $,, R3, ecc.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 271
della carta (1), portano, a sinistra, il nome: Di M. Lod. Ariosto.
Da un’annotazione (2) della c. 1a e della c. 6d pare che pro-
vengano, insieme con altre poesie raccolte in questo codice
miscellaneo, da un ms. d’un tal Padoani, copiato assai scorret-
tamente forse dal servo d’un Melchiorri d’Adergo del sec. XVI,
il quale riportava anche alcune lettere di lui. Mancando ele-
menti per giudicare con sicurezza sia della provenienza dei due
sonetti, sia dell’attendibilità del codice e d’altronde non potendo
smentire l’affermazione del Trivulzio, cui devesi la raccolta
di T, e di cui ognuno conosce e l’amore per gli studi e la se-
rietà nelle ricerche, è opportuno accogliere i due componimenti
con un certe riserbo su la loro legittima paternità.
Nel cod. senese H. X. 28, sotto il titolo Capit° dell’Ariosto
(c. 78), è riportato il ternario (cap. Il')
Se quella e fatigosa e dura prova
che non ha riscontro, ch'io sappia, nè in altri mss. nè nelle
stampe. È un componimento che per il carattere di esercita-
zione petrarchesca, ove non è facile sorprendere un lampo di
poesia, ci richiama ai capitoli di Ippolito Ferrarese e ad altri
consimili. Ma tant'è; l’Ariosto ci ha abituati a siffatti capricci
versaioli, che ci sono pervenuti peggiorati forse dagli amanuensi.
Perciò, non potendo dal valore intrinseco del capitolo ricavare
alcun elemento che ci confermi l’autenticità o meno, è neces-
sario rivolgersi all'esame del ms. II quale, di mano forse senese
del sec. XVI, e appartenuto a un Credi Ugurgeri, è una miscel-
lanea di cc. 87 di poesie in gran parte adespote, tra le quali
il mad. V’ (c. 12), il son. III’ (c. 36), il son. V? (c. 41). Pochi
—
————————@@
(1) Nella stessa c. 6a ci sono due poesie cinquecentesche, a due scompar-
timenti, sotto le quali sono trascritti i sonetti.
(2) Il fascicolo VI è una parte del codice del Padoani o una copia; com-
prendeva, come dichiara una nota (c. 1): « XXI sonetti contro Gaspara
‘Stampa, ma tutti erano lacerati eccetto l’ultimo, che qui si trascrive...
« (Fermati, viator, se saper vuoi) »; ci sono poesie del Verità, del Nava-
gero, dell’Amalteo, una lettera del Varchi (1553), poesie del Fracastoro.
272 G. FATINI
componimenti hanno il nome dell’autore; tra questi non si può
dire se si trovasse l’Ariosto per la canz. I!, che è mutila delle
prime due strofe, perchè il codice manca del primo foglio; c’è
invece il Molza (canz. V*, c. 44), il Trissino, e con pochi altri
— i più sono nomi accademici — il Sannazzaro e l’Ariosto.
Al Sannazzaro sono attribuiti il cap. XII (c. 31), nella reda-
zione più breve, e la canzone I? (c. 75): l'uno appartenente,
come già dimostrammo (1), all’Ariosto, l’altra al Trissino (2).
Poca dunque essendo l’attendibilità del raccoglitore, sospetta
appare l’attribuzione del capitolo che pubblichiamo tra i dubbi,
non avendo elementi decisivi per annoverarlo tra gli autentici
o gli apocrifi. i
A completare, per dir così, le preziosità ariostesche e pre-
sunte ariostesche non potrebbe mancare il ternario (cap. III!)
Veduto, ò, spectator, ch'è ‘necessario,
che il Mazzoni congetturò, or sono alcuni anni, possa apparte-
nere a messer Ludovico.
E il prologo in terzine al Formione Terenziano (3), conte-
nuto in un codice della Riccardiana. Si sa che l’Ariosto tra-
dusse commedie plautine e terenziane per il teatro, che aveva
un grande fautore e protettore in Ercole I (4); si sa pure che
il Formione rappresentato in Ferrara aveva un « nuovo prin-
« cipio e nuovo fine »: cioè un prologo e una licenza che par-
rebbero aggiunti da Ludovico (5). Ora il codice riccardiano,
(1) Vedi pp. 193-198; ai mss. con la canz. I! ricordati in queste pagine si
aggiunga ora anche il sen. H. X. 28.
(2) Vedi pp. 156-57.
(3) La favola di Orfeo e di Aristeo — Festa drammatica del sec. XV,
edita da G. Mazzoni, con un prologo al « Formione » Terenziano (attribus-
bile a L. Ariosto), Firenze, Seeber, 1906.
(4) Luzio-ReNIER, Commedie classiche in Ferrara, in questo Giornale, 11,
177 sgg.; G. Parpi, Il teatro classico a Ferrara, Ferrara, Zuffi, 1904.
(5) A. D'Ancona, Origini del teatro italiano, 2* ediz., II, 127-32 e
G. Camprori, Notizie per la vita di L. Artosto, Firenze, Sansoni, 1896,
pp. 50-51.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 273
mutilo in fine, conserva il prologo che potrebbe essere appunto
quello dato dall’Ariosto. « Mostrerebbe di non conoscere — dice
«il Mazzoni (X) — le prove giovanili di quell’industre artefice,
«che tutta la vita lavorò sulla lingua e sullo stile, chi si oppo-
«nesse all'attribuzione soltanto per il ribrezzo della scabra dici-
«tura, che in ogni caso si vedrà peggiorata dall’ibridismo del-
«l’amanuense umbro... ». Alla congettura del Mazzoni porta un
lieve appoggio anche l’affermazione del Sanesi che l’Ariosto
avrebbe dato una redazione della Cassaria in terzine, per-
duta (1). /
D’un capitolo (IV') diretto a Nicola Benucci fa parola il Resto
del Carlino del 2 gennaio 1912, nell’articolo La scultrice Pro-
perzia de’ Rossi morta per amore, firmato con la sigla X;
l’articolista dice di averlo trovato in una Raccolta di capitoli
inediti e rari, Piacenza, Tipogr. Del Majno, fine secolo XVIII.
Per quante ricerche abbiamo fatte direttamente e indiretta-
mente in molte biblioteche per rintracciare la Raccolta, non è
stato possibile nè conoscere il libro, nè avere più precise no-
tizie del capitolo. Qualcuno, da noi appositamente interpellato,
in seguito alla nostra osservazione che lo stesso X, nonostante
premurose sollecitazioni, non s'è fatto mai conoscere, nè ha mai
risposto, ha dubitato che si tratti d’una gherminella dell’artico-
lista, che potrebbe essere Olindo Guerrini.
A noi però e per le tre terzine che nell'articolo sono ripor-
tate e per la mancanza d’un reale motivo che consigliasse la
presentazione d’un inesistente capitolo ariostesco, in un articolo
ove l’Ariosto entra incidentalmente, questo dubbio non appare
troppo verosimile (2).
(1) I. Sanesi, La Commedia (collez. Vallardi), p. 174; v. pure Giornale,
48, 270.
(2) Si riportano le tre terzine fra le poesie dubbie; il prof. S. Fermi che
ha pronto uno studio su La bottega del Majno e il movimento letterario in
Piacenza, con un’appendice che riporta il lungo elenco di tutte le edizioni
ascite da essa dal 1804 (data della fondazione della Casa) in poi, non ha
trovato. notizie su la nostra Raccolta. — Su testi a penna contenenti poesie
dellA., di cui Ja notizia è giunta a noi, vedi la mia Nota bibliografica.
274 ° G. FATINI
Tra i componimenti perduti si ha notizia di due, i cui capo
versi
Poschè tu muous
Sentendo che alla morte,
forse incompleti, sono ricordati nell’Indice premesso al ms. F,;
ma tanto in F, come in F, il testo di essi invano si desidera;
lo stesso Barotti, a lato del capoverso, nell’/ndice pose questa
annotazione: Questo non si trova da me.
LIRICHE LATINE
l.
Dalla raccolta del Pigna a quella del Polidori.
Se al pari delle liriche volgari le liriche latine non ebbero
l'onore della stampa dal loro autore, la storia di quest’ultime,
a differenza di quelle, si presenta molto semplice e sbrigativa.
Forse l’Ariosto si compiaceva di conservarle, sia pure con un
po’ di disordine, e non era alieno di inviarne qualcuna agli
amici (1), in attesa che tempo e voglia gli permettessero di
pubblicarle. Vero è che alla morte del Poeta ne vennero, come
delle altre opere, in possesso i congiunti e tra questi il figlio
Virginio; dal quale, se nel 1548 non passarono a formare una
raccoltina con poesie di altri cinquecentisti per il cardinale
Cervini (2), nel 1553, senza dubbio, furono date a Giovan Bat-
(1) In una lettera a Mario Equicola, il 15 ottobre 1519, così scriveva:
« Circa l’oda che voi mi dimandate, la cercherò tra le mie mal raccolte com-
« posizioni, e le darò un poco di lima al meglio che io saprò, e manderol.
« lavi » (Lettere, XVIII).
(2) Il Cicogna nelle Inscrizioni veneziane (Venezia, 1827, II, 309) ricorda
una lettera del 1548 di Carlo Zancaruolo al cardinale Cervini, conservata nel
cod. lat. XI, 96 della Marciana, nella quale scrive che « gli manda una
e raccolta di epigrammi, elegie ed eroici latini di B. Accolti, Fracastoro,
« L. Ariosto... »; cfr. Clan in questo Giornale, 11, 238-39 né
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 275
tista Pigna, che insieme con un gruzzolo suo e di Celio Calca-
gnini le offrì ad Alfonso Il, duca di Ferrara, in ringraziamento
quasi di averlo preso tra i suoi cortigiani. Virginio gli dette
tutti i carmi paterni che aveva messi insieme; egli, sceltine
cinquantaquattro (1), li inseri nel volumetto:
Io. BAPTISTAE PIGNAE CARMINUM | Lib. Quatvor, | Ad Al-
phonsum Ferrariae | Principem | His adiunximus | Caetit
Calcagnini Carm. Lib. III. | Ludovici Areosli Carm. Lib. II.
| Cum Privilegio | Venetiis, | Ex officina Erasmania, | Vin-
centii Valgristi | M.D.LIII; in 16°, pp. 312.
Precede una dedicatoria dello stesso Pigna ad Alfonso « Fer-
rariae Principi», con la data VIII. Id. Ianuar. M.D.LIII, Ferraria;
seguono i carmi del Pigna (pp. 5-116), le Satyrae dello stesso
(pp. 116-170); i carmi del Calcagnini; poi
(p. 270) Lvpovici Areosti Carminum Liber Primus, cioè 9 componimenti
(pp. 270-91); |
(p. 292) Lvpovici ArEostI Carminum Liber Secundus, cioè 45 componimenti
(pp. 292-312).
Eccone la tavola:
Libro primo
1. (pp. 270-72) Ad Alphonsum Ferr. Ducem III
Extollit clamor patrem, par murmure laudat (I, VV)
2. (pp. 272-77) AA Abertum Pium
Fama tuae matris crudeli funere raptae (XII)
3. (pp. 277-83) Epithalamium
Surgite, iam signum venientis tibia nuptae (LITI)
4. (pp. 283-84) Ad Petrum Bembum
Me tacitum perferre meae peccata puellae ? (XV)
5. (pp. 284-85) _ Ad Herculem Strozzam |
Audivi, et timeo, ne veri nuncia fama (XII)
6. (pp. 285-87) Ad Pandulphum
Ibis ad umbrosas corylos Pandulphe Copari (XVI)
(1) Veramente sono cinquantatre, perchè i due comp. 7 e 20 del libro II
debbono considerarsi come un solo; v. Carpucci, XV, 212,
276
7. (pp. 287-88)
8. (pp. 288-90)
9. (p. 291)
Libro secondo
1. (p. 292)
2. (pp. 292-93)
3. (p. 298)
4.( >» )
5.( » )
6. (pp. 2938-94)
7. (p. 294)
8.( » )
9.( » )
10.( » )
11. (pp. 294-95)
12. (p. 295)
18.( » )
14.( » )
15.( » )
G. FATINI
De Lydia
Haec certe lepidi sunt Regia moenia, quae sic (XXIII)
De diversis amoribus
Est mea nunc Glycere, mea nunc est cura Lycoris (LIV)
Bacchi Statua
Quid causa aeterna frueris quod Bacche iuventa ? (XXV)
Ada Alphonsum Ferr. Ducem III
Cum desperata fratrem languere salute (LXIV)
De Eulalia
Ut bella, ut blanda, ut lepida, utque venustula ludit (XXIX)
De Veronica
Es Veronica ne? an potius vere unica? quae me (XXXI)
De Gilycere, et Lycori
An Glyceren pluris faciam, plurisne Lycorin (XXXII)
Oliva
Hic ne rosas inter Veneris bulbosque Priapi (LXVI)
De Populo, et Vite
Arida sum, vireoque; aliena populus umbra (LXVII)
De Spartanss
Arma Deo sua sunt hospes ne fallere sparta est (XLII)
Ad Bacchum
Quod semper vino madidus, somnique benignus (XXVI)
De Baccho
Qui non castus adis Bacchi penetralia, non te (XXVII)
De lulia
O rarum formae decus, o lepidissima verba (XXX)
De Trivultia ]
Quod genere, et censu praestes Trivultia multis (XLII)
De Callimacho
Heus puer, imprudens diri cum pone viderem (XXXVII)
De eodem
Sunt pueri crines, senis ora, tuique videtur (XXXVIII)
i In duos loquaces
Ne distorque oculos, ne nuta, ne fode surdum (KXXIX)
Ad Lygdamum
Quod fractus nisu in medio te deserit arcus (XL)
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO
16. (p. 295) De puella
Hasne rosas an te vendes, an utrumque puella =—(XXXIII)
17. (pp. 295-96) De eadem
Vendere velle rosas inquis cum sis rosa quaero (XXXIV)
18. (p. 296) De lupo, et ove
Foetum invita lupae sed iussu nutrit herili © (KXXXV)
19. ( » ) De Bardo poeta
Cuncta memor recitat, quae pangit millia Bardus (XXXVI)
20. ( » ) De Venere se armante
Arma Venus Martis sunt haec, quid inutile pondus (XLII)
21. (pp. 296-97) De Raphaele Urbinate
Huc oculos (non longa mora est) huc verte, meretur (LXIII)
22. (p. 297) De puero formoso
Eranimum Paphie puerum miserata feretro (XLI)
3.( » ) De Quincti Valerii urore
Molliter hic Quincti complectitur umbram (IX)
A.( » ) Iani Francisci Gonsagne epit.
Quae fuerant vivente anima olim, mortua membra (LV)
2.( e) Francisci Areosti epit.
Hic Franciscum Areostum uror natusque superstes (LIX)
26. (p. 298) Camillae epit.
Marmoris ingenti sub pondere clausa Camilla est (XLV)
2.( » ) Eiusdem epit.
Quaeris quae fuerim? me scito fuisse Camillam (XLVI)
B.( » ) Herculis Stroszae epit.
Qui patriae est olim iuvenis moderatus habenas (LX)
29. (pp. 298-99) Piscaris epit. (1)
Quis iacet hoc gelido sub marmore ? maximus ille (LXV)
30. (pp. 299-300) Ad Albertum Pium
Alberte proles inclyta Caesarum. (VII)
31. (pp. 300-01) Ad Fuscum
Antiqua Fusci, claraque Aristii (LXII)
3% (pp. 301-02) De Megilla
Illius timidis spes sit amoribus (XVII)
33. (pp. 302-038) Ad Philiroem
Quid Galliarum navibus, aut equis (IT)
(1) Era già comparso negli E/ogia viror. liter. illust. del Giovio.
Giornele storico — Suppl. n° 28. 18
278 G. FATINI
34. (pp. 303-04) Ad Pandulphum
Dum tu prompte animatus ut (111)
35. (pp. 305-06) De Iulia ss
L Qualem scientem carminis, et Lyra (XVII)
36. (pp- 306-07) De Vellere aureo °
| O pubis iuvenes robora thessalae (XIX)
37. (pp. 307-08) De Nicolao Areosto
| Has vivens lachrymas, sed qui odio miser (X)
38. (pp. 308-09) In meretricem
Abi vorar anus tuis cum blandulis (XXI)
39. (p. 310) Nicolai Areosti epit. | |
Nicolaus Areostus insignis comes (XI)
40. ( » ) De catella puellae |
| Quis solaciolum meum? meos qui I (XX)
41. (pp. 310-11) De paupertate
| Sis lautus licet, et beatus hospes (LXTX)
42. (p.311) De Trivultia
= Sis dives, generosa, bella, casta | (XLIV)
43. ( » ) Zerbinati epit.
Paulum siste, mora est brevis, rogat te (LXI)
44. (pp. 311-12) Cosmici epit.
Hospes siste parumper, hocque munus (XIV)
45. (p.312) Ludovici Areosti epit. (1) i
Ludovici Areosti humantur ossa (LVIII)
Finis. i
Quale criterio abbia seguito il Pigna nella scelta non #ap-
piamo, nè risulta chiaro dal passo della dedicatoria riguardante
le poesie dell’Ariosto. « Accipe — egli dice al Duca — igitùr
« Pignae tui carmina, unaque etiam Calcagnini, et Areosti. Nam
«cum Ant. Musa Brasavolus socer, sui in mansuetioribus literis
‘‘(1) Comparso negli E/ogia del Giovio, si trova, tradotto, nelle Inscrittioni
Poste sotto le vere imagini de gli homini famosi; Le quali è Como nel
Museo del Giovio si veggiono Tradotte di Latino in volgare da Hippolito
Orio Ferrarese, in Fiorenza, MDLII, p. 161; prima ancora nelle Zistorie
di M. Guazzo (ediz. 1540, 1547, ecc.) e nella Cronica dello stesso Guazzo
(1553), ce. 393-941. FRE
- è
Va
|
i — e -
— 2... -—
PER LE LIRIOHE DI LUDOVICO ARIOSTO 279
« magistrì poètice scripta; et parentis etiam sui poétice soripta
« Virginius Areostus doctrinae et humanitatis vinculo mihi
«coniunctissimus, arbitrio iudicioque meo commisissent, e/egi
«ego quae mihi magis approbarentur (1): adhibito etiam Ga-
«leacij Gonzagae consensu, viri generis antiquitate, et ingenij
«acumine Varo comparandi ... ».
Intese fare una silloge di quei versi che a lui e a Galeazzo
Gonzaga parvero più belli o più adatti alla raccolta che doveva
essere presentata al Duca? Parrebbe; vero è che la volontà del
Posta non fu scrupolosamente osservata, se non sole l'ordine e
il titolo di qualche componimento spettano probabilmente al
Pigna o ai suoi consiglieri, discordando così dal ms. ferrarese
di cui parleremo; ma forse allo stesso Pigna devesi qualche
rabberciamento di lezione e l’accozzo di tre frammenti, male
riuniti in uno, sotto il titolo Ad A/phansum Ferrarie ducem
lertium (2) (I, vv. 1-44; .... 42-44; II, 45-58) © il distacco del
componimento (n. 20) De Venere se armante dall’altro De Spar-
lanis (n. 7), che, essendo una risposta al primo, costituisce con
questo un’unica poesiola (XLII).
L'importante edizione (3), per quanto nel Cinquecento non
mancassero giudici benevoli ed ammiratori della lirica latina
ariostea, non fu seguita se non parzialmente e poche volte (4);
si accrebbe di due epigrammi (I°, I'):
De Victoria Columma
Non vivam sine te, mi Brute, erterrita dirit
Castanea
Arbor inest silvis, quae scribitur octo figuris,
——_—_——rrP»
(1) Anche mella Vsta tratta da I romanzi il Pigna ripete di avere stam-
pato dell'A. il meglio de’ suoi versi latini.
(2) Vedi F. Torraca, Per la biografia di L. A., cit., pp. 4-14; H. Hav-
verre, Notes sur la jeunesse de l’Arioste, in Bulletin italien, 1922,
PP. 144 sgg. e una mia recensione all’articolo del Torraca in questo Giornale,
78, 151 sgg.
(3) Su di essa v. pure Carpucci, XY, 5-6.
(4) Su queste parziali ristampe e edizioni v. la mia Nota bibliografica.
280 G. FATINI
nella stampa veneziana dell’Orlandini (tomo 2*, p. 400); di altri
due componimenti (LII, IV):
Ad Timotheum Bendideum
Ignaro servum Domino promittere quicquam
Epi. Fulci Areosti
Stirps Areosta fuit, Ferraria patria, Fulcus
nella edizione pitteriana del 1741 (IV, pp. 897-98) per opera del
Barotti, il quale arricchi l’edizione del 1766 (VI, pp. 427 sgg.)
ancora con sei poesiole (LVII, L, XLVII, XLVIII, LXX, XLIX):
Hyppolit. Est. Epssc. Ferr.
Excita festivo populi Ferraria plausu
Epitaphium
Claudit Alerandrum fossa brevis urna: puella
Epithaphium Labullae
Huc oculos, huc verte, bonae quicunque Parentis
Eiusdem
Haec vivens, nec certa satie natisque, viroque
Quae frondere vides serie plantaria longa
Epithaphium Manfredi
Quis tegitur tumulo? Manfredius ille, viator.
Infine un distico fu aggiunto dal Polidori, col titolo certo dello
stesso editore (LXVIII): -
Domus a se conditae epigraphe
Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non;
e così si raggrupparono 64 composizioni latine o, meglio, 65,
considerando la 1* del 1° libro come due poesie frammentarie.
tinti
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 281
II.
Un manoscritto ferrarese.
Liriche dubbie e apocrife.
Dei manoscritti con poesie dell’Ariosto uno solo merita di
essere descritto con una certa ampiezza sia per il numero dei
componimenti sia perchè molto probabilmente è autografo. Tro-
vasi nella Civica di Ferrara, e porta il titolo di data, in vero,
posteriore, Aliquot carmina autografa Ludovici Areosti fer-
rariensis (F.).
Consta di 12 carte, delle quali le prime dieci di piccolo for-
mato, in origine costituenti uno o più quaderni, in seguito stac-
cate, oggi rilegate tra fogli bianchi più grandi; le carte 11 e 12
sono piuttosto liste di carta, su le quali il Poeta scrisse così
alla prima o ricopiò una poesia già composta. Il Carducci, che
ha minuziosamente descritto il codice nei riguardi dei carmi,
della calligrafia, dell'inchiostro e della carta (pp. 13-26), giudica
Il codice piuttosto un frammento di codice e perchè vi manca
uno degli epigrammi pubblicati dal Barotti (ediz. 1766, n. XLVIII)
e perchè le due prime carte che riportano poesie del Bembo
paiono frammenti d’un quaderno, ove l’Ariosto doveva avere
trascritte altre poesie dell'amico e non di lui solo, e per altri
elementi offerti dal disordine che attualmente ha la rilegatura
delle varie carte. Il Carducci non dubita punto dell’autografia
del codicetto, non solo per il raffronto con altri autografi, ma
pure per « i pentimenti rapidi, le cancellature subitanee a mezzo
«il verso, a mezzo la parola, le correzioni fatte e rifatte due
«e tre volte sopra e sotto la linea, in margine, di traverso, con
«carattere più minuto, con abbreviature ... ». Onde conclude che
«non sono quaderni ove il poeta scrivesse o copiasse seguita-
«mente i suoi versi: alcuni ve ne copiava da altri fogli a mano
<a mano che gli capitavano, alcuni ve li buttava giù di prima
I92 G. FATINI
« composizione, altri emendava e correggeva; e ciò tutto faceva
« in vari tempi, nelle ore di ozio e di riposo... » (pp. 12-13).
Ma, quand’anche, come sospetta qualche critico (1), così proprio
non fosse, il codicetto ha grande importanza, specialmente per
la lezione dei trentanove componimenti, alcuni dei quali pure
in una stesura diversa da quella tramandataci per le stampe.
La tavola di essi così si presenta:
c. II a,. - 1. Molliter hic Nicolaum Areostum composuere (2) (VII)
» a. - 2. Ut bella ut blanda ut lepida utque venustula... (Piema, II, 2)
» as. - 3. De Quincti Valeris uxore n
Molliter hic Quincti Valeri complectitur umbram (Piena, II,23)
c. IIId,. — 4. Ad Aulum
Ne distorque oculos, ne nuta, ne fode surdum (Piana, II, 14)
» gx - 5. Ad puerum
Quod fractus nisu in medio te deserit arcus (Pioxa, II, 15)
» 3g. - 6. Ad puellam vendentem rosas
Hasne rosas an te vendes, an utrumque puella (Piona, II, 16)
» 4. - 7. Idem
Vendere velle rosas inquis cum sis rosa quaero (Piana, II, 17)
» gs - 8 Aa Thimotheum Bendideum (3)
Ignaro servum Domino promittere quicquam (LII)
c. Va,. - 9. Epi. Fulci Areosti
Stirps Areosta fuit. Ferraria patria. Fulcus (IV)
» 2. - 10. Epi. R. F.
Illa ego laeta olim nunc moerens itala virtus (VI)
c.IVò,. - 11. De puero mortuo
Exanimum Paphie puerum miserata feretro (Picna, II, 22)
>» os. - 12. Ode de vita quieta ad philiroem (4)
Quid Galliarum rex Carolus paret (Piena, II, 33)
(1) Il Bertoni (Op. cit., p. 208) dice che i componimenti del codicetto
e possono non essere autografi, anzi non lo sono, a mio parere ».
(2) Nè questo epitaftio, che divenne poi il compon. Piona, II, 23, nè l'altro
Pioxa, II, 39, furono mai collocati su la tomba del padre (Barurratpi, 30).
(3) In questa carta solo il primo distico, il resto nella carta IV a.
. (4) Solamente i primi 15 versi.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO , 288
e. Va,. - 13. Hic ne rosas inter Veneris bulbosque Priapi (Pigna, It, 5)
- ® g. —14 Sio lantus lieet et beatus hospes (Piena, II, 41)
» g. -— 15. Arida sum vireoque, aliena populus umbra (Pigxa, II, 6)
» 4. - 16. Quae frondere vides serie plantaria longa (LXX)
ec. VI bianca (1).
c. Vila. Continua dal v. 16 in poi l'ode a Filiroe nella prima composizione (2).
c. VID,. - 17. Gonsagae. ui
Quae fuerant Iani Francisi (sic) mortua pridem (Piana, II, 24)
» g. — 18. Foetum invita lupae sed iussu nutrit herili (Picna, II, 18)
>» 3. - 19. Cuncta memorrecitat, quae pangit miltia Bardus (Piana, II, 19)
» 4. - 20 Claudit Alerandri fossa brevis urna: puella (L)
» g.-21. In Venerem armatam Lacedaemone
i Arma Venus Martis sunt haec, quid inutile... (Piona, II, 20)
e. VIII a,.- 22. Ludovici Areosti humantur ossa (3) (Piena, II, 45)
» g.— 23. Istos quaeso oculos operi, dum caetera lustrans {XXIV)
>» g3.-- 24. Quis tegitur tumulo? Manfredius ille, viator (XLIX)
c. VIII db, .- 25. Quid causa aeterna frueris quod Bacche iuventa (Pigna, I, 9)
» a2.- 26. Quod semper vino madidus somnique benignus (Pigna, II, 8)
» 3.- 27. Qui non castus adis Bacchi penetralia, non te (Picxa, II, 9)
c.IXa,. - 28. [Infelix a)nime et miser, quid ultro (4) (XXII)
‘c. IXd,. — 29. Abi vorax anus tuis cum blandulis (Piana, II, 38)
c. Xa,. -80. Epi.
Paulum siste, viator, et tibi sit (Piona, II, 44)
» s. -—8l1. Excita festivo populi Ferraria plausu — (LVII).
c. Xò,. - 32. Hic Franciscum Areostum uxor natusque... (Piana, II, 25)
» s. —-33. An Glyceren pluris faciam, plurisne Lycorin (Picna, II, 4)
» 3. -34. Es Veronica ne? an potius vere unica? quae me (Picna, II, 3)
e. XIa,. - 35. Qui iuvenis Martem, senior qui Martis amicam (5) (LI)
c. XId,. - 36. Huc oculos, huc verte, bonae quicunque Parentis (XLVII)
(1) È une carta un po’ sgualcita e con segni di piegatura; forma un foglio
"con la carta V, che è senza cancellature e in bella calligrafia, come una
copia.
(2) La c. VII forma un foglio con la c. X.
(3) Forma con la IX un foglio solo.
(4) Gli ultimi quattro versi sono nel verso della carta.
(5) La carta XI è una lista più lunga che larga; non ha nulla che vedere
con le carte precedenti.
284 G. FATINI
e. XIdb,, - 37. Marmoris urgenti sub pondere clausa Philippa... (Piena, II, 26)
» 3. -38. Quaeris quae fuerim? me scito fuisse Philippam (Picna, II, 27)
e. XIla, - 39. Huc oculos (non longa mora est) huc verte... (1) (Prexa, II, 21)
Da questo codice, al quale aveva già attinto il Barotti per
accrescere le sue edizioni del 1741 e del 1766 — come abbiamo
visto — il Carducci trasse 5 poesiole (i num. 1, 10, 23, 28, 35), e
con esse stampò due nuovi epigrammi (XXVIII, LVI)
Una vivamus, sed sic vivamus amici
Sum dat es est; et edo dat es est; genus unde, magister.
A questi possiamo aggiungere tre epigrammi, due presi da
un libro di Remigio Fiorentino, di cui parleremo, uno dalla Vita
dell’A. del Baruffaldi (II°, III”, IV’):
Nomina bina habui, geminos Pia Prisca maritus
Fessa gravi morbo cum iam mea Mamma iaceret
— Sic domus haec Areosta.
*
e e
Se lunga e complicata è la questione su l’autenticità delle
liriche volgari, semplice e breve è quella che interessa le liriche
latine, delle quali nessun dubbio è lecito avere sui gruzzoletti
trasmessici dal Pigna e dal codicetto ferrarese, che hanno pur
27 componimenti comuni. Non così si può dire delle nove poesiole
provenienti da fonte diversa.
1. L'epigramma De Victoria Columna (I'), apparso tra le
liriche latine dell’Ariosto la prima volta nell’edizione Orlandini,
è a lui timidamente attribuito dal Corso, il quale, commentando
della Marchesana di Pescara la quarta strofe della canzone
Mentre la nave mia lunge del porto, riferisce l’epigramma
di cuì « non sa certo » l’autore, che ha «inteso essere stato
(1) La carta XII è una lista che sta a sè.
PER LE LIRICHE-DI LUDOVICO ARIOSTO 285
« M. Lodovico Ariosto »; aggiunge pure che da taluni si credeva
appartenere a M. Antonio Flaminio (1), mentre più tardi il Po-
lidori ricordava un Giovanni Tommaso Mosconi (2).
Dei tre contendenti però nessuno è il legittimo autore; chè
di recente il Lo Parco (3), dopo avere spiegata l’origine della
presunta paternità dell’Ariosto e del Flaminio, dovuta all’alta
ammirazione che i due poeti ebbero per la Colonna, lo restituisce
ad un modesto accademico pontaniano, a Pietro Gravina, sotto
il cui nome la poesiola era apparsa in una sua opera fin dal
1532 (4), vivente ancora l’Ariosto e parecchi anni prima che ìl
Corso (1558) raccogliesse la voce della paternità ariostea, il
compilatore Leodegario dalla Quercia (1560) quella del Fla-
minio (5) e il raccoglitore Ranuzio Ghero (1608) del Mosconi (6).
La esauriente dimostrazione del Lo Parco toglie così ogni valore
(1) Réme della illustriss. et eccellent. Signora V. C., Venezia, Sessa, 1558,
p. 381. L'Orlandini (p. 400) raccolse la voce della duplice attribuzione, se-
guito dal Bortoli, dal Barotti e da altri nelle loro edizioni.
(2) l PoLipori (I, 3850-51) rilevò che al Mosconi fu riferito dal MOoRERI
(Le grand dictionnaire historique, Amsterdam, MDCCXL, III, p. 521), ma
lo aveva già avvertito l’annotatore delle Opere di L. A., Bassano, 1798,
VI, p. 366.
(3) F. Lo Parco, Un epigramma in lode di Vittoria Colonna erronea-
mente attribuito a L. Ariosto, a Marcantonio Flaminio, a Tommaso Mu-
sconto, in Fanfulla d. Domenica, XXXVIII, 8; il Lo Parco era stato però
preceduto nella identificazione dell'autore da G. Verso, Pietro Gravina e le
sse opere, Corleone, 1908, come annunziò G. Assapessa nel Fanfulla d. Dom.,
XXXVIII, 9.
(4) Petri Gravinae Neapolitani poematum libri ad illustrem Ioannem
Franciscum De Capua Palenensium Comitem, Neapoli, ex officina I. Suls-
bacchii Hagenovensis Germani..., MDXXXII, c. 40b.
(5) Primo a raccogliere la voce del Flaminio fu il Corso; due annì ap-
presso un certo Leodegario dalla Quercia lo inserì nella sua Furrago Poe-
matum ex optimis quibusque et antiquioribus et aetatis nostrae poetis se-
‘lecta per LeopeGARIVM A QueRcv, Parisiis, 1560, p. 83; di qui passò in quasi
Tutte le edizioni del Flaminio, come nei Carmina Flaminti, Padova, Co-
| mino, 1763.
(6) Delstiae C. C. Italorum poetarum....., Pars altera, collectore RanutiIO
Grero MDCVIII, p. 90.
286 n - GG, PATINI
alla testimonianza del Corso, cui forse s’appoggia pur quella
d’un codice Vaticano (1).
2. L'altro epigramma (l') raccolto dall’Orlandiri fu preso
da un curioso libro del Monosini (2), il quale lo riferì per spie-
gare una sciarada. È uno scherzo che non disdiee all’Ariosto
per le agrodolci riprensioni da lui dirette alle donne nel Fi-
rioso, ma la fonte dell’attribuzione fa dubitare forte della sua
autenticità.
3. Nessun dubbio invece per il componimento XLVIII edito
dal Barotti perchè proveniente insieme cogli altri 7 (LII, IV,
LVII, L, XLVII, LXX, XLIX) dal codice ferrarese F,, ove oggi
.più non si .trova; molto probabilmente il codicetto è pervenuto
mutilo o la carta che lo conteneva non è stata compresa tra i
fogli ordinati e messi insieme. Se la poesia avesse avuta diversa
origine, il Barotti non avrebbe mancato di avvertirlo, come lo
ha avvertito per le poesie nuove raccolte dall’Orlandini (3).
(1) È il cod. lat. 9948 (f, 15), che porta l’epigramma col nome dell’A.,
forse trascrittovi da qualche lettore del Corso.
(2) A. Mowosini, Floris Italicae linguae libri novem, Venetiis, 1604,
‘p. 402. Ecco il passo:
Ditemi, donne, com'ell'è chiamata
Cosa ne’ boschi nata
Fra le spine pungenti,
Che tien due volte in sè quattro elementi;
De' quai gli ultimi tre levati via,
Di mille a pena una tra voi ne sia.
« Nux castanea est ista, quae a nobis dicitur Castagna: constat autem dictio
« haec ex octo elementis, quorum tribus ultimis detractis, superest Casta.
.« Unde convicium in mulieres. Huius sententia expressa est illo Disticho quod
« circumfertur nomine Ludovici Areosti: Arbor snest etc. ».
(3) Per l’epigramma De V. C. il B., e prima di lui l’Orlandini, avverte:
« Sunt qui hoc epigramma Flaminio tribuunt; at Rinaldus Cursus ecc. »;
per l’epigr. Castanea: Ex italicae linguae Flore Angeli Monosini, pag. 402.
Per gli altri nell’ediz. 1741 « Alia duo Epigrammata adiungimus ex antiquo
.e Codice Carminum Lud. Areosti excerpta »; in quella 1766: « Alia epie
< grammata adiungimus ex autographo codice carminum Lud. Areosti »; tra
questi ultimi è compreso il carme che non si trova più in Fg. Vedi paure
Carpucei, XV, 7-8.
PER LE LIRICHB BI LUBOVICO ARIOSTO 287
4. L'epigramma (LXVIII) aggiunto dal Polidori è il noto
distico che il Poeta aveva fatto apporre su la casa, come ricorda
Virginio e con lui dal Garofalo tutti i biografi dell’Ariosto.
5. I due epigrammi XXVIII, LVI che il Carducci riportò
nel suo studio insieme con le cinque poesie ricavate da F,,
farono tratti dal ms. della Estense, lat. 150 (a, T, 6, 8): miscel-
lanea poetica dovuta a G. B. Giraldi con carmi del Flaminio,
del Sadoleto, Fracastoro, Calcagnini, Gabriele e Ludovico Ariosto.
A c. 660 sotto la dicitura Lod. Areo è trascritto il XXVIII; se-
guono due versi che una mano indica sine aucitore e un’altra
posteriore de Marullo Tarchiarota; dopo i quali si legge nuo-
vamente Lod. Areo e, sotto, il carme XXXVII (Pigna, II, 12),
indubbiamente autentico.
À c. 73a ancora Lodovici Areosti e, sotto, l’epigramma n. LVI,
Il quale, sempre col nome, è trascritto una seconda volta a c. 76 a.
L'esplicita attribuzione preposta alle tre poesiole da un rac-
coglitore ferrarese, in mezzo a componimenti di amici di Lu-
dovico, presenta tutti i caratteri di esattezza (1).
6-8. Qualcuno ha dubitato dell’epigramma in morte del
Pescara (Pigna, II, 20)
Quis iacet hoc gelido sub marmore? Maximus ille.
Il Teza (2) ne sospetta autore il bresciano Andrea Marone,
basandosi su di un passo di Remigio Fiorentino. Si tratta d'una
lettera del 10 gennaio 1562 diretta da lui a Cesare Pavesi da
l'Aquila intorno alle iscrizioni funerarie e agli epitafi. «A' tempi
«si può dir nostri è fiorito l’Ariosto, Poeta eccellentissimo, il
«quale hebbe garbo in fargli, e vi fu dentro molto accorto, e
«arguto, de’ quali so che vi è uno in stampa ne gli E/09? del
(1) Un cenno sul codice estense nel Supplemento 8 di questo Giornale,
P. 133 ». La poesiola LVI era stata già pubblicata dal CaFretLi nella Prefuz.
alle Lettere, p. xx.
(2) Propugnatore, N. S., I (1838), P. II, pag. 430; il Carpecer (232-333)
per la sua meschinità non lo crede dell'A.
288 @. FATINI
« Giovio, degli huomini illustri in arme, sotto il ritratto del Mar-
« chese di Pescara, il quale havete veduto, ma gli altri quatro
« (che tutti mi furon già dati per suoi) m’imagino non habbiate
« veduti. E benchè sia in stampa, l’ho voluto nondimeno metter
«anche qui, accio che all’effigie d’uno, voi riconosciate gli
« altri ...». E qui riporta l’epitafio del Pescara, al quale « uno
simile» egli non ha «saputo mai trovare, ne tra i nuovi, ne
« tra i vecchi ».
E continua: « Ma se questo v’è piaciuto io penso che questi
« due che seguono (pur datimi per composition del medesimo
« Marone) non vi dispiaceranno, e vedete s’anch’egli, seppe
«accomodare il concetto de due nomi, de due figlioli morti,
« delle due febbri, e delle due sepolture, che hebbe una gentil
« donna, chiamata Pia Prisca, e descriverla con bellissima ar-
« gutia, e con somma brevità di parole ... ». E qui con un elogio
l’epigramma
« Nomina bina habui, geminos Pia Prisca maritos.
« Considerate in ultimo questo abbattimento delle gratie,
« d'Amore, e di morte, intorno a .una certa signora chiamata
« Mamma, e forse fu quella da Correggio, nominata da luì nel
« ultimo canto del suo Furioso, e posta la prima nel numero
« delle donne, e vedrete la felicità di quel imaraviglioso ingegno.
« Forse che voi cì vedrete dentro borra, o vento, o trama (come
« si dice) da ripiena, anzi ci scorgerete una candidezza, una
« vivacità, e certi spiriti, proprij veramente d’un candido e vi-
« vace scrittore, come era egli, e considerate molto bene la
« corrispondenza del principio del mezzo e del fine
« Fessa gravi morbo cum iam mea Mamma taceret.
« ..... Alcuni m'hanno detto che questi Epigrami, non sono
« del Ariosto, ma d’un certo Andrea Marone furlano, il quale
« fu eccellentissimo in far detti Epigrammi, e nel dir lirico et
« eroico rarissimo, e fu molto caro all’Ariosto, perche egli fece
« mentione di lui nel suo poema... Ma sieno di chi si vogliono,
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 289
«io vi gli ho mandati, accio che voi veggiate, che artificio ci
« vuole a fargli belli... » (1).
Il passo del Fiorentino non si distingue certo per eccessiva
chiarezza; ma è pur vero che l’epitafio del Pescara è indiscu-
tibilmente autentico, perchè la testimonianza del Pigna, avva-
lorata da quella del Giovio, trova conferma in un ms. dell'Am-
brosiana (n. 156, c. 50); in uno della Nazionale di Firenze (II,
III, 384, c. 96), che è del sec. XVI e riporta 7 poesiole, tutte
sicure, dell’Ariosto (PIGNA, II, 2, 16, 17, 10, 5, 29, 28, 45); in
un cod. ottoboniano 2348 (c. 222 d) con epigrammi latini del
Berni, dell’Amalteo, del Molza, ecc.; in un ms. della Comunale
di Siena, I. XI. 49, c. 15a e nei due codd. marciani lat. XII,
176, c. 40d e XII, 285, c. 40d. Esatto in questa affermazione
il Fiorentino, quale fede merita per gli altri due componimenti
riportati nella sua lettera? Egli parla da prima di quattro epi-
grammi, ma ne riferisce solamente due, uno dei quali anzi, di-
menticandosi di quanto aveva detto in sul principio, presenta
come « datomi per composition del medesimo Maron ». Intende
con questo nome per antonomasia il novello Virgilio, come da
qualcuno è stato inteso il Maron del Furioso (III, 56)?
Non parrebbe, perchè poco dopo fa parola del vero Andrea
Marone, di quel poeta estemporaneo che ebbe gli elogi del-
l’Ariosto stesso (Furioso, XLVI, 13, Satira, II, 115). Sembra
più ammissibile invece che il Fiorentino sia caduto con quel-
l’inciso in una svista, perchè, continuando a parlare dei due
componimenti, con quel /u/ ritorna evidentemente e al Fur/0so
e almaraviglioso ingegno dell’Ariosto. In tanta incertezza e
oscurità, forse voluta dallo stesso raccoglitore, che dimentica
pure di parlare degli altri due, mentre l’amicizia tra il Marone
e l’Ariosto non esclude che all’uno si attribuissero poesie del-
(1) Consideratsoni civili, Venezia, Zenaro, 1582, cc. 207-08; sul Marone
v. qualche notizia in Bertoni, Op. cit., pp. 138 e 322; e tre epigrammi
nella raccolta lirica Coryciana, Roma, L. Vicentino e L. Perusino, 1524,
£L7e1ll.
PALI
290 ° @. FATINI
l’altro, è naturale che si rimanga perplessi e dubbiosi nelao,
cogliere tra gli autentici i due epigrammi.
9. Un ultimo epigramma (IV') potrebbe appartenere a Lu-
dovico: l’iscrizione che il figlio Virginio pose su la facciata della
casa, oggi in un medaglione tra le due finestre di mezzo al se-
condo piano. L'ipotesi è del Baruffaldi (Vi/a, p. 198); non del
tutto infondata, perchè potrebbe accompagnarsi agli altri epi-
grammi o scherzi composti per la casa e l’orto che accolsere
il Poeta negli ultimi anni di sua vita (4).
Conclusione.
È innegabile che in una raccolta lirica procurata dallo stesso
Ariosto, mentre avremmo letti componimenti che il tempo ci ha
invidiati, alcune delle poesie da noì pazientemente riunite l’au-
tore avrebbe rifiutate come indegne, altre invece avrebbe ac-
colte o nella forma in cui ci sono pervenute o solo dopo averle
rielaborate; chè il cantore d'Orlando con quel suo senso auto-
critico che lo rendeva incontentabile revisore di se stesso,
avrebbe senza dubbio, nella raccolta, sceverato quello che, per
lui poeta rappresentando un elemento d’arte e di vita, rispen-
deva pure ad un fine estetico, da quanto era nato nella inespe-
rienza della sua gioventù letteraria o nello sforzo infecondo
(1) Di carmi perduti si ha notizia: 1° nel poemetto Venatio di Ercole
Strozzi, ove si fa cenno di elegie dell’A. per una Pasifile (Carpucci, 153-55);
2° negli appunti di Virginio, ove si lamenta la perdita di un’ode per Alberto
Pio, che incominciava Zam e d'un epigramma « per una colonna di marmo »
(Carpteci, 161, 246); 3° in una affermazione del Papadopoli, contestata però
da altri, che l’A. componesse elegie e odi per Dionigio Callorgio Cretese,
presunto maestro (BarvrraLpI, 52-54); 4° nelle Considerationi civili di Re-
migio Fiorentino e, infine, nella dedicatoria del Pigna e nella citata raocol-
tina fatta per il cardinale Cervini. Per un’oda vedi una lettera a Mario Equi-
cola, del 1519, già ricordata a p. 274, n. 2.
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 291
della imitazione o nello svago d’una esercitazione retorica o in
un momento di mancata ispirazione. Ma a noi è piaciuto rac-
coglier tutto, perchè ogni frutto del Grande, anche se immaturo
o insipido o imbozzacchito, concorre a far comprendere com-
piutamente e meglio l’uomo e l’artista (1). Le liriche ariostee,
o riecheggino di note che siamo soliti ascoltare nel poema o
gli spiriti giovanili consertino alla ispirazione di Catullo, di
Properzio, di Orazio (2), o rappresentino il tributo di simpatia
e d’ammirazione per il cantore di Laura o siano il portato della
moda imperante e pur anco uno scherzo d’artificio sono sempre
documenti che con la loro luce più o meno velata, più o meno
riflessa, ci disvelano meglio dalle loro ombre l’anima e l’arte
del Ferrarese.
Ma cor quale forma egli avrebbe date alla stampa queste
cosette (3), se la morte non l’avesse sorpreso ancora stanco
delle lunghe vigilie per la terza ristampa del Furioso?
Nella mancanza d*'un autografo o d’un codice o d’una edizione
come che sia esemplata sotto l’occhio dell’autore, dalla descri-
zione che abbiamo fatta dei mss. ferraresi e dell'edizione prin-
cipe — parliamo della lirica volgare — è ovvio inferire che
per una ricostruzione presumibilmente critica del testo, tale
cioè che si avvicini più che sia possibile alla presunta volontà
(1) Vedi in Qpere, XV, 6 quanto scrive il Carducci per giustificare la
opportunità .e la necessità che dell’Ariosto in particolare, dei grandi in ge-
nere, si pubblichi tutto. |
‘ (2) Un superficiale esame di quanto ad Orazio deve l’A. per la sua lirica —.
e per le Satire è nel volume di G. Curcio, Q. Orazio Flacco studiato in
Italia dal sec. XIII al XVIII, Catania, 1918, pp. 98-108; per la imita-
zione di Catullo vedi il modesto saggio di A. Anastasi, Catullo e l Uma-
mesimo, Acireale, 1919; T. SorBeLLI, Note sulla poesia umanistica e i
è Carrvina » di L. A., in Gymnasium, X, (1911) e Della Fortuna del
carme terzo di Catullo presso ghi umanisti, nei ‘Classici e neolatini, VIII, 2
(Modena), 1912; A. CosartIni, A proposito di un’alcaica dell’Ariosto, in
Atene e Roma, VII, p. 359 (XVIII); T. Casini, Di un’ode alcasca di L. A.,
in Rivista crit. d. letter. stal., VII, pp. 150-52 (LXII).
(3) Vedi p. 137, n. 1.
292 G. FATINI
dell’Ariosto, si debbano prendere a fondamento, per le poesie
contenutevi, i due codici ferraresi (F, e F,) e la prima stampa(Cp).
Tutte le edizioni che vanno dalla seconda coppina alla orlandi-
niana fanno capo per il testo a Cp, dalla quale si discostano più
o meno profondamente e perchè quasi tutte sono l’una copia
dell’altra e perchè ognuna al gruppo di errori e di varianti delle
precedenti non manca mai o quasi mai di aggiungerne uno
proprio, apportando al testo quelle modificazioni, specialmente
ortografiche, che i criterî del tempo e dell’editore suggerivano.
Un certo pregio parrebbero, pure per il testo, possedere le
edizioni settecentesche, incominciando da quella pitteriana, nella
quale il Barotti potè servirsi di F, e F,; ma il critico ferrarese
nè seppe giovarsene a pieno, neppure nella ristampa del 1766,
nè fu in grado di rinunciare a quei criterî, spesso arbitrari, che
ai suoi tempi prevalevano circa la riproduzione dei testi; onde
pur con le edizioni pitteriane le Rime non migliorarono molto.
Non fu diversa la sorte di esse coi successivi editori, compreso
il più ragguardevole, il Polidori, il quale, pur ritornando alle
stampe del Cinquecento e giovandosi del Rolli e del Barotti,
non si peritò di ammodernare vocaboli, accogliere lezioni senza
un criterio costante, ora da questo ora da quel predecessore e
talvolta sostituire la lezione vecchia con una nuova. Cosicchè,
mentre di tutte queste edizioni dovrà tenersi conto per quei
componimenti che sono le prime a riportare, e per quelle rare
volte in cui offrono lezioni congetturali che s’accordano con F,,
F, e Cp, per il gruppo più numeroso di liriche è necessario
servirci esclusivamente dei due codici ferraresi e della stampa
coppina.
Tra questa e quelli la preferenza spetta, secondo noi, ai co-
dici per le seguenti considerazioni: o
1° i due codici rispetto a Cp presentano delle varianti che
chiariscono le lezioni dubbie e oscure di Cp;
2° completano la canz. V con un verso (57) che manca in
tutte le edizioni, compresa Cp, per la quale mancanza il senso
era stiracchiato e la stanza irregolare;
PAR pr
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 293
3° non presentano componimenti apocrifi, come risulta in-
vece per Cp, ove il Modanese inserì una canzone del Tris-
sino (I°):
4° se si astrae dalle ortografiche e lessicali scorrezioni e
modificazioni dovute al capriccio o alla scarsa coltura dei co-
pisti, è quasi certo che i due codici si allontanano dal presunto
testo dell'Ariosto meno di Cp, il cui ms., come si arguisce dalle
varianti e dalle correzioni apportate dal Modanese nella stampa
del 1547, e dagli errori della prima, deve essere stato così dis-
ordinato e così poco intelligibile da costringere l'editore a met-
tervi qua e là le mani per stamparlo senza oscurità e senza
lacune;
5° mentre la lezione di Cp, mancando il ms. da cui derivò
non trova appoggio che in se medesima, la lezione di F, e F,, par-
tendo da un comune archetipo, siano essi l’uno copia dell’altro,
siano l’uno indipendente dall’altro, ha una duplice garanzia.
Tra F, e F, il più autorevole e il meno scorretto risul-
tando F,, come già rilevammo, questo sarà preso a base da noi,
giovandoci sempre del raffronto di F, e di Cp (per qualche le-
zione anche della seconda coppina, che, si sa, corregge alcuni
degli errori di Cp), non solo per risolvere quei casi dubbî che
si presenteranno, ma soprattutto perchè col loro aiuto ci sia
possibile spogliare il testo di quegli errori e di quelle scorie
ortografiche e lessicali che sono dovute al capriccio e alla poca
coltura del copista di F,; ma perchè questa restituzione si man-
tenga entro i limiti che l’Ariosto avrebbe tracciati, specialmente
ber l’uso di parole apocopate, di maiuscole, di vocaboli ammo-
dernati, di preposizioni articolate, dell’apostrofo, di consonanti
Semplici o raddoppiate in forme che oggi sono raddoppiate o
Semplici, giova tener presente il testo del poema quale risulta
dalla edizione del 1532. E questo raffronto faremo anche per
quelle poesie che si trovano solo in Cp o in qualche raccolta a
stampa o in mss. miscellanei.
In tal modo nutriamo la speranza di dare al testo delle Rizie
ina forma non molto discosta da quella che avrebbe usata l’au-
Giornale storico — Suppl. n° 29. i 19
294 G. FATINI
tore se davvero, terminato il Fxr70s0, si fosse deciso a pub-
blicarle (1); e mentre ci terremo lontani dalla capricciosa li-
bertà degli editori che ci hanno preceduto, per i quali era
spesso legge l'adattamento delle parole ai criterì prevalenti nel
tempo o nella mente dell’editore medesimo, non seguiremo nep-
pure coloro che scrupolosamente vorrebbero ancora mantenere
in vita l’/ iniziale e intersillabica in quelle parole donde l’uso
l’ha cacciata, il 4? in luogo di csi davanti a vocale, il segno del
troncamento in fine di parola, il # in ez, invece di ed, lv in
cambio di v. Così trascureremo le maiuscole e tutte quelle
esteriorità ortografiche che si debbono imputare al copista; €
adotteremo una interpunzione non antiquata, che è pur man-
chevole nella terza edizione del Furioso, non tanto per la tras-
curatezza dell’Ariosto quanto per la disattenzione dello stampa-
tore e per la incertezza che dominava ancora nell’uso di essa.
Meno arduo il compito per il testo delle liriche latine non
solo perche tutte le stampe (e sono poche e non complete) si
riportano all'edizione Pigna, ma anche perchè in un testo latino
il copista e l’editore non hanno agio di scapricciarsi come con
un testo volgare: base del nostro testo sarà F,, integrato da
quello del Pigna.
Circa l’ordine, per i carmi latini adotteremo il criterio cro-
nologico, anche se questo per difetto di elementi positivi debha
essere contenuto per molti entro limiti indeterminati — d'altra,
parte la divisione in due libri seguita dal Pigna, senza trovare
riscontro in F,, pare suggerita da criteri personali e corti-
giani (2) —; per le poesie italiane, la cui cronologia è irta di
(1) Se alcuni passi resteranno oscuri o arditi troncamenti o certe cacofunie
e brutti versi rimarranno nel testo, non dimentichi il lettore che una parte
delle rime ariostee o sono la prima stesura ancora rude e inelegante dell’au-
tore o non è stato possibile purificarle dalle scorie deformatrici dei primi
editori, come Ippolito Ferrarese, in modo da riconoscere quanto della lore
imperfezione spetti all'Ariosto e quanto ad essi.
(2) Il Pigna forse distribuì in due libri i carmi dell’A. per continuare la
divisione in libri fatta per i suoi componimenti e per quelli del Calcagnini,
PER LE LIRICHE DI LUDOVICO ARIOSTO 295
quesiti non facilmente risolubili, ci contenteremo di riprendere
l'esempio del Polidori, che egli aveva preso dal Molini, non
tanto perchè ha il suo fondamento nei due codici ferraresi
quanto perchè, seguendo Cp che su la falsariga del Petrarca
interpone canzoni e madrigali tra i sonetti, ci saremmo trovati
nell’imbarazzo con tutti quei componimenti che in Cp non figu-
rano e che avremmo dovuto capricciosamente frapporre nella
raccolta coppina, oppure accodare, così come venivano, ad essa.
Così la nostra edizione comprenderà Canzoni, Sonetti, Maari-
gati, Capitoli, Egloghe e Stanze (1), su l’esempio, per i primi
quattro gruppi, di F, e F, e restituirà ai ternari il titolo di
Capitolo che il Polidori, seguendo il Rolli, aveva tutti chiamati
elegie, meno tre; della quale denominazione non trovasi traccia
nè nei codici ferraresi, ne in Cp, e, di conseguenza, neppure
nell’Ariosto (2).
Dal Polidori invece proviene la nostra distribuzione in poesie
autentiche e dubbie, con questa modificazione che le die si
scinderanno in due gruppi, uno dei quali conterrà quelle poesie
—— __—_— ———
divisione che gli permetteva di mettere in testa a ciascun libro, quasi in
forma dedicatoria, un carmo diretto ad un Estense. Nella Nota bibliografica
sarà fissato fin dove è possibile e per quei carmi che lo consentono il dato
cronologico.
(1) Nella dicitura del frontespizio in Cp si coglie come un indizio di questa
distribuzione; infatti v'è scritto Sonetti, Madrigali, Canzoni, Stanze, Ca-
pitoli; Capitoli sono detti in quel privilegio rilasciato nel 1545 dal Senato
veneziano agli eredi dell’Ariosto, di cui a pp. 138-39.
(2) Veramente il primo a dare ai capitoli il nome di elegie fu il Pigna,
che nei Romanzi, ecc. scrisse: « Trovò parimente la via delle volgari Elegie,
« siccome nelle sue Rime si scorge... »; onde il Rolli asserisce essere stato
l’Ariosto il primo a adoperare sitfatti componimenti; ai quali però si addice
pure il generico nome di capitoli che nei primi anni del Cinquecento non
avevano assunto ancora quel carattere e quell’intonazione prevalentemente
burlesca che ebbero dal Berni in poi; giacchè erano componimenti in terzine
scritti in forma umile e familiare sopra argomenti svariati e personali e, perciò,
anche amorosi ed elegiaci. L'HavverTE (Op. cit., pp. 200-201), che propende
a chiamarli capitoli anzichè elegie, riferisce al Polidori la priorità della de-
nominazione; il Flamini, correggendolo (Giornale, 45, 390), la riporta al
Quadrio; ma anche costui deve averla presa dal Rolli.
296 G. FATINI
che per insufficienza di elementi non è stato possibile nè attri-
buire nè negare definitivamente all’Ariosto, l’altro quello che
raccoglierà poesie falsamente riferite a lui: i due gruppi costi-
tuiranno l’appendice all'edizione perchè la raccolta non manchi
di nessun componimento ariosteo o presunto ariosteo.
Così di fronte a 87 poesie italiane e 65 latine del Polidori,
e a 85 poesie italiane della più recente edizione (Soffici), si
avranno 156 comp. italiani e 75 latini, distribuiti nel modo se-
guente:
| Autentiche
Apocrife TOTALE
| é ta dl pay a | n
| |a}5 a|3| |#\}
Canzoni . .: 5/3 9 | 6| — ZI 12 i 9
Sonetti. . . {41} 32 37 8l-|—-|77|96/37
Madrigali . . 12/12} 12 -—|-|-/18|12|12
Capitoli. . . 27) 20] 26 _—|-|-131|26]|%26
Egloghe . .| 2] 1{l -|-|—-i 2| 1 I
Stanze . . .(11. 3| — 4|- ni Z| —
Torare | 98 | 71] 85 18| _ lise 8785
Poesie latine | 70|65| — 1} — i 75 | 65 | 1
| Ì
Notevole, certo, l'aumento, anche se ci limitiamo ai compo-
nimenti autentici; ma senza dubbio, ancora lontano dal gruppo
di liriche che in tanti anni l’Ariosto deve avere composte; il
quale gruppo, se si potesse integralmente ricostituire, tanta luce
apporterebbe e per la conoscenza dell’uomo e per una migliore
intelligenza del poema.
‘GIUSEPPE FATINI.
INDICE
Avvertenza i A i i ; : i i : . Pag. 133
Tavola delle abbreviazioni i > O 4 : i ; ; >» 134
Lirica italiana.
I. Dispersione delle « Rime » — Opuscoli di cerretani . ; » 137
II. Iacopo Coppa Modanese e le sue edizioni ariostesche . 3 » 148
III. Le « Rime » dalla contraffazione del ’52 alle moderne edizioni » 161
IV. Manoscritti ferraresi . j ì . ; : i » 173
V. Su l’autenticità delle poesie di L. Ariosto . ; i : » 183
Liriche latine.
Leg
Dalla raccolta del Pigna a quella del Polidori . A » 274
II. Un manoscritto ferrarese — Liriche dubbie e apocrife ì » 281
Conclusione i: . A e . . : . ; ì » 290
Pubblicazioni della stessa Casa Editrice
-_ i CR ni To ii Gi ili Fmi O Cp n
GIUSEPPE FINZI
Lezioni di Storia della Letteratura Italiana
DETTATE AD USO DELLE SCUOLE E DELLE COLTE PERSONE
Prezzo per l’opera completa 1. 20.
—_—@ rilfeifo—__———Ée
Vonume l. Dalle origini sino al secolo XY (3* edizione, Lire 3).
VoLrume ll. Il Risorgimento, il Seicento e l’Arcadia (:3* ediz., Lire 5).
VocLume ll. Letteratura moderna (Lire 5).
Vouume IV. PaRTE |. Il Romanticismo e Alessandro Manzoni (Lire 5).
VoLume IV, PARTE Il. Giacomo Leopardi e la letteratura contemporanea
(2105 Lai
Sommario di Storia della Letteratura Italiana
COMPILATO AD USO DELLE SCUOLE SECONDARIE
Decima cruzione riveduta ed aumentata. in 8° di Cpu: 1V.314 — L.10.
ANTOLOGIA DI PROSE E POESIE
CLASSICHE E MODERNE
AD USO DEL GINNASIO SUPERIORE CLASSICO E MODERNO
Quarta edizione.
Un vol. in- n-8° di pag. XI600 — Lire 5.
PROSE LETTERARIE
COME LETTURE COMPLEMENTARI
AGLI ALUNNI DEI LICEI
E DELLE ALTRE BCUOLK 8ECONDARKRIE SUPERIORI
Un val Da di i pag. RV897 — ll. 5.50
_——___——É—___r—_——m——————€6T ————_——————_———— 6 6 _—_——— ———— n e —————rr_— an n
G. FINZI E I. VALMAGGI
TAVOLE STORICO-BIBLIOGRAFICHE DELLA LETTERATURA ITALIANA
Un vol. in-4° di pag. IV. 22) - —_ Lire 4.
Torino - Casa Rditrice GIOVANNI CHIANTORE successore Ermanno Loescher - Torino
Mon. 9.
TTI
S 007 126 Sy
i;
633150